I RACCONTI DI ROSSO FUOCO: 'SILVER NIGHTS' di Monica Lombardi

*Attenzione! La lettura di questo racconto è consigliata ad un pubblico adulto.*



Erano otto mesi che Alicia Silver praticava la professione e aveva già il suo personale, efficace sistema di catalogare i clienti. Frank Dormand, architetto tra i più noti in città, era un ‘attore’. Nei suoi confronti Alicia non doveva porsi come una prostituta ma recitare di volta in volta il ruolo di cameriera, cliente del bar, addetta al guardaroba, a seconda del copione concordato telefonicamente. Il tutto al fine di creare in lui l’illusione del sesso conquistato, non pagato. Tanto che il pagamento le arrivava il giorno dopo con un bonifico. Insolito, ma perfettamente accettabile.
Del resto, Alicia – Silver era un nome d’arte, le era sembrato glamour e le ricordava Alicia Silverstone, a cui vagamente assomigliava – non aveva scelto quel mestiere per i soldi. Se fossero stati quelli a interessarle, le sarebbe bastato rimanere a casa di paparino, lavorare per lui, sposare l’uomo che le aveva caldamente raccomandato e non avrebbe più dovuto pensare a una bolletta in vita sua. Ora i soldi non erano tutto ma... facevano comodo.
E così, eccola dietro al bancone del bar, a un’estremità per non infastidire chi stava davvero lavorando e per non confondere gli altri clienti. Era una barista solo per lui. Cinquant’anni compiuti da un po’, un fisico ancora passabile ma non più fresco e una stempiatura evidente, Frank Dormand le faceva tenerezza, e andarci a letto era quasi come compiere una buona azione. E poi, recita a parte, era uno abbastanza convenzionale. Due o tre posizioni, un po’ di sesso orale, ma niente sculacciate o aggeggi strani. Quelli li passava a Monna Lisa – nome d’arte anche il suo, ovviamente. Lisa sì che era una vera bad girl: le piaceva trattarli male, i suoi clienti, e tutti i maschi sub della città prima o poi passavano da lei. Alicia amava la varietà ma non sopportava frustini, manette e menate varie. Ed evitava i gruppi come la peste, a eccezione di qualche three-some con Monna e i suoi clienti migliori. Lisa era un’amica, era divertente farsi un maschio consenziente insieme a lei.
La scenetta stava giungendo a conclusione. Fece un segno a Chris, il capo barman, per ringraziarlo e scivolò fuori da dietro il bancone. Frank le sfiorò il gomito con la mano, da vero gentiluomo qual era, per condurla verso l’uscita. Monna era avvinghiata a uno dei suoi atleti preferiti su un divanetto in penombra, fece in modo di passarle davanti per farle capire che si stava spostando verso l’albergo dall’altra parte della strada. Albergo e night club appartenevano allo stesso proprietario, che non era un pappa ma le lasciava lavorare in pace perché portavano clienti in entrambe le strutture, e tutti vivevano felici e contenti. Considerando che cosa c’era sulle strade, quello era il paradiso.
Quando pochi minuti dopo entrarono nella stanza che Dormand aveva regolarmente pagato, Alicia richiuse la porta con forza, facendola sbattere, lo spinse con le spalle al muro e alzò una gamba, in modo da fare scivolare la minigonna in alto e fare aderire le zone inguinali, strusciandosi contro la sua erezione. A Frank piacevano entusiasmo e iniziativa, lo aiutavano a sentirsi irresistibile. E il fatto che il suo sesso fosse già sull’attenti dimostrava che Alicia aveva fatto bene il suo lavoro fino a quel momento.
Quando era entrata nel settore del sesso a pagamento le era stato subito chiaro che l’intuito nel leggere la psiche umana le sarebbe stato più utile della conoscenza di tecniche particolari. Un tipo di intuito che ad Alicia Silver, nata Blake dei Blake di San Francisco, non era mai mancato. Ancora ragazzina, aveva capito che sua madre era una donna a cui i soldi e un marito despota avevano succhiato quel poco di personalità che poteva avere avuto, lasciandola dura e insapore come la chela di un’aragosta svuotata. E che per suo padre erano entrambe degli asset, proprietà da sfruttare, niente di più, niente di meno. Si sentiva molto più a suo agio con i suoi clienti che non a casa con mamma e papà.
Frank la stava spogliando e Alicia tornò a concentrarsi su di lui. Forse le donne di strada potevano mettere il pilota automatico, non le compagne di letto da 1.000 dollari a notte come lei e Monna. Il sesso era dare e ricevere piacere, e libido, curiosità e una certa attitudine alla sperimentazione non le erano mai mancate. L’idea di quella fuga dalla sua gabbia dorata non le era forse venuta quando daddy dearest era andato su tutte le furie perché l’aveva beccata a scoparsi il giardiniere? Un fior fiore di giardiniere, in ogni senso.
Dormand la sollevò da terra e la trasportò  verso il letto.
“Wow, sei forte”.
Lui rise e le morse l’orecchio. Con delicatezza. Il suo architetto stava attento a non farle mai male.
Quando furono entrambi stesi, Alicia lo fece ruotare sulla schiena per mettersi a cavalcioni sul suo corpo massiccio. Si sciolse i capelli scuotendoli e si sfilò la maglietta aderente.
“Allora, ora che hai la mia totale attenzione, cosa vuoi che facciamo?” gli chiese, abbassandosi su di lui in modo che il pizzo del reggiseno gli sfiorasse le labbra.
A Frank Dormand piaceva spogliarla con i denti.

Al Deep Blue, Jack Ross aveva seguito con gli occhi la falsa barista e il suo cliente fino a quando non erano scomparsi in cima alle scale che portavano fuori dal locale. Non gli era sfuggito il giro largo che la ragazza aveva fatto in modo da passare davanti alla sua amica, la sventola nera con le gambe più lunghe di una giraffa che abitava accanto a lei. Aspettò che la sventola smettesse di slinguare e farsi slinguare dal marcantonio sul quale era praticamente stesa e, approfittando di una gita in bagno di quello che, se non ricordava male, era una riserva dei Lakers, le si avvicinò.
“Ho un messaggio per la tua amica”.
La Venere nera lo squadrò, per nulla intimorita dal fatto che lui le stesse torreggiando davanti. E Jack sapeva torreggiare bene.
“Quale amica?”
“Quella che stava giocando a fare la barista poco fa”.
Gli occhi scuri della donna gli scivolarono addosso, senza celare palese apprezzamento per quello che vedevano. Jack era alto più della media e aveva spalle più larghe della media, con fianchi stretti e addominali piatti. Il viso rude che lo specchio gli rimandava ogni mattina gli sembrava selvatico prima di sbarbarsi, niente di che dopo essersi sbarbato, ma sapeva per esperienza che quel tipo di rudezza un po’ Timberland alle donne poteva piacere.
“Ti sembro una segretaria?”
“Se così fosse, ti avrei già proposto l’assunzione”.
La Venere nera sorrise, esattamente il tipo di sorriso che ci si poteva aspettare da una prostituta esperta e sicura della propria bellezza, in grado di stringere qualsiasi uomo tra le gambe lunghissime.
“Mi piacciono gli uomini che hanno il senso dell’umorismo”.
“Allora, glielo dirai?”
“Che cosa?”
“Che la voglio incontrare. Domani sera, qui, a quest’ora”.
E senza aggiungere altro, si diresse verso l’uscita.

La camera era molto più elegante e spaziosa di quelle dell’albergo dove andavano di solito, con un letto King size che sembrava pensato più per un imperatore che per un re. Ma fu nel momento in cui Alicia vide il bagno, con i marmi scuri che brillavano sotto la luce dei faretti e la parete a specchio, che le scappò un ‘wow’. Era cresciuta in una casa con tredici stanze, ma quella stanza da bagno era una festa per gli occhi. E aveva una Jacuzzi che le sussurrava “usami, usami”, irresistibile come una sirena.
Quando tornò a voltarsi, Jack Ross era in piedi a un paio di metri da lei e la stava osservando. Le capitava spesso di scoprirlo fermo a fissarla, con uno sguardo che la faceva sentire bella, desiderabile e... a disagio. Nelle ultime due settimane, dalla sera cioè in cui le aveva dato appuntamento al Deep Blue, Jack Ross era diventato prima il suo miglior cliente, poi il suo unico cliente, visto che chiedeva di vederla ogni sera.
Eppure, ancora non riusciva a inquadrarlo.
“Hai voglia di un bagno?” le chiese con quella voce calda e profonda che attivava piccole vibrazioni in tutto ciò che di femminile c’era in lei.
Come al solito, gli bastava leggere la sua espressione, seguire la direzione del suo sguardo, per indovinare i suoi pensieri.
“Tu no? Guarda che piscina abbiamo a disposizione”.
Lui sorrise, un sorriso che aggiungeva fascino al suo volto già attraente ma che non riusciva mai a dissipare l’aura di serietà, di intensità che emanava. Se non fosse stato così dannatamente sensuale, quell’intensità l’avrebbe preoccupata.
Senza attendere la sua risposta, Alicia aprì il rubinetto dell’acqua e cominciò a spogliarsi, lasciando cadere gli indumenti sulle piastrelle grigio antracite e cercando di tornare a concentrarsi sul rapporto fisico. Jack aveva un corpo che sembrava fatto per essere toccato e per soddisfare una donna, era un amante attento alle sue esigenze ma anche incline a sorprenderla. In altre parole, era il cliente migliore che potesse desiderare. Voltandosi verso di lui con addosso solo il completo di pizzo nero, gli rivolse un sorriso provocante e con un dito gli fece segno di raggiungerla.
Appoggiati portafoglio e chiavi dell’auto sul comodino e liberatosi della giacca, Jack le obbedì senza fretta. Si muoveva con la sicurezza di un uomo che era sempre dove voleva essere e sembrava totalmente ignaro del suo fascino, il che lo rendeva molto più sexy ai suoi occhi. Le si fermò di fronte e lasciò che fosse lei a svestirlo.
Doveva smetterla di continuare a domandarsi perché voleva vederla così spesso, o che cosa celasse il suo sguardo imperscrutabile, si ripeté mentre gli slacciava i bottoni della camicia e cominciava a stuzzicargli il torace con le unghie. Doveva piantarla di chiedersi che cosa pensava di lei, che cosa sentiva. Erano tutte domande che avrebbero portato su quel terreno personale che Alicia evitava con cura.
Scopalo e basta.
Di proposito non lo baciò, limitandosi a sfiorargli la pelle con le dita mentre lo spogliava, determinata a mantenere una certa distanza finché non fossero entrati in vasca. E Jack lasciò che fosse lei a condurre il gioco.
Pochi minuti dopo erano immersi in acqua calda profumata di lavanda.
“Questa vasca sembra davvero una piscina”. Gli infilò una mano tra i capelli morbidi, ancora asciutti, e gli intrappolò lo sguardo, avvicinandosi come se intendesse baciarlo. Si fermò invece a pochi millimetri della sua bocca. “Voglio immergermi” sussurrò. “E per farlo, ho bisogno del boccaglio”.
Infilò le braccia nella schiuma, facendogliele scivolare sotto al bacino e sollevandolo verso la superficie. Un ultimo sguardo al suo viso le rivelò che i suoi occhi si erano fatti più scuri, brucianti. Poi Alicia rivolse la sua attenzione in basso, sul membro eretto che era emerso dall’acqua. Abbassò la bocca e lo catturò tra le labbra, scivolando lentamente quanto più poté verso la base. Spostò le gambe orientandole al meglio, strinse forte, e si immerse.
Sentì le mani di Jack correrle in un massaggio sensuale lungo la spina dorsale, poi affondare sott’acqua stringendole a coppa i seni. Quando le pizzicò i capezzoli, rischiò di lasciare la sua presa e bere acqua, ma non lo fece. Non ebbe il tempo di pensare a quanto avrebbe potuto resistere in apnea, perché le sue mani le si strinsero intorno ai fianchi e la risollevarono fuori.
“Respira” le intimò.
“Non...”
Quella bocca sensuale si impadronì della sua, tornando a bloccarle l’accesso all’ossigeno.
Uno dei vantaggi di procrastinare i baci, con Jack Ross, era che arrivava sempre il momento in cui lui si stancava e si riprendeva tutto ciò che non gli aveva ancora dato con gli interessi. Era un tipo di bacio che le toglieva la capacità di pensare.
Si aggrappò con le mani al suo corpo nudo, cercando di attirarlo contro il suo, anelando a farli aderire completamente, ma quel tronco di muscoli non si spostò di un centimetro. Le labbra che le avevano rubato il respiro si staccarono e di nuovo le mani le afferrarono i fianchi: non aveva la minima speranza di riuscire a opporre resistenza, e forse neanche lo voleva, così lasciò che la girasse, appoggiandosi al bordo della vasca per sostenersi.
Finalmente lo sentì aderire, caldo e scivoloso, ai glutei e alla schiena, e il glorioso intruso le si infilò in mezzo alle cosce.
Le spostò i capelli e le sfiorò il collo con le labbra, poi le mordicchiò il lobo.
“Qualche altro gioco in mente, mia piccola sommozzatrice?”
I brividi erano per l’aria sulla pelle bagnata, per la voce sensuale e il solletico del suo respiro sull’orecchio. E per l’anticipazione di quanto stava per accadere più in basso.
“Non ora, no” riuscì a sussurrare, compiendo piccoli cerchi con il bacino in modo da stuzzicare la punta del suo membro, già posizionato contro il suo stretto ingresso.
Spinse leggermente verso il basso, in un chiaro invito, e Jack la penetrò con un colpo sicuro, mentre una mano scendeva sul ventre e poi più in basso, e l’altra saliva ad accarezzarle il seno. Rimase un istante immobile, quasi stesse anche lui gustando quell’unione, tenendola ferma contro di sé. Poi cominciò a muoversi, arretrando e riaffondando, lentamente prima, quindi con intensità crescente.
Scopalo e basta, tornò a dire la voce del suo buon senso. Se lo ripeté come un mantra al ritmo delle sue spinte, finché il significato delle parole non si fece sempre più rarefatto, per svanire del tutto quando l’orgasmo la travolse.
Non. Mi. Basta!
Era stato il cuore vibrante della donna a esplodere insieme al corpo, due entità di sole sensazioni che avevano parlato, urlato in perfetta sintonia nel momento in cui erano state libere dal controllo della ragione.
Un’insana debolezza l’avvolse, e sarebbe scivolata se lui non l’avesse prontamente afferrata. Come sapeva che avrebbe fatto.
Non fu la vulnerabilità che quel grido silenzioso aveva rivelato, a spaventarla. Si era sentita vulnerabile altre volte, e sapeva che la sua solida corazza sarebbe presto intervenuta a proteggerla. A farla sentire esposta, indifesa fu piuttosto la certezza che lui l’avrebbe accolta, afferrata, e il senso di conforto e protezione che aveva provato quando l’aveva fatto.
Si impose di riprendere contatto con il suo corpo per dimenticare quei pensieri scomodi. Jack le stava ancora accarezzando il ventre e il seno, mentre la guancia, ispida della barba della giornata, le solleticava la spalla.
“Abbiamo allagato il bagno”, sussurrò, tanto per dire qualcosa.
“Credo che le cameriere ci siano abituate”.
“Dici che si portano dietro una pompa, quando vengono a pulire?”
Il suo umore era ancora serio, lo percepì dal modo lento e concentrato in cui la toccava. Forse voleva ricominciare. Per lei andava bene. Sembrava non stufarsi mai di lui.
Invece, provocando l’ennesima ondata, si staccò da lei e uscì dalla vasca. Afferrò un grosso telo da bagno bianco e morbido e glielo aprì davanti in un chiaro invito ad alzarsi e lasciarsi avvolgere.
Jack Ross, non puoi essere vero.
Con un leggero bacio sulla guancia, glielo fermò sopra il seno, quindi ne prese uno per sé. Alicia lo osservò nel riflesso del grande specchio, e presto quegli occhi scuri incrociarono i suoi. Gli stessi di sempre, seri e indagatori.
Ti diverti davvero come sembra?”
La domanda la sorprese. Erano poche le cose ancora in grado di sorprenderla. Abbassò lo sguardo sul piano lucido, poi si voltò, affrontandolo.
“Certo. Tu no?”
“Perché?”
“Perché mi diverto? Jack Ross, tu rappresenti alla perfezione il motivo per cui ho scelto questa vita. Sesso consenziente tra adulti, dell’ottimo sesso consenziente, in questo caso, senza complicazioni”.
“Ti pago”.
“Beh, solo perché una donna deve pensare alle bollette e a mangiare, e se non vuole l’aiuto di paparino, deve inventarsi qualcosa”.
Si pentì subito del riferimento al padre, anche se lui probabilmente non gli avrebbe dato peso, non avrebbe saputo interpretarlo. Preoccupata che potesse indagare oltre, gli strinse le braccia attorno ai fianchi e prese a posargli baci umidi e leggeri sul torace.
E ora ha qualche altro gioco in mente, il mio grande investigatore?”
Lo sentì irrigidirsi appena. Poi con un movimento che la prese alla sprovvista si chinò e la sollevò, portandola verso la camera.
“Ci sarebbe questo letto che assomiglia a una piazza d’armi...” le disse con voce rauca, contro l’orecchio.

Avevano finito con il passare tutta la notte in albergo. Jack l’aveva accompagnata a casa all’alba, e lei l’aveva salutato con un “dormirò per una settimana”. Seguendola con gli occhi mentre saliva i gradini della palazzina dove abitava porta a porta con Monna Lisa, pensò che non aveva nessuna voglia di trascorrere una giornata intera senza di lei.
Che cosa faceva durante il giorno? Fino a che ora avrebbe dormito? Che faccia avrebbe avuto al risveglio? Era una tipa da pantofole e pigiama o stava vestita anche in casa? Queste e molte altre erano le cose che avrebbe voluto scoprire su di lei.
Sapeva che non avrebbe dovuto accettare quell’incarico, ne era stato perfettamente consapevole, anche se i motivi gli erano sembrati legati ad Andrew Blake III e al sospetto che fosse invischiato in affari non del tutto legali. Era una di quelle situazioni che avevano il semaforo rosso disegnato su tutti i lati. Eppure aveva accettato, e quando Alicia l’aveva chiamato ‘investigatore’ gli era quasi preso un colpo. La prima piccola incrinatura dopo una serie incredibile di notti perfette, un’incrinatura che aveva provocato con le sue domande. Non era stato però l’investigatore a chiedere; era l’uomo che voleva sapere.
Pensò che non avrebbe avuto senso appostarsi sotto casa sua come aveva fatto altre volte mentre dormiva, così decise di mettere a frutto la giornata in altro modo. Perché a una conclusione era arrivato, in quelle due settimane. Se Blake aveva ingoiato lo smacco della figlia e l’aveva lasciata stare per otto mesi prima di assoldare qualcuno per sorvegliarla da vicino, significava che era accaduto qualcosa che l’aveva spinto a farlo. E Jack sperava che l’agendina che aveva preso dalla borsa di Alicia mentre era in doccia l’avrebbe aiutato a capire che cosa.
Un altro pensiero lo colpì, mentre l’auto si staccava dal marciapiede. Prima o poi Blake sarebbe venuto a sapere che si stava scopando sua figlia, pagandola con i soldi del suo lauto anticipo. E allora, Jack avrebbe avuto un problema.
Niente però al confronto di ciò che sarebbe potuto succedere se Alicia avesse scoperto chi era.

“Dove l’hai trovata?” chiese Alicia a Jack infilando l’agendina in borsa.
L’ha trovata la cameriera che ha rifatto la camera stamani, mi hanno chiamato all’ora di pranzo”.
Alicia si girò e cominciò a spogliarlo. Non lo vedeva da poco più di dodici ore ma lo voleva nudo, sopra e sotto di sé. Jack Ross creava dipendenza.
Quando gli ebbe tolto anche i boxer, salì sul letto e si sfilò lentamente la minigonna e la camicetta trasparente, continuando a fissarlo.
“Vieni qui”. Era rimasta in perizoma e bustino di pelle nera. Certi indumenti preferiva farseli levare da lui.
Il materasso si inclinò quando Jack la raggiunse, e quando si stese sopra di lei si sostenne con un braccio per non schiacciarla.
Sono troppo grosso per te”.
Mi piace grosso” rispose, premendo le mani sulle sue natiche nude.
Il suo sguardo si rabbuiò, e tra le folte sopracciglia si formò la ruga che ormai conosceva bene.
Non recitare le tue battute con me”.
“Perché no?”
Si divertiva a farlo arrabbiare un po’, gli piaceva l’espressione burbera che assumeva.
Non voglio essere come gli altri. E non mi dire ‘non lo sei’, non ti crederei”.
Le sue mani continuavano a stuzzicarlo, le dita gli tracciavano leggere il solco tra le natiche, ma lui sembrava rimanere impassibile.
Mi stai accusando di essere una lingua biforcuta?”
Jack le sfiorò le labbra con il polpastrello ruvido del pollice. Cercò di morderlo ma non fu abbastanza rapida.
Ho vista la tua lingua su varie parti del mio corpo. E so che non è biforcuta”.
E prima che potesse fermarlo si alzò, dandole le spalle.
Dio, Jack, hai un culo da paura. Te l’ha mai detto nessuno?” Batté la mano sul materasso. “Torna qui, stavamo parlando di quanto sei grosso, era un argomento interessante”.
Quando non le rispose, ne fu sorpresa.
Cosa c’è?”
Di solito rispondeva a tono ai suoi scherzi. Che cosa poteva aver detto questa volta che non gli era andato giù?
Monna Lisa è al Deep Blue?”
“Sì. Perché?”
“Chiamala”.
“Perché?”
Tu chiamala. Dille di raggiungerci. E’ una richiesta di un tuo cliente”.
Si voltò e le rivolse uno sguardo di... sfida? Talmente determinato da bloccare sul nascere l’idea di rifiutare che stava prendendo forma nella sua testa. Quasi guidata dal pilota automatico, afferrò il cellulare dal comodino e digitò un breve messaggio per l’amica. L’aveva fatto altre volte, si ripeté mentre aspettavano. E allora perché quel senso di disagio? Cercò inutilmente di aggrapparsi ai suoi pensieri, che continuavano a sfuggirle, sfaldandosi.
Ciò che seguì accadde in modo confuso, come se nella sua testa ci fosse un rumore di sottofondo, un’interferenza che le impediva di ricevere bene il segnale dalla realtà che la circondava. Le sembrava di essere ubriaca, o drogata, anche se non aveva bevuto e non faceva uso di droghe.
Registrò l’ingresso dell’amica nella stanza, la vide strusciarsi contro Jack, passargli un braccio attorno al collo e allungarsi in modo da sussurrargli qualcosa all’orecchio. Un pensiero scomodo emerse da una remota parte funzionante del suo cervello: il corpo statuario di Monna Lisa aderiva a quello di Jack molto meglio del suo, e il fatto che Jack non si fosse infilato, nell’attesa, neanche i boxer le fece venire voglia di urlare.
Monna fu la prima a raggiungerla sul letto, poi arrivò Jack che si mise in mezzo a loro, girandosi in modo da darle le spalle. Capì anche senza riuscire a vedergli le mani che stava cominciando a spogliare l’altra donna. Sapeva che si aspettavano che lei gli aderisse contro la schiena, stringendolo tra loro, ma non riusciva a muoversi. Non faceva altro che chiedersi dove Monna avesse le mani in quel momento.
Che cos’era successo? Come erano potuti passare da una serata che si profilava perfetta a una situazione che le faceva venire voglia di prenderli entrambi a schiaffi? E perché non gli aveva detto semplicemente di no?
Jack ruotò e all’improvviso fu sopra Monna. Il corpo di Alicia riprese improvvisamente a funzionare, si mosse rapida e lo prese per le spalle. Era la più piccola dei tre ma scoprì di possedere una forza insospettata, in grado di allontanare quel pezzo d’uomo dalle lunghe gambe scure pronte ad accoglierlo.
“Che cazzo...”
Era stata la voce sensuale di Monna a parlare. Jack non disse nulla. Appoggiato di traverso sul materasso, così come la mossa di judo fai-da-te di Alicia l’aveva lasciato, non sembrava sorpreso. Si limitava a osservarla.
Con un movimento fluido, Monna scivolò fuori dal letto, riaggiustandosi la minigonna che era stata alzata fino alla vita.
“Ehi ragazzi, se volete che guardi e basta, avete scelto la donna sbagliata”.
Non sembrava offesa, solo scocciata. Alicia non riuscì a staccare lo sguardo da lui, ma con la coda dell’occhio la vide afferrare la borsa e andare verso la porta.
“Scusaci Monna” disse Jack, anche lui senza voltarsi. “Tu sei strepitosa. E’ la signora qui che ha cambiato idea”.
La porta si aprì e si richiuse. Erano di nuovo soli.
Si mossero insieme, uno verso l’altra. Questa volta Jack non cercò di scontarle niente, del peso che la fece affondare sul materasso, né lei l’avrebbe voluto. Il perizoma venne strappato, esattamente come Alicia aveva desiderato fin dall’inizio. Rotolarono avvinghiati sul letto e un paio di volte Alicia si trovò sopra di lui, e con le unghie gli graffiò le spalle come a volerlo punire. Poi Jack la schiacciò di nuovo sotto di sé ed entrò in lei. Alicia gli strinse le gambe intorno ai fianchi cercando di dimenticare l’immagine di un altro paio di gambe attorno a lui. Spinse il bacino contro il suo con forza. Voleva essere invasa fin dove lui riusciva a spingersi, e oltre. Lasciandosi possedere, lo possedeva, lo faceva suo. Solo suo. Assecondando il suo ritmo impetuoso, sollevò la testa per mordergli la spalla, quasi a volerlo marchiare. E quando lui si irrigidì e cominciò a tremare, si lasciò anche lei trascinare dalle ondate di puro calore, abbandonandosi a bagliori di orgoglio e vittoria, vagamente conscia del confine che era stato abbattuto, sfiorando verità che non voleva ancora guardare in faccia eppure erano lì attorno a loro. Scritte a lettere cubitali.
Per non crollare su di lei, Jack ruotò su un fianco portandola con sé, senza staccare i loro corpi. Per un po’ rimasero stretti in silenzio. Cosa insolita, fu lui il primo a parlare.
“Allora, che succede quando una squillo diventa possessiva con un suo cliente?”
Accasciata contro di lui, Alicia aveva ancora la mente sparpagliata per la stanza, il corpo nebbia impalpabile che si stava lentamente ricondensando nei suoi confini. Non avrebbe potuto trovare la voce per parlare, neanche volendo.
Non fu quello il motivo per cui non rispose. Conosceva la risposta, la vedeva lì sul molo, pronta a salire a bordo. Ma il capitano della nave non possedeva la bussola per tracciare la rotta del nuovo viaggio.

Qualsiasi cosa passasse nella testa di Jack, doveva essere molto meno confuso e agitato di lei, perché si appisolò poco dopo.
Alicia allungò una mano sul comodino per afferrare il cellulare. Voleva mandare un messaggio a Monna. Ottimo, si era scaricato. Con un altro cliente, si sarebbe vestita e sarebbe scesa al Deep Blue per parlarle di persona, ma non le andava di sgattaiolare fuori dalla stanza lasciandolo lì da solo, e non voleva fermarsi a pensare perché.
Cercando di non fare rumore, scivolò giù dal letto e si avvicinò ai vestiti di Jack, ancora ammonticchiati per terra nel punto dove glieli aveva tolti. Tastò giubbino e pantaloni e in una delle tasche posteriori dei jeans trovò quello che cercava. Sfiorò lo schermo che si illuminò: il cellulare era acceso ma era stato silenziato. Sbloccò la tastiera trascinando il simbolo apposito sul touch screen e fu allora che la vide.
Una chiamata senza risposta.
Da un numero che conosceva bene.
Le sembrò che qualcuno le avesse tirato un gancio che la fece barcollare, rischiando di mandarla al tappeto.
Poi un’ondata gelida l’attraversò, irrigidendola. Con movenze quasi meccaniche si rialzò e andò verso il letto, dal lato occupato dall’uomo addormentato, coperto fino alla vita dal lenzuolo.
Non cercò di trattenere la rabbia, nello scossone che gli diede per svegliarlo. Jack sobbalzò, le palpebre schizzarono verso l’alto e la destra scivolò sotto al cuscino. Mezzo respiro dopo era seduto e la trapassava con uno sguardo furente.
Sei impazzita? Sei fortunata che non fossi...”
La sua mano si era infilata di riflesso sotto al cuscino. Come se stesse cercando qualcosa.
“Cosa?” gli chiese. “Armato?” Si allontanò di un passo, per mettere più distanza tra loro. “Chi diavolo sei?”
Jack fece scivolare le gambe nude fuori dal lenzuolo, appoggiandole sulla moquette. Alicia sollevò una mano davanti a sé, un invito perentorio a restare dov’era.
“Lascia che ti dica quello che già so” intimò, “prima che ti sprechi in inutili, penose bugie”. La sua voce era dura. Ricordava quel tono, lo usava sempre negli scontri con i suoi. “Lavori per mio padre. Hai il suo numero privato, che dà solo a chi deve riferire direttamente a lui. Sei... vediamo... un investigatore privato? Una delle sue guardie del corpo? Ma non devi essere di qui, altrimenti i ragazzi al Deep Blue ti avrebbero riconosciuto e mi avrebbero avvertito. San Diego?”
San Francisco”.
Il fatto che non cercasse di negare la sorprese. Nella sua vita, non era stata abituata alla sincerità.
“Ah, ovvio. Paparino ti ha cercato vicino a casa”.
Hai ragione a essere arrabbiata ma...”
Ti ha dato anche i soldi per scoparmi?” La sua voce si era fatta più acuta, ora che stava andando sul personale. “Cos’è, li metti in nota spese? Magari con l’aggiunta di una descrizione. Sesso orale in vasca da bagno, 2.000 dollari. Paparino è soddisfatto? E tu, sei rimasto soddisfatto?”
Jack si alzò. Non si era mai sentita intimidita dalla sua altezza e dal suo fisico imponente, le aveva anzi sempre ammirate. Ma ora si sentì minacciata.
Ho speso l’anticipo che mi ha dato, è vero, altrimenti non potrei permettermi i tuoi prezzi. Il che significa che non guadagnerò un dollaro, da questo caso”.
Dio, sono un caso” replicò Alicia con tutto il disprezzo che riuscì a mettere nella voce. “Non ero niente quando abitavo in casa sua, e ancora non sono niente. Né per lui, né per te”. Jack stava scuotendo la testa, senza smettere di fissarla con un’intensità che faceva male, ma scelse di ignorarlo. “Ho appena offeso la mia migliore amica perché non sopportavo di dividerti con lei, e per che cosa? Per farmi scopare da uno scagnozzo del papà dell’anno”.
Per un attimo, Jack venne portato fuori rotta da quell’affermazione. Il suo comportamento di poco prima aveva parlato da solo, rivelando esattamente ciò che lui aveva sperato. Ma sentirglielo dire, sentirglielo ammettere gli diede un’emozione forte che per un attimo lo privò della capacità di pensare. Si riscosse subito. Non poteva permetterselo, non in un momento così importante.
Ti ha detto che ha cercato anche lui, di farmi prostituire?” continuò intanto Alicia, la voce graffiante di rabbia, l’espressione indurita, gli occhi accesi da odio puro. “Voleva che sposassi un suo socio in affari che aveva venticinque anni più di me. Venticinque”.
Jack era un uomo d’azione ed era sempre stato più bravo con i fatti che con le parole. Scattò dal letto e la spinse contro il muro, immobilizzandole le mani con uno dei suoi grossi palmi e stringendole la gola con l’altro, solo quel tanto che bastava per farla tacere e attirare la sua attenzione.
Hai tutto il diritto a essere arrabbiata perché non ti ho detto chi ero” sibilò, la bocca a pochi centimetri dall’ovale perfetto di quel viso che l’aveva stregato. “Ma usa quel cervello che ho visto al lavoro e so funzionare benissimo per capire perché l’ho fatto. E soprattutto, perché l’ha fatto lui”.
La vide sforzarsi di controllare la paura che la sua mossa repentina aveva scatenato, ma l’odio e la delusione sottostanti erano uno zoccolo troppo duro per permetterle di analizzare la situazione con freddezza.
“Vuole controllarmi, non sopporta ...”
“Perché adesso?” insistette Jack.
I suoi occhi erano ancora furiosi ma stava cominciando ad ascoltarlo. Le lasciò la gola, poi le mani.
Credo che tu sia in pericolo, Alicia” le disse a voce bassa, senza allontanarsi, fin troppo consapevole della nudità di entrambi. Proteggerla e consolarla, solo questo avrebbe voluto fare. Invece doveva ancora convincerla. “Credo che tuo padre abbia fatto o stia facendo qualcosa che ti mette in pericolo. Forse teme che qualche suo nemico ti usi per arrivare a lui. Per questo ha chiamato me, per questo si è mosso adesso, dopo otto mesi”.
Alicia si chinò sotto al braccio che aveva appoggiato al muro e sgattaiolò via. Nonostante la rapidità della mossa avrebbe potuto fermarla, ma non lo fece. La guardò andare a recuperare i vestiti che aveva gettato su una sedia e cominciare a infilarseli con gesti rabbiosi.
Dove vai?”
“A una festa”.
Impossibile. Non poteva avere un altro appuntamento, gli aveva chiesto di rimanere tutta la notte. Era una settimana che vedeva solo lui, non le aveva lasciato di proposito il tempo di incontrarsi con altri clienti.
Una festa?”
Uno dei miei migliori clienti, un uomo innocuo, gentile e onesto”. Aveva calcato ognuno dei tre aggettivi. “Mi ha invitato settimane fa. Ma perché te lo sto dicendo? Non sono affari tuoi”. Quando tornò a sollevare lo sguardo su di lui, era gelido. “Io e te, Jack Ross, abbiamo chiuso”.

La villa di Frank Dormand era sulla spiaggia, a Malibu. Quello stronzo, pensò Jack Ross. Non gliene fregava niente che Dormand fosse uno degli architetti del momento, a Los Angeles. Quello che gli bruciava era che aveva avuto Alicia prima di lui e che, se non avesse fatto in fretta qualcosa per porre rimedio al danno fatto, l’avrebbe avuta di nuovo, dopo di lui.
Forse era la punizione per essersi inventato il giochetto con Monna Lisa, si disse mentre osservava il basso edificio illuminato a giorno. Possibile che dall’alto non capissero che, ogni tanto, bisognava ricorrere a mezzi un po’ drastici per giungere a uno scopo lodevole?
Dalla strada costiera, dell’abitazione di Dormand si vedeva solo il muro di cinta e il tetto. Per questo Jack aveva imboccato lo stretto viottolo che portava alla spiaggia, e dallo slargo dove si trovava aveva una buona visuale della terrazza affacciata sul mare, migliorata dallo zoom della sua Canon digitale. Non era abbastanza vicino da essere visto ma lo era a sufficienza da sentire la musica che arrivava, attutita dall’umidità della notte e dalla distanza, fino a lui.
Sapeva come era vestita Alicia, l’aveva seguita a casa e l’aveva vista uscire con indosso un tubino bordò che la copriva troppo poco per i suoi gusti, i capelli raccolti a mettere in mostra il collo da cigno che si ritrovava.
Perché non aveva voluto ascoltarlo? Domanda stupida, conosceva bene la risposta. Era delusa e arrabbiata. Ferita. Lasciando che la Canon gli penzolasse sul petto, si passò rabbiosamente le mani tra i corti capelli scuri. L’aveva vista uscire sul terrazzo poco prima, l’aveva osservata muoversi a suo agio tra gli ospiti, sorridente e con un bicchiere in mano. Come se fosse esattamente dove voleva essere.
Lui invece no. Non voleva essere lì, nel buio della notte, a osservare da lontano. Voleva essere dentro a quella casa da ricchi per osservare da vicino chi c’era, con chi Alicia parlava, chi poteva costituire un pericolo per lei. Non era solo questione di gelosia: per il settore in cui Dormand lavorava e gli interessi che la mafia aveva sempre avuto negli appalti, qualche giorno prima era giunto alla conclusione che era stata proprio la regolare frequentazione dell’architetto da parte della figlia che aveva fatto scattare in Blake il campanello d’allarme. Quando quella mattina aveva scoperto che Blake era a capo del gruppo che gli aveva commissionato l’ultimo progetto, l’ultimo pezzo del puzzle era andato al suo posto. La sua teoria era che Dormand e Blake stessero cercando di tagliare fuori le persone sbagliate. E Alicia rischiava di andarci di mezzo. Per questo, quando aveva capito che la festa era proprio a casa di Dormand, un’ondata di panico gelido come l’acqua dell’oceano di notte gli era entrata nelle ossa. E il gelo non se n’era ancora andato.
Risalì il sentiero fino quasi al ciglio della strada, in modo da vedere il cancello e le auto parcheggiate lungo la carreggiata. Stava ragionando sulle probabilità di riuscire a intrufolarsi alla festa fingendosi un fotografo senza avere le credenziali quando li vide. Due SUV con vetri scuri che procedevano troppo vicini per non essere insieme. Non l’auto tipica con cui recarsi a un party esclusivo, pensò, vedendoli rallentare.
Non appena scorse il manipolo di uomini che scese dai due veicoli cominciò a muoversi verso la villa, leggermente chino per evitare che la sua alta sagoma si stagliasse contro l’orizzonte rischiarato dalla luna.
Raggiunse il giardino in tempo per vedere i due vestiti in modo più elegante salire con calma i gradini che conducevano all’ingresso e un paio d’ombre sparire oltre l’angolo dell’edificio. Seguì le ombre, le vide scavalcare il parapetto del balcone che correva lungo il lato nord della casa. Invece di imitarli, continuò a muoversi tra le piante a qualche metro dalla costruzione. Davanti a lui, a metà della lunga balconata, oltre una porta finestra con le tende non del tutto tirate individuò il padrone di casa e la donna che cercava, entrambi con un bicchiere in mano, che parlavano con un’altra coppia.
Si mosse in fretta, correndo in direzione della spiaggia fino alla scala che dava accesso diretto all’ampia terrazza. La salì due gradini alla volta, poi si fece largo tra gli ospiti senza curarsi delle proteste per il suo brusco passaggio. Aveva una meta precisa e poco tempo per raggiungerla. Entrato in casa, tagliò il salone prendendo a destra verso un corridoio. Una porta, due porte, doveva essere quella. L’aprì senza esitazione e fu contento di non essersi sbagliato, perché tra gli ospiti che si accalcavano nell’ampio soggiorno aveva scorto i due elegantoni che avanzavano con molta più flemma e nonchalance di lui.
Alicia lo fulminò con lo sguardo, gli altri tre lo guardarono come se fosse impazzito. Forse avrebbe dovuto bussare, per proforma. Passò in rassegna il perimetro della stanza, senza vedere altre porte. Doveva scegliere tra i due mafiosi ben vestiti e gli scagnozzi in terrazza.
“Andiamo a prendere un po’ d’aria” le disse, e senza darle il tempo di reagire le afferrò saldamente la mano. Rivolse un sorriso amichevole a Dormand, a beneficio di chi li stava osservando dall’esterno. “Tornate di là in mezzo alla gente” disse a voce bassa, ferma. “E’ la cosa più sicura in questo momento. I due tizi vestiti di scuro? Non una buona compagnia”.
Senza indugiare oltre, trascinò Alicia verso la porta finestra, cercando di mantenere dei movimenti naturali, come se volesse solo portare la sua ragazza a fare due passi. Il bersaglio doveva essere Dormand, non Alicia, si ripeté. Lei sarebbe stata solo una testimone scomoda, un danno collaterale se avesse avuto la sfortuna di trovarsi con lui. A meno che non volessero colpire Blake tramite lei.
Per questo, nell’uscire in terrazza le fece scudo con il suo corpo, tenendola nella posizione che voleva con un braccio intorno alla vita. Una parte di lui si aspettava da un momento all’altro l’impatto e il dolore bruciante di un colpo andato a segno, perché con la musica che riempiva l’aria notturna non avrebbe mai sentito il pop secco di uno sparo silenziato.
Jack, sei impazzito?”
“Dobbiamo andarcene, in fretta”. La terrazza con la sua folla che offriva copertura era vicina.
“Sei paranoico”.
Appena furono tra la gente la strinse a sé brevemente da dietro, per poterle sussurrare all’orecchio.
“Devi fidarti di me”.
In fondo alla scala che conduceva alla spiaggia, estrasse il cellulare e accelerò il passo, senza lasciare la ferma presa attorno alla sua vita.
“Ti vuoi fermare? Che cazzo sta succedendo, me lo spieghi?” Stava urlando.
Jack si limitò a portarsi l’indice alle labbra, sperando di riuscire a tacitarla.
“Mi chiamo Jack Ross, sono un investigatore privato” disse alla centralinista del 911. “Ho ragione di credere che stiano per verificarsi problemi alla villa di Malibu di Frank Dormand”.
Senza rallentare, si diresse vero un molo che si stagliava di fronte a loro, allungandosi dalla spiaggia al mare come un dito scuro teso a sfiorare le onde.
“Che tipo di problemi? Diciamo che ho visto delle persone introdursi nell’abitazione di Dormand e non credo abbiano buone intenzioni. Sì, lascio il cellulare acceso, potete ricontattarmi a questo numero”.
Riattaccò e attirò Alicia nell’ombra delle travi di legno scuro che sostenevano il pontile.
Vuoi spiegarmi che cavolo sta succedendo?”
“Ho cercato di dirtelo, non mi hai voluto ascoltare”. Scuotendo la testa, trasse un lungo respiro. “Dormand, mafia, tuo padre, appalti, qualcosa del genere”. La guardò, afferrandole entrambe le mani con le sue. “Ma più importante, ho una domanda da farti, una sola: vuoi continuare a prendere le tue decisioni solo per fare incazzare tuo padre, o vuoi cominciare a vivere la tua vita?”
Chi ti dice che non lo stia facendo? E chi ti dà il diritto di farmi sermoni?”
Di nuovo, Jack scosse la testa.
“Non mi interessa che cosa hai fatto finora. Mi interessa che cosa hai intenzione di fare da qui in avanti”.
Prima era solo arrabbiata, ora sembrava confusa.
Sono stufo di San Francisco, ero stufo da un po’ di tempo”, le spiegò. “Ma il mio lavoro mi piace. Potrei ricominciare qui, o a San Diego”.
Alicia si bloccò. Come se degli alieni l’avessero congelata sul posto, o qualcuno avesse premuto il tasto del fermo immagine. Non gli sembrava che stesse più neanche respirando.
Che cosa stai dicendo?” sussurrò, ricominciando a muovere se non altro le labbra.
Non lo so” ammise.
Se questa è la tua tecnica per conquistare una ragazza, sei molto carente”.
La spinse contro il palo del molo. I loro piedi erano immersi nella sabbia molle, e proprio in quel momento l’acqua li raggiunse, bagnando loro le caviglie. La marea stava salendo.
“Non sono bravo con le parole”.
Si chinò su di lei e la baciò, invadendole la bocca con la lingua senza tanti complimenti. Era il bacio onesto e possessivo che non aveva potuto permettersi fino a quel momento e che finalmente poteva concedersi. Era una domanda, una richiesta, una promessa. Sperò di non essersi sbagliato, nel leggere i segnali che lei gli aveva mandato nei giorni, nelle notti che avevano trascorso insieme.
Però non trovo nulla da ridire su questo aspetto della tua tecnica” gli sussurrò Alicia dopo qualche tempo contro le labbra. “Dunque, vorresti che lasciassi la vita?”
Jack annuì.
“Per te?”
Sono un gran pezzo d’uomo. E mi dicono che ho, testuali parole, un culo da paura. Cercherò di non fartela rimpiangere”.
Nella penombra, intravide un sorriso. “So che lo farai”.
Avrebbe voluto portarla alla luce della luna per vederne meglio l’espressione, le emozioni che forse le stavano accendendo lo sguardo. Ma non era prudente.
In fondo, credo che papy si incazzerà di più se scopo con te piuttosto che se scopo con mezza Los Angeles. Sto scherzando” aggiunse rapida, ruotando le mani nelle sue in modo da potergliele stringere. “Però, se accetto dobbiamo definire un po’ di regole”.
Fu allora che seppe di aver vinto. E mentre Alicia ex-Black ex-Silver in-futuro-chissà elencava le sue condizioni, che lui avrebbe accettato senza neanche cercare di negoziare, Jack Ross sorrise. Per essere un caso che non avrebbe dovuto accettare, l’esito era stato sorprendente e molto soddisfacente.
E prometteva di esserlo ancora di più  di lì a venire.

FINE


CHI E' L'AUTRICE


Monica Lombardi è nata a Novara quarantaquattro anni fa da padre toscano e mamma istriana.Diplomata alla Civica Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano e laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università Statale di Milano, è interprete e traduttrice free-lance. Sposata, madre di due figli, vive da trent’anni a Cornaredo, in provincia di Milano, dove si divide tra il lavoro, il suo ruolo di mamma e la sua passione per la scrittura. E' autrice di una serie romantic suspense che ha come protagonista Mike Summers, della Homicide Unit di Atlanta (Scatole Cinesi, LabirintoGambler, a cui presto si aggiungerà un quarto volume, Scacco Matto) e della commedia sentimentale Three Doors - La vita secondo Sam Bolton. Sul blog La mia biblioteca romantica ha già pubblicato, oltre a numerose recensioni, il racconto natalizio Let it snow (qui(classificato 2° in base al voto delle lettrici, 3° parimerito in base a quello della giuria) e  per Le stagioni del cuore, la breve spy story L'altra metà del brivido (qui)  e il romantic suspense Gli occhi della paura (qui



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17 commenti:

  1. Cassandra Rocca23/11/12, 08:05

    In confronto agli altri è casto e puro, però è sexy... ed è bello!
    Mi piace lo stile di Monica, sempre e comunque.
    BRAVA!
    Cassie

    RispondiElimina
  2. Cristina M23/11/12, 09:57

    Sarà anche poco erotico ma lo stile è inconfondibile.
    Una lettura piacevole che lascia la voglia di leggere di più. Voglio di più.... Monica, basta con questi racconti! VOGLIAMO UN ROMANCE!!!! ehehehehe
    ;-)

    RispondiElimina
  3. Molto bello, complimenti! ma... e allargare la trama e farlo diventare un bel romanzo??? ciao
    Maristella

    RispondiElimina
  4. alessandra23/11/12, 14:24

    sono d'accordo con cassandra, non è erotico nel senso puro del termine, però è un buon racconto romance e se non altro si esce dal solito clichè. mi è piaciuto.

    RispondiElimina
  5. bello, sensuale ma non volgare!! il che nn è poco, anzi!

    RispondiElimina
  6. Bello il tuo racconto è stata una lettura piacevole,
    complimenti Monica il tuo modo di scrivere mi piace.
    Susy

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  7. Monica bravissima!! Bel racconto , sensuale e con dei personaggi ben tratteggiati!! Complimenti!

    RispondiElimina
  8. A me è piaciuto moltissimo.
    Sarà che preferisco di gran lunga scene sensuali a quelle esplicitamente erotiche, sta di fatto che qui, tutto il racconto vibbrava di tensione.
    In più la componente suspance, che amo molto.
    Complimenti
    PATTY

    RispondiElimina
  9. Bravissima!
    Mi è piaciuta la storia, i personaggi e il modo in cui hai descritto le sensazioni: originali e mai scontate!
    L'idea dell'investicatore,poi, è davvero sexy!
    Romantico al punto giusto, con quel po' d'azione che intriga!

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  10. Nonostante la protagonista non rientri nei miei canoni preferiti il racconto l'ho apprezzato molto, forse più per il protagonista maschile.....la scelta diventa sempre più difficile siete tutte bravissime!

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  11. Uno schema classico del genere RS, il poliziotto/investigatore/soldato affascinante, protettivo e "alpha" e la bella e dolce damigella in pericolo da salvare, reinterpretato con uno stile fresco, moderno e accattivante. M. Lombardi è veramente brava nel tessere qs trame suspense, sto leggendo il suo "Scatole Cinesi" e vi assicuro che quando vi prende nn vi molla più! Indubbiamente, ogni scrittore, manifesta un'inclinazione e una capacità particolari verso un genere ben definito, penso che M. Lombardi abbia decisamente trovato il suo filone nel RS.

    RispondiElimina
  12. Bello! Veramente, veramente bello!!!!!!
    Complimenti!
    Anna

    RispondiElimina
  13. Brava Monica! Pulita, secca nelle descrizioni senza perderti in mille aggettivi e fronzoli. Una scrittura come piace a me. Bella trama e gestita molto bene sino alla fine. Devi scrivere un romance cara, basta racconti! E deve essere contemporaneo, magari poliziesco...
    Ti dò cinque stelle come a Viviana Giorgi!

    RispondiElimina
  14. Grazie a tutte per i bellissimi commenti <3 E prima ancora, grazie per aver letto :)))

    @Simona, in effetti di rosa-crime all'attivo ne ho tre (il primo è "Scatole cinesi" che ha citato Lady Macbeth <3), con il quarto in arrivo all'inizio dell'anno prossimo. Sicuramente, thriller + romance è un cocktail che trovo inebriante, sia come lettrice che come autrice :D E sullo storico non sono proprio "tarata", trovo difficile scrivere un romance in cui i protagonisti non si possono parlare con il cellulare :P

    RispondiElimina
  15. Carino, tuttavia per essere un racconto che partecipava a un concorso per racconti erotici, le parti hot, oltre che brevi, sono scritte abbastanza male e di per se molto poco intense, specie se si considera il lavoro che Alicia svolge.
    Più romantic suspance che erotico, questo racconto sembra più uno stralcio o un riassunto di un libro più lungo.
    Il finale aperto non è male, tuttavia sono dell'opinione che volendo inserire a tutti i costi l'elemento "giallo/thriller" il tutto abbia perso di mordente, perché alla fine questo scritto non è risultato ne carne ne pesce.
    Non è un erotico e non è nemmeno un romantic suspance. Peccato, perché la scrittura è davvero buona e lo sviluppo della storia abbastanza interessante da spingere a proseguire la lettura.
    Silvia

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  16. Uff il mio commento è sparito :(

    Comunque avevo soltanto detto che era anche per me poco erotico ma molto sexy, (e molto ben scritto) che Monica come sempre nella parte suspense riesce a intrigarmi e che ha sofferto un po' dello spazio limitato: avrei gradito sapere di più di lui!

    Libera

    RispondiElimina
  17. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina

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