NON LASCIARMI ANDARE di Catherine Ryan Hyde (Leggereditore)


Autrice: Catherine Ryan Hyde
Titolo originale: Don't Let Me Go
Traduttrice: Anita De Stefano
Genere: Contemporaneo
Ambientazione: Los Angeles,USA
Pubblic. originale: Black Swan Books, 2011, pp.422
 Pubblic. Italiana: Leggereditore, ottobre 2017, pp. 294,€ 13,60
Parte di una serie: No
Livello sensualità: BASSO
Disponibile in ebook a €1,99

TRAMA: Grace, dieci anni, vive nella periferia degradata di Los Angeles con una madre tossicodipendente che la trascura e il rischio di essere affidata ai servizi sociali. C’è solo una persona che può aiutarla a uscire fuori da questa situazione e donarle una nuova speranza: Billy Shine, il suo vicino di casa. Un tempo ballerino di Broadway, Billy è ora un uomo solitario, in preda a continui attacchi di panico, spaventato dalla gente e dal mondo fuori le quattro mura della sua casa. Le sue giornate scorrono silenziose, perfettamente orchestrate da una routine da cui raramente riesce a fuggire. Tutto cambia, però, quando nella sua vita irrompe la piccola Grace, proponendogli un piano audace e coraggioso per aiutare la madre a disintossicarsi. Billy si mostrerà per lei un fidato alleato, pronto a farsi in quattro. L’impresa, d’altra parte, è di quelle che ridanno senso all’esistenza e nuova fede nell’amore puro e incondizionato. Ma non è affatto facile, perché per aiutare la madre di Grace sarà necessario privarla della cosa di cui ha più bisogno: sua figlia.



Grace è una bimba di 10 anni che ha una madre tossicodipendente e che fa amicizia con alcune persone che vivono nel suo stesso piccolo condominio. Il primo amico con cui stringe rapporti profondi è Billy, un uomo affetto da agorafobia, crisi di panico e che vive tappato in casa da oltre 10 anni. Poi la cerchia di amicizie si allarga ad altre persone e tra tutte queste si crea un bellissimo rapporto.
La storia è stata a tratti lenta, anche troppo, ma nel complesso la trama mi ha coinvolto. In pratica questa bambina è riuscita a creare amicizia, fiducia, simpatia e amore tra i vari personaggi creando un legame che ricorderanno per sempre e che conserveranno nei loro cuori.
Grace, con la sua gioia di vivere, nonostante avesse una madre poco affidabile, e la sua intelligenza, riesce a trasformare la vita di tutti i protagonisti.
Il romanzo è scritto bene, ma secondo me andrebbe un po' sfrondato. Ci sono anche delle frasi che mi hanno lasciato dei dubbi e delle situazioni che non sono state approfondite; comunque un libro carino.











COME INIZIA IL ROMANZO...
Ogni volta che Billy guardava fuori, attraverso la porta a vetri scorrevole, vedeva il brutto e grigio pomeriggio invernale di LA diventare sempre più scuro. Una notevole differenza di volta in volta. Allora rise, e si chiese ad alta voce: «Che ci aspettavamo, Billy caro, che il tramonto rompesse con la tradizione giusto per questa notte?»
Guardò nuovamente fuori, nascondendosi dietro la tenda e avvolgendosela addosso mentre si appoggiava al vetro.
La bambina era ancora lì.
«Sappiamo cosa significa» disse. «Non è vero?»
Ma non si rispose. Perché conosceva già la risposta. Per cui non era necessario continuare quella conversazione.
Indossò la sua vecchia vestaglia di flanella sul pigiama, avvolgendosela stretta attorno al corpo magro, poi la bloccò con una cintura che aveva sostituito l’originale una mezza dozzina di anni prima.
Sì.
Billy Shine stava per uscire.
Non dall’appartamento e sulla strada. Niente di tanto folle e radicale. Ma fuori sulla sua piccola terrazza al primo piano, o sul balcone, o su qualunque nome avesse quel pezzetto di proprietà con due sedie arrugginite che aveva le dimensioni di un francobollo.
Per prima cosa guardò fuori ancora una volta, come se potesse scorgere una tempesta o una guerra o un’invasione aliena. Un qualsiasi segno di Dio che potesse bloccare i suoi propositi. Ma fuori era solo un po’ più buio, cosa del tutto prevedibile.
Tolse il manico della scopa – un antifurto improvvisato per la porta a vetri scorrevole che dava sul balcone – riempiendosi le dita di polvere e sporcizia. Non apriva la porta da anni. E si vergognò, perché era orgoglioso di sé stesso per la sua attenzione alla pulizia.
«Nota personale» disse ad alta voce. «Pulire tutto. Anche se si tratta di qualcosa che pensiamo di non usare tanto presto. Per principio, se non altro.»
Poi fece scivolare la porta scorrevole per aprirla di uno spiraglio, e inspirò rumorosamente la fredda aria dell’esterno.
La bambina guardò in alto, e poi riabbassò lo sguardo sui suoi piedi.
Aveva i capelli scarmigliati all’inverosimile, come se nessuno l’avesse pettinata per una settimana. Il cardigan azzurro che indossava era abbottonato male. Non aveva più di nove o dieci anni. Era seduta su uno scalino con le braccia attorno alle ginocchia, e si dondolava fissandosi le scarpe.
Billy si sarebbe aspettato qualcosa di più, una reazione più vistosa alla sua presenza, ma non poteva dire esattamente cosa aveva pensato che sarebbe dovuto accadere.
Si sedette con cautela sul bordo di una delle due sedie arrugginite, si appoggiò alla ringhiera e guardò in direzione della bambina che stava a circa tre metri sotto di lui.
«Una buona serata a te» disse.
«Ciao» rispose lei con una voce da soprano.
Billy fece un balzo e rischiò di cadere dalla sedia.
Nonostante non fosse esperto di bambini, Billy immaginò che una bimba che sembrava tanto triste dovesse parlare con un filo di voce. Non che non avesse sentito la voce della piccola attraverso le pareti in precedenza. Viveva nel seminterrato insieme alla madre, per cui l’aveva sentita spesso. Troppo spesso. E non aveva mai avuto una voce flebile. Tuttavia si sarebbe aspettato che facesse un’eccezione per l’occasione.
«Sei il mio vicino?» chiese la piccola con la stessa incredibile voce.
Ma stavolta Billy era preparato.
«Così pare» rispose.
«E allora com’è che non ti ho mai visto?»
«Mi vedi adesso. Accontentati di ciò che la vita ti offre.»
«Parli in modo strambo.»
«E tu ad altissimo volume.»
«Già, è quello che mi dicono tutti. A te dicono che parli in modo strambo?»
«No, per quello che ricordo» rispose Billy. «Ma del resto non parlo con così tanta gente per poter avere un reale riscontro.»
«Be’, credimi. È un modo strano di parlare, soprattutto a un bambino. Come ti chiami?»
«Billy Shine. E tu?»
«Shine? Brillare? Come le stelle o come il pavimento dopo essere stato pulito?»
«Sì, proprio così.»
«E da dove viene un nome del genere?»
«E da dove viene il tuo? Che, oltretutto, non mi hai ancora detto?»
«Oh, mi chiamo Grace. E il nome viene da mia madre.»
«Be’, io non l’ho avuto da mia madre. Da lei ho avuto Donald Feldman. Per cui l’ho cambiato.»
«Perché?»
«Perché facevo parte del mondo dello spettacolo. Avevo bisogno di un nome da ballerino.»
«Donald Feldman non è un nome da ballerino?»

«Non proprio.»
«Come fai a capire quando lo è o meno?»
«Lo senti nel tuo cuore. Ascolta. Potremmo rimanere qui tutta la notte e continuare la nostra piacevole chiacchierata. Ma in realtà sono uscito per chiederti perché te ne stai seduta qui fuori tutta sola.»
«Non sono sola» rispose Grace. «Sono con te.»
«È quasi buio.»
Grace si mosse per la prima volta dopo che Billy era uscito, e guardò in alto come se volesse accertarsi di ciò che lui aveva detto.
«Già» disse. «Non fai più parte del mondo dello spettacolo?»
«No. Non più. In alcun modo. Non lavoro più ormai.»
«Ti piaceva fare il ballerino?»
«Lo amavo. Lo adoravo. Era tutto il mio mondo. E cantavo anche. E recitavo.»
«Allora perché hai smesso?»
«Non ero tagliato per farlo.»
«Non eri bravo?»
«Ero molto bravo.»
«E allora perché non eri tagliato per farlo?»
Billy sospirò. Era uscito per fare delle domande, non per rispondere. Eppure era sembrato così naturale, così inevitabile, quando l’attenzione si era concentrata su di lui. Infatti si chiese perché mai avesse pensato di essere pronto per sostenere quella – o, del resto, qualunque altra – conversazione. Forse per le sue ottime capacità di recitazione. Ma chissà dov’erano finite quelle capacità ormai. Quello che non usi, lo perdi.
«Per niente» rispose. «Non ero tagliato per niente. Per la vita stessa. La vita è qualcosa per cui non sono tagliato.»
«Ma sei vivo.»
«In parte, sì.»
«Per cui ci stai riuscendo.»
«Non molto bene, a quanto pare. Non sto facendo una gran performance. Ma grazie a dio, i critici hanno rivolto la loro attenzione verso cose più interessanti, e al momento giusto. Puoi rientrare in casa? Voglio dire, se avessi bisogno di farlo?»
«Certo. Ho la chiave.»
La sollevò nella luce sbiadita. La tenne per mostrarla a Billy. Una chiave nuova di zecca attaccata a un cordoncino che le pendeva dal collo. Catturò e riflesse un fascio di luce dai lampioni sulla strada che si erano appena accesi. Un flash in miniatura agli occhi di Billy.
Shine, brillare, pensò. Ho presente il concetto.
«Ho un piccolo problema» cominciò Billy «a capire perché tutti vogliono uscire quando potrebbero stare più facilmente a casa.»
«Tu non esci mai?»
Oh, buon dio, pensò Billy. Non c’era proprio verso di seguire il filo logico della conversazione.
«No, se posso evitarlo. Tu non hai paura?»
«No, se resto vicino a casa.»
«Bene, io invece ho paura. Guardo fuori e ti vedo seduta qui tutta sola e ho paura. Anche se tu non ne hai. Per cui forse potrei convincerti a farmi un favore. Forse potresti rientrare in casa così io non dovrò più avere paura.»
La piccola sospirò rumorosamente. In modo teatrale. Una bambina con le stesse inclinazioni di Billy.
«Oh, okay. In ogni caso sarei rimasta fuori solo finché le luci della strada non si fossero accese.»
Si alzò dai gradini e sparì dentro casa.
«Bene» disse Billy ad alta voce, a sé stesso e al crepuscolo. «Se l’avessi saputo, mi sarei risparmiato un bel po’ di onestà.»
Billy non dormì bene quella notte. Per niente. Non era in grado di provare che l’enorme e indicibile sforzo fatto per uscire in balcone lo aveva turbato e tenuto sveglio, ma gli sembrava ragionevole pensarlo. Era qualcosa su cui scaricare la colpa, almeno, ed era meglio di niente.
Quando si assopiva, in genere per qualche minuto, sentiva un battito d’ali. Un sogno ricorrente, una specie di sogno, un’illusione. O un’allucinazione. Più si sentiva turbato dalla vita di ogni santo giorno, più le ali avrebbero battuto nel suo sonno durante la notte.
Cercavano di farlo svegliare per lo spavento.
Alla fine riuscì a addormentarsi sul serio, non prima di una o due ore dopo l’alba. E quando si svegliò, si stiracchiò e si alzò – perché non serviva a nulla affrettarsi durante queste delicate operazioni – erano passate le tre e mezza del pomeriggio da un bel pezzo.
Una volta alzato, si legò i capelli come sempre – una lunga coda bassa che gli scendeva sulla schiena. Poi si sporse sul lavandino del bagno e si rase alla cieca, un po’ con gli occhi chiusi e ogni tanto aprendoli per guardare in direzione dell’armadietto per i farmaci come se avesse uno specchio, cosa che probabilmente una volta aveva, come la maggior parte degli armadietti del genere.
Si fece il caffè, percependo ancora il fruscio delle ali nella testa. Una specie di presenza poco spaventosa. Ma comunque una presenza.
Aprì il frigo, giusto per ricordarsi che aveva finito la panna. E la spesa non sarebbe stata consegnata fino a giovedì.
Schiaffò tre cucchiaini di zucchero nel suo triste caffè nero, e lo mescolò senza entusiasmo, poi andò con la tazza verso la grande porta a vetri scorrevole. Tirò le tende per sbirciare in direzione del punto in cui aveva visto la bambina la sera prima. Forse era stato solo un sogno o una visione, proprio come il battito d’ali, ma più reale.
La bambina era ancora lì. Per cui a quanto pareva non era stato un sogno.
Be’, ancora non è esatto, si disse. Corresse il proprio pensiero. Ovviamente aveva dormito in casa. Quindi era di nuovo lì fuori. Sì, di nuovo. Messa in quel modo la faccenda sembrava meno inquietante.
Billy alzò lo sguardo per vedere la signora Hinman, la donna che viveva nell’attico, percorrere il marciapiede in direzione di casa.
«Bene» disse Billy ad alta voce e con un sospiro. «Dille di rientrare in casa.»
L’anziana donna avanzava lentamente ma con passo deciso, e stringeva una busta della spesa di carta, il collo di una bottiglia di vino rosso spuntava dal bordo del sacchetto. Billy aveva notato che portava sempre una bottiglia, e spuntava sempre oltre il bordo. Solo una, per cui non era una che bevesse troppo. La stava pubblicizzando? O, cosa che a Billy parve più probasato per la porta a vetri scorrevole che dava sul balcone – riempiendosi le dita di polvere e sporcizia. Non apriva la porta da anni. E si vergognò, perché era orgoglioso di sé stesso per la sua attenzione alla pulizia.
«Nota personale» disse ad alta voce. «Pulire tutto. Anche se si tratta di qualcosa che pensiamo di non usare tanto presto. Per principio, se non altro.»
Poi fece scivolare la porta scorrevole per aprirla di uno spiraglio, e inspirò rumorosamente la fredda aria dell’esterno.
La bambina guardò in alto, e poi riabbassò lo sguardo sui suoi piedi.
Aveva i capelli scarmigliati all’inverosimile, come se nessuno l’avesse pettinata per una settimana. Il cardigan azzurro che indossava era abbottonato male. Non aveva più di nove o dieci anni. Era seduta su uno scalino con le braccia attorno alle ginocchia, e si dondolava fissandosi le scarpe.
Billy si sarebbe aspettato qualcosa di più, una reazione più vistosa alla sua presenza, ma non poteva dire esattamente cosa aveva pensato che sarebbe dovuto accadere.
Si sedette con cautela sul bordo di una delle due sedie arrugginite, si appoggiò alla ringhiera e guardò in direzione della bambina che stava a circa tre metri sotto di lui.
«Una buona serata a te» disse.
«Ciao» rispose lei con una voce da soprano.
Billy fece un balzo e rischiò di cadere dalla sedia.
Nonostante non fosse esperto di bambini, Billy immaginò che una bimba che sembrava tanto triste dovesse parlare con un filo di voce. Non che non avesse sentito la voce della piccola attraverso le pareti in precedenza. Viveva nel seminterrato insieme alla madre, per cui l’aveva sentita spesso. Troppo spesso. 

*****

L'AUTRICE
Catherine Ryan Hyde, classe 1955, vive a Cambria, in California. Scrittrice poliedrica e vivace, ha pubblicato numerosi romanzi e raccolte di racconti, grazie ai quali ha ricevuto importanti riconoscimenti letterari. Tra le sue opere più famose ricordiamo La formula del cuore (Piemme, 2000), tradotto in 23 lingue e da cui è stato tratto un film con Kevin Spacey, Un sogno per domani. Con Non lasciarmi andare fa il suo ingresso nel catalogo Leggereditore.

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LA STRADA PER LA FELICITA' di Silvia Mango

Autore: Silvia Mango
Genere: Contemporaneo
Ambientazione: Piemonte/Puglia
Pubb. Italiana: Silvia Mango, 20 febbraio 2018, pp. 584,  8,99 
Parte di una serie: No
Livello di sensualità: BASSO
Disponibile in e-book a € 2,99

TRAMA: Superati i trent'anni, Magnolia ha smesso di sognare. Anche se vive in un quartiere residenziale di Torino con un marito ricco e famoso, la sua vita è completamente infelice.Alice, la loro bimba di sei anni presenta una grave forma di disabilità degenerativa agli arti inferiori e Alberto è freddo, cinico ed egocentrico. Dopo l’ennesimo litigio, la donna decide che è arrivato il momento di prendere in mano le redini della sua vita e parte insieme ad Alice alla volta del Salento, dove esiste una tenuta in cui si pratica l’ippoterapia, preziosa per la malattia della bambina.
Qui Magnolia ritrova Ettore: lui è il suo primo amore, l’uomo che le ha fatto scoprire l’amore: quello vero e mai sopito. Tra i due pulsa ancora qualcosa di molto forte, ma non sarà affatto semplice ricucire uno strappo profondo durato vent'anni e affrontare un marito che non accetta di essere stato lasciato da sua moglie.

 Non conoscevo questa autrice ed è stata per me una vera rivelazione. Il suo stile è fluido e scorrevole, la trama avvincente… lo confesso, il suo romanzo mi ha rapito! In certi punti mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi e ultimamente è raro che un romanzo mi prenda così tanto.
La strada per la felicità è una storia di rinascita, di rivincita e di seconde possibilità. La storia di Magnolia, una donna con un passato traumatico alle spalle e un presente difficile: sua figlia è affetta da una grave malattia agli arti inferiori che non le permette di camminare e correre come i suoi coetanei. Come se non bastasse, il marito, Alberto, è un essere insensibile, preoccupato solo per la propria carriera. Per lui la moglie è come un oggetto di cui disporre a proprio piacimento, non una persona in carne e ossa, con dei sentimenti, delle paure, delle speranze. E proprio quando Alberto tenterà di intralciare i piani di Magnolia che lotta disperatamente per dare alla figlia una vita normale, comincerà per la protagonista un percorso di crescita e maturazione che la porterà a liberarsi delle catene che la imprigionano e a intraprendere, appunto, la sua strada verso la felicità.
È questo un romanzo intenso, di sentimenti, lacrime, sconfitte, ma anche di grandi vittorie e teneri ricordi.
Insieme a Magnolia, che è la voce narrante, torniamo indietro negli anni e ripercorriamo la sua sofferta storia d’amore con Ettore, conosciuto in Puglia durante una vacanza al mare. I flashback sono numerosi, ma mai pesanti. Tutt’altro. Conoscere la protagonista quando era appena un’adolescente mi ha emozionato moltissimo, forse perché mi ha ricordato molto della mia adolescenza: il rapporto burrascoso con la madre, le paure, la voglia di innamorarsi… penso che molte di voi si riconosceranno in questo personaggio e si commuoveranno per le sue dolorose vicissitudini.
Non aspettatevi però un romanzetto leggero, divertente… La strada per la felicità è una storia sofferta, a tratti dura e spietata. Non mancano tuttavia i momenti romantici che faranno battere il cuore alle lettrici: sebbene le scene di sesso siano praticamente assenti, la tensione erotica tra i protagonisti è palpabile e ci accompagna pagina dopo pagina.
Ettore è un personaggio molto affascinante nella sua normalità. Sì, perché per una volta non abbiamo davanti a noi un miliardario arrogante o un maschio alfa. Ettore è una persona semplice, un uomo che potremmo tranquillamente incontrare per strada (magari!). Quindi, se siete alla ricerca di un po’ di normalità, di una storia basata sui sentimenti, questo è il libro che fa per voi. Io mi sento di consigliarlo e spero di poter leggere altro di questa brava autrice italiana.
 








COME INIZIA IL ROMANZO...
Non ho mai creduto all’esistenza degli angeli custodi sino a quando non ho incontrato il mio. È biondo, si chiama Andrea e parla con un irresistibile accento carioca; ci vediamo regolarmente ogni mercoledì pomeriggio a casa sua e nessuno sa dei nostri incontri.
Basterebbe questo a rendere il tutto giusto "un tantino" compromettente per me che sono una trentacinquenne, sposata, ho una figlia di sei anni con un’infermità alle gambe e mi sto trascinando in un rapporto difficile, caratterizzato da tanti miei silenzi e troppe recriminazioni di mio marito. Attualmente mi sento infelice, spenta, sbagliata come una macchia d’unto su una camicia appena stirata. Nella pozzanghera di sofferenze in cui sguazzo ormai da anni, Andrea mi aiuta a sentirmi meglio con me stessa.
Badate bene: non c’è nulla di pruriginoso in tutto questo. Tanto per cominciare, Andrea lo fa per lavoro e so benissimo a cosa state pensando, ma non è così perché Andrea è la mia vitale, gioiosa, solare life coach. In pratica, vado da lei per fare il “punto della situazione.” Le racconto come sto, come ho trascorso la settimana e lei mi ascolta pazientemente; poi mi fornisce quelli che chiama “gli strumenti”, che a volte sono esercizi veri e propri da fare a casa — i famosi homework —  altre volte semplici consigli per vivere meglio. E io prendo nota di tutto.
            Ho conosciuto Andrea qualche mese fa grazie a Carlotta, la mia migliore amica, con la quale passo ore al telefono: quelle che perdo imbottigliata nel traffico per andare al lavoro. È il nostro appuntamento quotidiano fin dai tempi dell’università e, il più delle volte, ci tiriamo su di morale scherzando sulle rispettive sfortune. Una mattina, però, lei mi ha sorpreso raccontandomi che aveva gettato nella tazza del water tutte le pastiglie per dormire. Un gesto teatrale, ma conoscendola avevo capito subito che era vero. Dopo tre anni di frequentazione assidua con un uomo che le prometteva di lasciare la moglie per vivere per sempre con lei — senza avere alcuna intenzione di farlo sul serio —  era stata lei, Carlotta, a rompere per sempre.
Ho capito che non scherzava quando aveva aggiunto che si era licenziata dal posto di lavoro.
Lui era il suo capo.
            La forza per rivoluzionare la sua vita era arrivata da Andrea.
            All’inizio non avevo le idee chiare su cosa facesse esattamente una life coach. Immaginavo fosse una via di mezzo tra un guru delle diete ipervitaminiche e una patita del fitness, tipo quelle ragazzone con fisici pazzeschi che aiutano i divi di Hollywood a perdere quaranta chili o altri a candidarsi in politica. I miei problemi erano di natura ben diversa, ma l’esperienza di Carlotta era stata abbastanza convincente da valere almeno un tentativo, così le ho scritto una e-mail. Avevo ben poche speranze sulla possibilità di migliorare la mia vita: era stagnante, con così scarsi margini di miglioramento che mi auguravo che Andrea avesse, come minimo, una bacchetta magica. Questo è stato il senso della mia lettera.           
Lei mi ha risposto per le rime: dipendeva tutto da me. Era il momento di cercare la serenità e la pace che solo una vita felice poteva regalarmi… Tante belle parole… Ma io, avrei avuto il coraggio di impegnarmi a ritrovare me stessa? Come poteva anche solo pensare che avrei potuto essere di nuovo felice? Dovevo prima raccontarle della malattia di Alice, mia figlia, e del carattere di Alberto, suo padre, del lavoro che non faceva per me e che insieme agli anni mi portava via anche valanghe di succhi gastrici.
            Ma no. No e poi no!
            Non ne avevo il tempo. Non avevo il tempo per niente. Men che meno per ragionare su me stessa con una life coach brasiliana che già sapevo essere la copia di Gisele Bundchen.
            A ogni modo e con il tempo, Andrea e io siamo diventate ottime amiche. Mi ha rivoltato come un calzino, sa tutto di me e la sensazione di libertà che adesso provo, l'essere di nuovo completamente me stessa, è impagabile. Posso piangere, ridere,
lamentarmi, posso puntare il dito contro il mondo; per lei va sempre bene.
            Tranne oggi.
            Oggi che mi trovo a milletrecento chilometri di distanza da casa. Oggi che sono angosciata dal timore di aver fatto una cazzata. Oggi che Alice non smette di guardarmi come se fossi diventata pazza.
            Oggi, Andrea mi ascolta come sempre, ma per la prima volta il suo sguardo è severo. Non c’entra che per motivi logistici il nostro appuntamento sia via Skype, che ci parliamo attraverso uno schermo e che la connessione vada e venga perché mi ritrovo in una masseria sperduta nel Salento.
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L'AUTRICE
Silvia Mango è lo pseudonimo di Silvia Bardesono, avvocato torinese specializzata in diritto di famiglia e minorile, impegnata nella lotta alla violenza contro le donne. Il suo primo romanzo, Tre cuori e un bebè, nel giro di pochi mesi ha scalato la classifica di vendita di Amazon arrivando ai primi posti. Alcuni suoi racconti sono inclusi nelle raccolte La cucina dei giovani Holden, a cura di Stefania Bertola, e 100 storie per quando è veramente troppo tardi. Nella collana Youfeel di Rizzoli  ha pubblicato il romanzo Lovangeles (2014) e Il mio nome è Patty Boom Boom.

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IL VERO GENTILUOMO di Grace Burrowes (Leggereditore)


Autore: Grace Burrowes
Titolo originale: Tremaine's True Love
Traduttrice: Giada Fattoretto
Genere: Romance storico
Ambientazione:  Inghilterra
Pubblicazione: Leggereditore, pp. 592, 24 gennaio 2018, €12,90
Livello sensualità: MEDIO
Parte di una serie: 1° libro serie True Gentlemen
Disponibile in ebook a € 4,99

TRAMA: Tremaine St Michael è un facoltoso commerciante di lana, completamente dedito al lavoro. Sempre in giro per il mondo alla ricerca dei migliori affari, raramente soggiorna a lungo nello stesso posto, finché nel Kent, ospite nella tenuta di un caro amico, il conte di Bellefonte, le cose sembrano prendere una piega inaspettata... L'incontro con l'affascinante e riservata lady Nita Haddonfield non lo lascia indifferente, e per una volta Tremaine spera di poter finalmente conciliare gli affari con il piacere. Le cose, tuttavia, non vanno secondo i suoi piani: anche se in età da marito, infatti, la giovane donna non vuole sentir parlare di matrimonio, preferendo di gran lunga dedicare le proprie energie ad aiutare le persone bisognose della contea. Ma, si sa, al cuore non si comanda, e suo malgrado Nita inizia a provare interesse nei confronti del sensuale commerciante, un sentimento destinato a crescere e che, a lungo andare, le sarà impossibile nascondere. Anche perché Tremaine non è certo un uomo che si arrenda facilmente, e farà di tutto pur di scalfire le ritrosie della dolce Nita...


Siamo ad Haddondele, nel Kent, nella tenuta Belle Maison di proprietà della famiglia Haddonfield, quando l’arrivo anticipato di un ospite, priva il conte di Bellefonte, Nicholas, dal proseguire l’invettiva contro le sorelle o almeno contro una in particolare.
L’ospite è Tremaine St Michel, allevatore di pecore e non solo, che saputo della presenza di un grosso gregge ha deciso di fare un’offerta al suo proprietario.
Ma Nicholas è ancora in apprensione per la sorella e chiede all’ospite di pazientare.
“Voi avete sorelle? Gli chiese Bellefonte con un sorriso mesto. Io ne ho quattro, mia nonna le definisce “vivaci”.
-La vivacità è una bella qualità in una ragazza, disse Tremaine,  perché  era un ospite un quella casa e socialmente era lui la persona preposta ad alleggerire  Bellefonte di buona parte del suo patrimonio
Sua signoria poteva benissimo tenersi tutte quattro le sorelle, grazie molto.
-Affatto ! Ribattè     Bellefonte,  rivolgendo le spalle al fuoco. Se ogni rappresentante alla camera dei  Lord avesse radunato le proprie “vivaci” sorelle e le  avesse inviate in Francia, i Corsi adesso sarebbero in ginocchio a chiedere asilo al vecchio George.
La sorella motivo di tanti problemi è Lady  Nita che Tremaine  conosce mentre nella stalla sta sistemando il suo cavallo.
“Una donna alta e bionda, con le guance arrossate dal freddo, condusse un cavallo da tiro sellato lungo il corridoio del fienile
-Tremaine  St Michel per servirvi mia signora. Sono venuto a trovare vostro fratello per discutere di certi affari.
-Posso accompagnarvi in casa?
-Vi ringrazio, siete molto gentile.
Quel ringraziamento aveva un tono stanco ma sincero. Perchè non era uscito nessuno dalla casa per assicurarsi che stesse bene?”
Lady Nita è considerata una persona strana perché cura gli ammalati, non sempre compare a tavola con i parenti, si veste in modo antiquato e scandalizza i benpensanti del villaggio: il medico, ottuso, incompetente e presuntuoso, il pastore che tuona dal pulpito e considera le malattie , soprattutto femminili , come un castigo  dovuto ai peccati, e le beghine e i moralisti che la trattano con derisione.
Nel poco tempo che Tremaine passa nel villaggio ha modo di osservare come invece il cuore della giovane sia pieno di amore verso i poveri, i bimbi, i bisognosi e le povere donne che spesso sopravvivono a malapena.
Anche Nita comincia ad apprezzare quest’uomo tranquillo, servizievole, comprensivo e che non la giudica ma la aiuta senza mai tirarsi indietro.
Ma non dobbiamo dimenticarci delle pecore che sembrano diventare una merce di scambio per indurre due pretendenti a sposare Nita e una  delle sorelle.
“Il vostro Nicholas è tentato di dare le pecore a Nash. Ho la sensazione che se dovessi chiedere la vostra mano potrei ottenere il gregge più facilmente.”
Con la neve che continua a cadere e che non permette a St Michel di ripartire per Londra, con altre visite a pazienti che necessitano di cure, con scappatelle  notturne da una camera all’altra, con confronti fraterni e coniugali,  Nita e Tremaine si avvicinano sempre più fino a pensare che un ‘unione  tra di loro non sia poi così impensabile.
Ma un ballo campestre e un successivo incontro/scontro con Nash complicano le cose e in un certo senso le risolvono .
-“Non posso lasciare che la gente soffra quando posso aiutarla, ma io non voglio perderti Tremaine. Non posso.-
Rimase in silenzio quando avrebbe potuto inveire . Avrebbe potuto perderlo per l’orgoglio, la cocciutaggine e la miopia di Edward Nash.  Non  poteva sopportare di perderlo per colpa sua.”
Non posso dire che questo romanzo mi sia piaciuto subito…l’inizio è lento e i due uomini , Nicholas e Tremaine mi sono sembrati un po’ sciocchi e inconcludenti.
Mentre il conte dominava la scena con la sua dialettica, St Michel era in ombra e più trattenuto salvo poi mostrare  il suo gran cuore.
Mi è piaciuta invece Nita e anche l’atmosfera casalinga della famiglia Bellefonte. Ci sono tanti personaggi e soprattutto i più piccoli sono tanto teneri.
Proseguendo la lettura ho capito che l’autrice aveva volutamente iniziato in sordina per poi accelerare e portare avanti più situazioni . C’è  la relazione tra Nita e St Michel, quella ipotetica ma già pericolosa tra Nash e Susannah,  quella ancora in “nuce” tra George ed Elsie e poi i vari cambiamenti nella vita di alcune persone.
Ci sono segreti incontri tra le sorelle e pensieri ambigui nel fratello ancora scapolo. C’è la cattiveria di Nash e l’amore materno di Elsie. C’è la presenza di un uomo forte ma non dominante che preferisce convincere con la dolcezza piuttosto che con l’imposizione. C’è l’attesa per capire dove finiranno le pecore che sono un po’ il filo che unisce alcuni personaggi del romanzo.
Senza mai esasperare il tono della narrazione, l’autrice tocca parecchi temi importanti: il desiderio di autonomia femminile, le conoscenze mediche che le donne non dovevano avere, la libertà sessuale  e promiscua, la prostituzione e l’abbandono minorile, la voglia  per un nobile di sporcarsi  con lavori manuali, insomma non scrive un romanzo solo d’amore ma lo fa diventare un grido rivolto alla società maschilista e patriarcale del tempo.
Chi vorrà leggere questa bella storia, dovrà avere pazienza sia per lo stile narrativo che per situazioni e modi di esprimersi non consoni a questi tipi di romanzi. Io lo consiglio comunque a tutti.










COME INIZIA IL ROMANZO...
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«Una sorella è la piaga più devastante che possa capitare a un uomo, il più grande ostacolo alla sua pace, la più diabolica fonte di immeritata umiliazione, e le zitelle sono le sorelle della peggior sorte.» Nel corridoio all’esterno del salotto, Nicholas, conte di Bellefonte, sembrava convinto.
«Certo, mio signore,» rispose piano qualcuno «ma, signore...»
«Sai, Hanford,» continuò il conte «se non mettesse a repentaglio certi attributi maschili ai quali la mia contessa tiene parecchio mi met­terei lady Nita sulle ginocchia e...»
«Signore, avete visite.»
L’annuncio di Hanford risultò leggermente disperato, ma riuscì a zittire le lamentele di Sua signoria. Dalla porta giunse uno scambio di battute appena percepibile, che diede modo a Tremaine St Michael di allontanarsi dal tepore del caminetto del salotto, dove se n’era stato a riscaldarsi senza pudore una parte del corpo congelata per la lunga cavalcata. Il saluto di Bellefonte quando avanzò nella stanza un attimo dopo fu entusiasta quanto la sua invettiva.
«Ecco il nostro St Michael! Siete in anticipo. Non è elegante. In effetti, se non fossi il re della cordialità lo definirei oltremodo maleducato.»
«Bellefonte.» Tremaine St Michael si profuse in un inchino, perché Bellefonte apparteneva a un rango socialmente superiore, oltre a essere uno dei pochi uomini più alti e forti di lui.
«Voi avete sorelle?» gli chiese Bellefonte con un sorriso mesto. «Io ne ho quattro. Mia nonna le definisce ‘vivaci’.»
Talmente vivaci che a quanto pareva Bellefonte aveva urlato a una di loro per i dieci minuti interi in cui Tremaine era stato lasciato ad ammirare gli impeccabili tappeti persiani nel salotto della Belle Maison. Le risposte della sorella non erano state udibili, finché qualcuno non aveva chiuso con forza una delle porte al piano di sopra.
«La vivacità è una bella qualità in una ragazza» disse Tremaine, perché era un ospite in quella casa, e socialmente era lui la persona preposta ad alleggerire Bellefonte di buona parte del suo patrimonio.
Sua signoria poteva benissimo tenersi tutte e quattro le sorelle, grazie molte.
«Affatto» ribatté Bellefonte, rivolgendo le spalle al fuoco. «Se ogni rappresentante alla Camera dei lord avesse radunato le proprie vivaci sorelle e le avesse inviate in Francia, i corsi adesso sarebbero in ginocchio, a chiedere asilo al vecchio George. Com’è andato il viaggio?»
Bellefonte aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri propri di ogni aristocratico inglese. Aveva delle piacevoli grinze agli angoli degli occhi, e aveva ricambiato l’inchino di Tremaine con una calorosa stretta di mano.
Non sarebbe mai stato un amico, ma era cordiale.
«Tutto bene, anche se faceva freddo» rispose. «Mi scuso per essere arrivato in anticipo da Londra.»
«E io mi scuso per essermene lamentato. Ho davvero una bella famiglia, ma lady Nita, mia sorella, ha un carattere particolarmente forte.»
L’espressione bonaria di Bellefonte si smorzò in un delicato sorriso quando si udì una risata femminile giungere dal corridoio.
«Cosa stavate dicendo?» lo incalzò Tremaine. Quand’è che Sua signoria si sarebbe degnato di offrire da bere a un ospite?
«Nulla di importante, St Michael. Le mie sorelle Kirsten e Della hanno appreso del vostro arrivo. Andiamo in biblioteca, dove ci attendono un pasto delizioso e un ambiente accogliente? Beckman mi ha fatto capire che non siete tipo da tè e biscotti.»
Quando e perché il fratello di Sua signoria aveva riferito tale opinione? All’irritazione di Tremaine contribuì anche un altro pensiero: Bellefonte riconosceva le donne di casa dalla risata. Che stranezza era mai quella?
«Sono più un tipo da whisky» disse Tremaine. «D’inverno un po’ di liquore non dovrebbe mancare mai.» E nemmeno il brandy. Se fosse stato per lui.
Sua signoria era troppo fine per accigliarsi di fronte a gusti affinati in rozze taverne sparse per tutto il regno.
«E whisky sia, allora. Hanford!»
Un anziano signore in livrea entrò in salotto. «Signore?»
Bellefonte diede istruzioni al maggiordomo di far portare qualco­sa di buono da mangiare in biblioteca, di riportare la contessa al fianco del marito una volta che avesse finito con il bambino, e di in­formare la governante che il signor St Michael era arrivato prima del previsto.
Sua signoria si avviò a passo veloce lungo corridoi tappezzati, superando mazzi di bianche rose coltivate in serra e lucidi pavimenti in legno, fino ad arrivare a un tesoro di libri alto fino al soffitto, in legno di quercia. Belle Maison rappresentava un ottimo esempio dell’entusiasmo del secolo precedente per le enormi residenze di campagna, e chiunque l’avesse progettata aveva un certo gusto per la luce.
La biblioteca era dotata di alte finestre poste a intervalli regolari, e i tendaggi in velluto rosso erano scostati, nonostante il freddo. Il sole invernale riverberava frizzante dagli specchi e dall’argenteria, e anche qui un fuoco scoppiettava vivace.
L’impressione generale fece sentire Tremaine un pesce fuor d’acqua. Lord Bellefonte era un uomo geniale: le sue care, fastidiose sorelle; i fuochi accesi anche nelle stanze vuote; l’infinita libreria esposta al sole ricolma di libri.
Tremaine era stato in numerose residenze aristocratiche, oltre che in qualche castello e palazzo. La sensazione di straniamento che percepì a Belle Maison era causata dalle sorelle, che Bellefonte chiaramente amava e accudiva.
Tremaine se ne intendeva d’affari, e ne faceva un vanto.
Le sorelle non rientravano negli affari, ma la loro variegata vivaci­tà apparentemente riusciva a trasformare un’imponente dimora in una casa. Le sorelle di Bellefonte ispiravano porte chiuse a gran forza, lamentele fraterne, e addirittura risate; in questo il clima a Belle Maison si distingueva da quello delle altre famiglie nobili inglesi che Tremaine conosceva.
«So che avevate intenzione di rimanere qualche giorno,» disse Bellefonte, indicando un paio di sedie sotto a un’alta finestra «ma la mia contessa dice che non va bene. Dovete rimanere almeno due settimane, così i vicini potranno farci visita per osservarvi. Non vi preoccupate. Vi dirò chi ha figlie in età da marito – ossia la maggior parte – e mio fratello George distrarrà le fanciulle.»
Dopo il gelido viaggio dalla città, l’accogliente libreria e le morbide sedute erano squisitamente confortevoli. Per Tremaine, che possedeva vividi ricordi degli inverni dell’Highland, il comfort era sempre gradito.
«Posso concedermi solo qualche giorno, mio signore» rispose, acco­modandosi. «Gli affari non possono aspettare, e tempo perso spesso si­gnifica mancato guadagno.»
«Ogni protesta è inutile, al di là della sensatezza dei vostri ragionamenti» ribatté l’altro, sedendosi a sua volta. «La mia contessa si è espressa, e le mie sorelle le daranno man forte. Siete uno scapolo appetibile e, di conseguenza, siete rovinato.»
Il conte incrociò le caviglie, e aveva tutta l’aria di uno per cui la sventura fosse un concetto allegro.
«Sua signoria vi rimpinzerà di prelibatezze a ogni pasto» continuò. «Kirsten vi interrogherà circa i vostri affari, Susannah parlerà con voi di quel poeta scozzese e Della vi aggiornerà sui pettegolezzi londinesi. George sarà contento che siate a portata di mano per distrarre le nostre sorelle. Le donne di Haddonfield sono come delle fate. Gli uomini cadono nelle loro grinfie e non capiscono più nulla.»
‘Evita le fate, come se ne andasse della tua stessa vita.’ Il nonno scozzese di Tremaine gli aveva impresso quella lezione nella dura testolina prima ancora che imparasse a camminare.
«Che mi dite di vostra sorella lady Bernita?» chiese Tremaine. La so­rella che faceva diventare preoccupato ed esasperato lo sguardo del fratello e portava il conte ad alzare la voce.
Tremaine non avrebbe mai approcciato uno scopo senza prima informarsi. Sapere chi se la intendeva con qualcuno spesso faceva la differenza tra il chiudere un affare o vedere i profitti finire nelle tasche di qualcun altro.
«Oh, lei.» Bellefonte puntò lo sguardo verso la finestra che dava sui giardini terrazzati in tutta la loro solennità invernale. I roseti erano potati ad altezza ginocchia, di modo che rimanessero solo spinosi cespugli di felce. Ai margini, in lontananza, c’era della neve sporca, e non un solo volatile ravvivava la scena.
Una donna alta e bionda si incamminò verso le stalle lungo un viottolo di bianche conchiglie sgretolate. Indossava un completo da cavallerizza blu scuro – niente cappello con piuma di fagiano – e il frusciante orlo dell’abito era infangato.
Bellefonte la seguì con lo sguardo, l’espressione triste. «Tengo molto a lady Nita. Sarà la nostra rovina.»
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LA SERIE TRUE GENTLEMEN
0.5. A Dukes Disaster (2015)
1. Tremaine's True Love (2015) - Ed.italiana: IL VERO GENTILUOMO, ed.Leggereditore, gennaio 2018 - Tremaine St Michael e Nita Haddonfield
2. Daniel's True Desire (2015)
3. Will's True Wish (2016)
4. His Lordship's True Lady (2017)

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L'AUTRICE
Grace Burrowes è il nom de plume di un'accanita lettrice di romance storico che è poi diventata a sua volta una prolifica autrice di romanzi, vincendo diversi riconoscimenti, fra cui una menzione d'onore dai Romance Writers of America. La Burrowes è inoltre una madre single e un avvocato specializzato in diritto di famiglia e vive in Maryland.
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"THE EXCEPTION": L'AMORE OLTRE LA GUERRA

Metti una sera invernale. Fuori soffia un vento gelido, il divano e una tisana sono l’ideale che ho rincorso durante una lunga giornata di lavoro. Stasera ho deciso di guardare un film. Mi capita sotto gli occhi un titolo: “L’amore oltre la guerra”(The Exception), pellicola del 2016 per la regia di David Leveaux, di produzione inglese. 


La scelta è stata dunque casuale ma ne ho apprezzato ogni singolo fotogramma, lo confesso. Mi è piaciuto davvero tanto anche perché, leggendo le due righe di presentazione, non avevo aspettative così alte. E’ emozionante, coinvolgente e, al contempo, sa anche essere originale. Merita un minimo di attenzione in più rispetto a quanto ho visto, facendo un giro su internet.

Partiamo dalla trama. Ci troviamo nella campagna di Doorn in Olanda. Dal 1920 è in esilio proprio qui il kaiser della Germania, Guglielmo II, insieme alla sua consorte Erminia, principessa del casato Reuss. La cornice storica è quindi interessante e coerente.

E adesso si inserisce l’invenzione, con il benestare delle regole di un romanzo storico come si deve. (Manzoni ne sarebbe contento).
Nel 1941, un ufficiale tedesco viene incaricato di sorvegliare il kaiser. Hitler e i suoi gerarchi, infatti, sospettano che tra la servitù dell’ex capo di Stato tedesco, si sia infiltrata una spia olandese al soldo del Regno Unito. Il Fuhrer non aveva ancora metabolizzato la sconfitta della Battaglia d’Inghilterra dell’anno precedente e considerava ancora gli inglesi il principale nemico in Europa.
Il nostro protagonista, Stefan Brandt, si stabilisce con un manipolo di soldati nella foresteria della villa e inizia le sue indagini. A questo punto ecco lei: Mieke, una domestica assunta da poco, spigliata e disinibita, che si concede all’ufficiale senza tanti ripensamenti. “Lo volevo anch’io”, gli dice quando lui vuole quasi scusarsi per averla sedotta. Una donna in gamba, che sa quello che vuole, insomma.

Con una scusa banale, Brandt si stabilisce all’interno della villa e gli incontri con la bella Mieke diventano più semplici. I due si confidano. Si raccontano le reciproche debolezze, e lei gli confessa una terribile verità: è un’ebrea a cui hanno ucciso tutta la famiglia, marito compreso. Lui, mostrando una tortuosa cicatrice su un addome su cui si possono contare tuuuutti i muscoli possibili e immaginabili, ammette di essere un’eccezione: ha risparmiato dei civili durante un’operazione di rastrellamento e solo il suo comportamento valoroso (vedi appunto cicatrice di guerra) gli ha permesso di rimanere al suo posto nelle gerarchie militari. Il nostro eroe pensa con la sua testa e ha ben chiaro il significato della parola “onore”, che non è poco.
L’ufficiale la ama davvero e non ha nessuna intenzione di denunciarla, anzi. Cerca in ogni modo di proteggerla. Avrà il suo bel da fare: la spia che deve scovare è proprio lei che lavora per Churchill.

A complicare una situazione già di per sé difficile, giunge improvvisa la visita di Herman Goring, braccio destro di Hitler, con una proposta allettante per il kaiser: essere reintegrato nel suo ruolo di rappresentante della grande Germania. In realtà è solo un’operazione di propaganda ma quanto basta per convincere Mieke ad uccidere Guglielmo II, dietro il benestare dei servizi segreti inglesi.
Non ce la farà: il kaiser avrà un malore. Ma sarà proprio il vecchio monarca a salvare la finta cameriera. A bordo di un camioncino su cui trasporta un consenziente e malato Guglielmo II, l’eroico Brandt farà fuggire la ragazza.
In una giornata umida e fredda nel bel mezzo di una radura boscosa, Mieke e Sefan si separano con la promessa di ritrovarsi alla fine del conflitto.
Lei trova rifugio a Londra da dove scriverà lettere all’ufficiale tramite la Croce Rossa. Lo aspetta, è in buona salute ed è incinta.

Il film regge bene il ritmo degli eventi e coinvolge lo spettatore. Non è il solito polpettone romantico, ma presenta quella sfumatura thriller che tiene desta l’attenzione con
una buona dose di suspense. Fino al termine della pellicola, chi lo guarda rimane sospeso nell’incertezza, anche se il cuore di tutte noi batte per il coraggioso e leale Stefan e la bella Mieke.
Mi è piaciuta poi l’originalità della trama: un amore nato in un momento terribile della storia dell’umanità che riesce a crescere, nonostante tutto. Una luce di speranza in mezzo ad un mondo buio. E’ comunque un messaggio che funziona anche adesso, in fondo.

Ancora qualche curiosità. Gli attori: Stefan Brandt è interpretato da Jay Courtney, l’Eric della serie “Divergent” e Mieke è Lily James, l’Ella del film Disney “Cenerentola”.

A mio parere, però, avrebbe reso molto meglio, anche per la versione italiana, il titolo originale inglese: “The exception”. L’idea dell’eccezione, infatti è il filo

rosso del film che ripropone diverse volte tale concetto. Sia Stefan che Mieke rappresentano due eccezioni all’interno di un mondo che sembra impazzito e che vuole distruggere tutta la bellezza della vita. A modo suo, anche il vecchio e malato kaiser (interpretato da Christopher Plummer) è un’eccezione: salva la vita ad una domestica che per giunta voleva ucciderlo.
Infine: per le amiche che conoscono bene l’inglese. La pellicola è tratta da un romanzo non ancora tradotto in Italia, “The Kaiser’s last Kiss” di Alan Judd, edito da HarperCollins. Se ne avessi le capacità lo leggerei senza dubbio. Nell’attesa, godiamoci il film.


A testimonianza dello scarso seguito trovato in Italia, ho trovato solo un trailer in inglese





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LO PUOI TROVARE IN STREAMING QUI

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