L'ASSAGGIO MANCATO di Edy Tassi


Che. Noia.
            Il che era sorprendente. Una festa natalizia noiosa era una contraddizione di termini, un ossimoro. Eppure Sonia era annoiata.
            Si guardò attorno per l'ennesima volta, seduta su un divanetto di pelle color cacao dalla forma incerta e decisamente scomoda.
            Gli addobbi erano carini. Minimali e allo stesso tempo opulenti al punto giusto, per una società sofisticata come La Marchand, con tutte quelle lucine candide che pendevano dal soffitto come migliaia di eteree stalattiti, il grande albero nell'ingresso che si rifletteva in tutte le alte pareti di vetro e decine di vasi di stelle di Natale bianche.
            I bicchieri tintinnavano, fra brindisi e risate. Per non parlare del profumo di cioccolato che permeava l'aria, e del buffet che era un trionfo di finger food sofisticato fatto di bicchierini, cucchiaini, coppettine, bocconcini. Praticamente tutto quello che poteva terminare in ini/ine ed essere infilato in bocca senza improvvisare giochi di equilibrismo con posate, tovaglioli e piatti.
            C'era stato anche il discorso di suo padre, Umberto Garavaglia, il responsabile della grande multinazionale belga, che, oltre a ringraziare come ogni anno i dipendenti, aveva voluto festeggiare il successo di Alto Cacao, la linea di prodotti per la grande distribuzione inaugurata da poco e che già sembrava essere diventata la rivelazione dell'anno.
            Parole sue.
            Però, nonostante i brindisi, i discorsi, il profumo di cacao e compagnia bella, alla fine era una festa natalizia come tutte le altre.
            O forse era a lei che sembrava tale. Perché era la millesima festa a cui partecipava. E il rituale era sempre più o meno lo stesso.
            Le persone erano sempre più o meno le stesse.
            Soprattutto una.
            Si sistemò dietro l'orecchio una ciocca castana fresca di riflessi color marsala e iniziò a giocherellare con il cerchio d'oro che le pendeva dal lobo, mentre con lo sguardo correva a Riccardo, il suo fidanzato. Lo stesso da... quanti anni? Dieci?
            Riusciva a prevedere ogni sua minima mossa, mentre si avvicinava al tavolo del buffet, per prenderle qualcosa da mangiare.
            Era sempre lui a offrirsi di farlo, soprattutto se nei paraggi c'era qualcuno che poteva assistere a quello sfoggio di galanteria. Nel caso specifico, un paio di impiegate de La Marchand, che già si erano prodotte in un paio di commenti su che privilegio fosse stare con un tale cavaliere, di quelli come ne erano rimasti pochi.
            Proprio.
            Socchiuse gli occhi e osservò Riccardo muoversi tra la folla agghindata a festa. Di solito, prima di arrivare a destinazione, si fermava a salutare almeno sei, sette persone. E infatti anche ora, Sonia contò:
            1) suo padre. Si erano visti e parlati già due volte nel corso della serata, ma Riccardo era uno che rispettava le convenzioni sociali e come la recluta che si mette sull'attenti ogni volta che incrocia il generale, anche lui dimostrava di tenere in conto ruoli e gerarchie;
            2) lo chef Massimiliano Vialardi, al quale Riccardo strinse con vigore la mano, prima di immergersi in un'animata e inutile conversazione, probabilmente su quanto fossero strepitose le sue creazioni. Creazioni che purtroppo andavano diminuendo a vista d'occhio. Soprattutto i canapè, la novità culinaria della serata che lei aveva tanta voglia di assaggiare e che, in teoria, Riccardo avrebbe dovuto portarle.
            Ne erano rimasti solo tre.
            3) Caterina. Cosa che Riccardo avrebbe senza dubbio potuto rimandare, tanto la sua amica non si sarebbe offesa. Ma no, lui si preoccupò non solo di salutarla ma anche di dirle qualcosa di divertente, a giudicare da come lei scoppiò a ridere. O forse si stava solo dimostrando educata, pensò Sonia caustica. Di certo l'umorismo non era uno dei tratti peculiari di Riccardo.
            Staccò gli occhi dal fidanzato. I canapè rimasti erano due.
            Con la punta della decolleté di vernice rosa iniziò a battere a terra.
            Si portò un'unghia laccata alle labbra, ma prima di infilarla tra i denti per iniziare a mordicchiarla si ricordò della manicure fresca e ci ripensò.
            Meglio fare un respiro profondo. Molto più sano ed economico.
            Due respiri profondi. Tanto Riccardo ormai aveva raggiunto il tavolo del buffet...
            Insomma!
            Sonia dovette compiere uno sforzo sovrumano per non rovinarsi la manicure, quando vide Riccardo che si fermava a parlare perfino con il signor Cazzaniga. Andiamo! Il vicino petulante e acido di Caterina! Il vicino petulante, acido e PENSIONATO!
            Cosa potevano mai dirsi? Parlare di piante, la passione del signor Cazzaniga? Parlare di musica da camera, la passione di Riccardo? A ben pensarci in effetti una qualche connessione c'era. Non aveva letto da qualche parte che alle piante piaceva Mozart?
            La cosa la allarmò. Se uno dei due fosse andato sull'argomento, avrebbero fatto notte. E lei intanto aspettava. E intanto di canapè ne era rimasto solo uno.
            Non che fosse una questione di vita o di morte, lo sapeva. Era una questione di principio. Il che forse era anche peggio.
            Perché Riccardo doveva ogni volta perdersi a fare lo splendido con gli altri, sapendo che lei lo stava aspettando? Non avrebbe potuto andare a prendere quel dannato canapè, portarglielo e fermarsi a salutare chi gli pareva, per tutto il tempo che gli pareva, DOPO?
            Avanti, avanti... muoviti!, gli ordinò con la forza del pensiero.
            Trattenendo il fiato lo guardò salutare Cazzaniga, lo vide voltarsi verso di lei con un sorriso premuroso, come a dire, sono stato trattenuto contro la mia volontà ma ormai ci sono. Poi Riccardo allungò la mano, ma qualcuno, più veloce di lui, fece sparire il canapè dal vassoio, senza che Sonia potesse vedere chi.

            «Mi scusi, stavo per prenderlo io.»
            Il tenente Nicola Greco osservò il canapè che aveva fra le dita, poi il damerino biondo avvolto in un vestito cangiante blu, come un gigantesco cioccolatino, che lo fissava come se lo avesse colto in flagrante a sottrargli qualcosa di sua proprietà.
            «Davvero?»
            «Lo devo portare alla mia fidanzata» confermò il damerino, indicando qualcuno alle sue spalle.
            Nicola si sporse e, tra la folla che rideva e festeggiava, individuò subito la fidanzata in questione, sprofondata in uno di quei divanetti marroni a forma di piccole cacche disseminati per tutto il salone. L'unica che non sembrava divertirsi affatto e stava guardando dalla loro parte con aria scocciata. Per non dire furibonda.
            Ah.
            Era l'amica di Caterina. Sonia. L'aveva incontrata già una volta. E se non se l'era dimenticata era perché rappresentava la classica ragazza della Milano bene, con i capelli giusti, i vestiti giusti, il profumo giusto. Di quelle che si infilavano scarpe con dei tacchi così alti da riuscire a stento a camminare, e poi infatti spedivano i fidanzati a prendere loro da mangiare.
            Nicola abbassò di nuovo lo sguardo sul canapè. Lo aveva preso solo perché Caterina gli aveva appena raccomandato di provarne uno. L'ultima creazione del suo chef. Lui, dopo un anno, del suo chef ancora non si fidava, ma improvvisamente quel povero gambero infagottato in un guscio di cioccolato gli sembrò molto appetitoso.
            «E perché non è venuta lei a prenderselo?» chiese, riportando lo sguardo sull'uomo davanti a sé. Anche lui, probabilmente, con il completo giusto, le scarpe giuste e il dopobarba giusto per accompagnarsi a Miss Milanobene.
            «Perché...» Il damerino sembrò restare interdetto, come se la risposta fosse ovvia. «Perché mi sono offerto io di farlo.»
            «Vedo.»
            Rimasero qualche istante immobili. Un momento di stallo.
            Poi il damerino comprese che Nicola non aveva nessuna intenzione di cedere il canapè in questione e cominciò a guardarsi attorno, per individuare un'alternativa. «Sì, ehm... quindi...»
            Nicola lo lasciò fare, mentre i secondi si accumulavano. Evidentemente la sua era una fidanzata dai gusti difficili.
            Poi, dopo attentissima riflessione, il damerino allungò la mano verso una sfera colorata che a Nicola sembrava tutto fuorché commestibile.
            «Quello era mio!» sbottò improvvisamente una voce scocciata alle loro spalle.
            Nicola si girò e si ritrovò davanti Sonia. Quel canapè doveva essere davvero speciale se era arrivata a reclamarlo di persona. O forse era solo puntiglio. Quando la signorina voleva una cosa, evidentemente era abituata a ottenerla.
            Le rivolse un sorrisino. «Sul serio?»
            «Esatto.» Lei lo guardò, come a dire prova a contraddirmi.
            Nicola, che, in un moto di solidarietà maschile nei confronti del damerino, per un millesimo di secondo aveva provato l'istinto di rinunciare al canapè, immediatamente pensò che sarebbe stato invece molto divertente contraddirla. Fece scivolare lo sguardo sugli occhi verdi, sulle labbra dipinte di rosso Alta Società. «Non vedo nessun nome.»
            Sonia contrasse la gola come se avesse appena mandato giù una biglia di vetro. Il suo sguardo si fece color verde Malefica. Se avesse potuto lo avrebbe di sicuro incenerito, o quanto meno addormentato per il tempo necessario a rubargli quel ridicolo quadretto di pane scuro. «Non ce n'è bisogno.»
            «Ah no?»
            «Se tu fossi un gentiluomo me lo lasceresti.»
            Evidentemente intendeva tu plebeo.
            «E se tu ci tenevi tanto a mangiarlo, potevi venire a prendertelo di persona.» Nicola inclinò la testa con fare pensoso. «Pare sia buonissimo.» Poi accennò a portarselo alla bocca.
            «Non...»
            Quando morse il canapè, Nicola percepì distintamente il pigolio incredulo di Sonia e il rumore del tacco che colpiva con stizza il pavimento. Se con quello spillone Miss Milanobene avesse mirato a una delle sue scarpe, gli avrebbe infilzato il piede come un coleottero nella bacheca di un collezionista. Poi però avvertì la crosta di cioccolato frantumarsi docile sotto i denti. Il dolce salmastro del gambero si mescolò al sapore acidulo della mousse di mela e al gusto amaro del fondente e per un istante si dimenticò di averlo addentato solo per far dispetto a quella piccola snob sofisticata.
            Gli sfuggì un mugolio sincero. «Davvero speciale.» Poi vide l'espressione omicida di Sonia. «Vuoi?» Continuando a masticare, le porse ciò che restava del canapè.
            Lei si ritrasse di scatto. «Io non mangio gli avanzi.» Avanzi pronunciato come avrebbe potuto pronunciare scorie radioattive.
            Nicola sollevò una spalla. «Come preferisci. In effetti, non era mia intenzione avanzare nulla.» Le strizzò un occhio, prima di far sparire completamente il canapè.
            Sonia serrò le labbra, le aprì, le serrò di nuovo. Probabilmente stava pensando verso chi indirizzare la sua stizza. Alla fine scelse il fidanzato.
            «Ecco, sei contento?» sbottò girandosi.
            Il damerino infilò le mani in tasca. «Guarda che non te l'ho mangiato io.»
            «Non è questo il punto. Fai sempre il simpatico con gli altri. Sei quello che ha sempre tempo per tutti.» Gli occhi di Sonia scintillavano. Ma stavolta Nicola si rese conto che non era rabbia. Erano lacrime. O forse lacrime di rabbia. Teneva le mani strette a pugno e le spalle piegate in avanti.
            Curioso.
            «Non ricominciare.» Il damerino sorrise, ma gli occhi rimasero seri.
            Nicola continuava a guardare. interessato. Sembravano impegnati in due conversazioni simultanee. Una a parole, l'altra a gesti. Con le parole quella aggressiva e un filo isterica era lei, con i gesti quello aggressivo e un filo provocatorio lui.
            «Ehi ragazzi vi state divertendo?» Caterina comparve fra loro, allegra e squillante come una campanella natalizia. Indossava un abito rosso, intonato all'occasione, accessoriato con una cintura dorata e un elegante uomo in smoking accanto. Lo chef.
            «Da morire» replicarono Sonia e Nicola in coro. Sonia caustica, Nicola ironico.
            «Giornataccia?» chiese Massimiliano Vialardi.
            «Abbastanza.» Stavolta a rispondere fu solo Sonia.
            «Perché non provi una delle ultime creazioni di Massimiliano?» suggerì Caterina incoraggiante. «Tipo quei cana... Oh» si interruppe, «sono finiti.»
            «Già.» Sonia non si prese il disturbo di guardare Nicola, ma quel già aveva il suo nome scritto nei sottotitoli.
            «Avete fatto in tempo a provarli?» chiese Massimiliano, probabilmente in cerca di complimenti.
            «Sì.»
            «No.» Stavolta Sonia indicò Nicola con un gesto della testa. «L'ultimo l'ha preso lui.»
            «E confermo che era buonissimo» replicò Nicola, impassibile. Infilandosi le mani in tasca. «Ottimo consiglio.»
            «Tutto merito della mousse di mela, vero?» indagò ancora Massimiliano, troppo concentrato sulla sua creazione, per rendersi conto che sarebbe stato meglio parlare d'altro.
            Nicola annuì. Di solito gli bastava mettere in bocca qualcosa che avesse un buon sapore, senza ricamarci su troppo, ma l'idea di continuare a stuzzicare l'amica di Caterina lo divertiva un sacco. Perciò si scervellò per trovare qualcosa di più specifico «Un interessante contrasto con il cioccolato.»

            Un interessante contrasto con il cioccolato... gli fece il verso Sonia con il pensiero.
            Adesso quel buzzurro amico di Caterina, il tenente Nicola Greco, il trasportatore di zucchine, voleva spacciarsi per un esperto di alta cucina?
            Oddio, di contrasti doveva intendersene, visto che più contrasto di lui, lì in mezzo, non c'era nulla. Mentre tutti erano vestiti con completi sofisticati ed eleganti, Nicola sembrava uno che aveva appena smontato dal suo turno in caserma per fare un salto al bar con gli amici.
            Il che forse corrispondeva al vero.
            In ogni caso, bisognava essere molto sicuri di sé o molto cafoni, per presentarsi alla festa di Natale de La Marchand con un semplice paio di pantaloni scuri e una camicia bianca.
            Che gli stavano indubbiamente benissimo.
            Suo malgrado notò il cotone teso sulle spalle. Più teso di quanto fosse mai stata la seta delle camicie di Riccardo, che...
            Distolse lo sguardo e riuscì a irrigidire le labbra in un sorriso. «Possiamo cambiare argomento?» Sia quello della conversazione generale, sia quello dei suoi pensieri.
            Un cameriere passò loro accanto e Massimiliano prese al volo qualcosa dal vassoio.
            «Detto fatto. Provate questo. È un nuovo cocktail.» Porse loro una coppa Michelangelo che conteneva un liquido scintillante color mandarino. Il bordo della coppa era decorato da un rimmel di cioccolato fondente.
            «Oh, che bello!» esclamò Caterina bevendone subito un sorso. «Buono!» esclamò poi, con uno sbaffo di cioccolato all'angolo della bocca.
            Massimiliano la osservò un istante, poi, d'istinto, sollevò una mano e le sfiorò la pelle per ripulire la piccola macchia golosa.
            Caterina rise, lui anche, a entrambi scintillarono gli occhi e fra loro sembrò passare qualcosa. Un messaggio in codice che Sonia intuì, ma non riuscì a interpretare.
            O meglio.
            Visto come era arrossita Caterina, di sicuro il messaggio doveva avere a che fare con quella specie di crepitìo che lei avvertiva sempre, quando quei due si sfioravano. Tipo quando uno si infila a letto con un pigiama di poliestere addosso e di colpo gli sembra di essere sotto i fuochi d'artificio di una festa patronale.
            Un crepitìo dove però, invece di zinco, zolfo e polveri da sparo varie, a scoppiettare erano gli ormoni.
            Si portò di nuovo alle labbra il bicchiere. Il cocktail sapeva di frutto della passione e di cioccolato. Osservò il liquido scintillante alla ricerca di altri sapori, ma di colpo avvertì una specie di brivido.
            Alzò lo sguardo e incrociò gli occhi del ladro di canapè.
            Che le fissava l'angolo destro della bocca.
            E a quel punto altro che pigiama di poliestere e festa patronale. Improvvisamente le sembrò che dentro di lei esplodessero bombe e controbombe come neanche durante i festeggiamenti per San Gennaro a Napoli.
            Nicola la guardava come un grosso gatto che ha adocchiato una farfalla su un fiore.
            Doveva essersi sporcata come Caterina e lo sbaffo di cioccolato, di cui non si era resa conto, iniziò a surriscaldarsi, fino a scottarle la pelle.
            O forse a scottare era quello sguardo scuro e intenso come una tazzina di caffè ristretto.
            Provò l'impulso di leccarsi via il cioccolato. Poi si bloccò, mentre una strana consapevolezza le si arrampicava lungo la nuca e gettava scompiglio fra le sistole e le diastole del suo cuore.
            I secondi passavano, lo sbaffo di cioccolato si fece incandescente e lo sguardo color caffè iniziò a tingersi di divertimento. Nicola piegò all'insù un angolo della bocca, come a dire ho capito tutto. E lei lo fissò come a dire non hai capito niente. Per amore di polemica, ovvio. Perché la verità era che moriva dalla voglia che lui la sfiorasse con il pollice. Per sentire che effetto le avrebbe fatto.
            Quel pensiero la colse alla sprovvista. E intensificò lo scompiglio dei battiti cardiaci.
            Non aveva bisogno di Nicola o del suo pollice.
            Nessun bisogno.
            C'era Riccardo che... le stava facendo penzolare davanti un grande fazzoletto candido con le iniziali ricamate in un angolo.
            Un gesto molto meno romantico di quello con cui Massimiliano aveva sfiorato Caterina, certo, ma pur sempre un gesto premuroso, no? Dopotutto, si faceva una gran fatica a smacchiare il cioccolato.
            Afferrò il fazzoletto rivolgendo a Riccardo un sorriso più riconoscente del necessario. Si pulì con attenzione l'angolo della bocca, per non rovinare il rossetto, e accennò a restituirglielo.
            Riccardo fermò il suo movimento. «Ma no, tienilo pure.» Che cavaliere, voleva lasciarglielo nel caso le fosse servito ancora. «Me lo restituisci quando lo hai lavato.»
            Nicola non disse niente, ma Sonia si sentì avvolgere dalle vibrazioni della sua risatina silenziosa.
            «Chi vuole un altro canapè?» In quel momento, alle spalle di Massimiliano comparve Filippo, il suo sous-chef. «Permesso... permesso...» Si fece largo fra loro e depositò sul tavolo un vassoio pieno. I canapè erano disposti in file ordinate e sembravano più succulenti che mai.
            Sonia li osservò. «Sono impressionata. Sei riuscito a non farli tutti uguali!» esclamò poi, alzando gli occhi su Massimiliano, divertita.
            «Solo perché li ha fatti Filippo.» Massimiliano cinse la vita di Caterina con un braccio. «Ma mi sto esercitando.»
            «Visto? Ora puoi farne indigestione, se vuoi» s'intromise Nicola, con un sopracciglio inarcato, indicando i gamberi intinti nel cioccolato.
            Sonia afferrò un canapè, se lo mise in bocca e gli voltò le spalle senza dire una parola.
            Davvero un buzzurro.

            Un'ora dopo, Nicola la vide avviarsi verso la grande porta a vetri. Una giacca di pelliccia addosso, da cui spuntavano le gambe, lunghe, nervose, un filo instabili.
            Forse un po' più che un filo instabili.
            Sonia camminava incrociando i passi, come facevano le modelle in passerella. O gli ubriachi.
            E visto che non era una modella... Se avesse guidato così, avrebbe frenato con il piede destro, accelerato con quello sinistro e sarebbe finita contro un albero.
            Senza pensarci due volte, Nicola si avviò verso la stessa porta a vetri.
            Una volta fuori, il gelo di dicembre lo investì in pieno, irrigidendo la camicia, che di colpo sembrò trasformarsi in uno scricchiolante foglio di carta stagnola bianca. Il piazzale de La Marchand scintillava di minuscole luci candide ed era pieno di macchine già ricoperte da un sottile strato di brina che rendeva opachi e lattiginosi i tettucci e i cofani.
            Si guardò intorno fino a quando non scorse un movimento, sulla destra.
            Si avviò a grandi passi in quella direzione e quando raggiunse Sonia, l'afferrò per un braccio.
            «Ehi!» esclamò lei, sentendosi strattonare.
            Non appena le dita sprofondarono nel pelo morbido della pelliccia, nella mente di Nicola si accese un'immagine nitida, squillante. Una baita, il fuoco scoppiettante di un camino, una pelle d'orso folta a terra e pelle nuda.
            Il freddo sparì di colpo, sostituito da una vampata calda.
            Lasciò andare in fretta il braccio e il freddo tornò ad accartocciarsi attorno a lui.
            Sonia era una donna dalla quale era meglio girare alla larga. Una donna fidanzata dalla quale era meglio girare alla larga. Non importava se aveva intravisto qualcosa di fragile in lei. Non erano fatti suoi se aveva dei problemi con il tizio vestito come un cioccolatino. Ed era stato un cretino a uscire lì fuori, con quel freddo.
            «Dove vai?» le chiese in tono un po' più brusco di quanto avrebbe voluto.
            Sonia si strinse la pelliccia sotto il mento, i denti che iniziavano a battere. «A casa.»
            «Il tuo fidanzato non ti accompagna?»
            Lei piegò verso il basso le labbra ancora miracolosamente truccate. Nicola seguì suo malgrado quel gesto con lo sguardo. Quanti baci ci volevano per cancellare ogni traccia di quel rossetto indelebile?
            Un sacco.
            «Il mio fidanzato non mi accompagnerebbe nemmeno se me ne andassi su un'ambulanza.» Un cenno della testa in direzione del grande edificio illuminato a pochi metri da loro. «A lui piace essere quello che chiude la porta per ultimo. Deve far vedere che si diverte da pazzi.»
            «E tu non ti stavi divertendo?» Domanda inutile. Era evidente che Sonia non si era divertita affatto, quella sera.
            «Sono stanca. Ho avuto una giornata pesante.»
            «E hai bevuto.»
            «Sei uscito in maniche di camicia per farmi la predica?»
            Ecco di nuovo Miss Milanobene che lo rimetteva al suo posto. «Sono uscito in maniche di camicia per assicurarmi che tu sia in condizione di guidare.»
            «Perché non mi fai il palloncino?» gli lei chiese in tono di sfida.
            «Non ho con me l'attrezzatura. Ma mi basta vedere come cammini.»
            Sonia piegò un ginocchio e mostrò la decolleté. «Colpa dei tacchi. Vuoi che me li tolga?» L'altra caviglia oscillò pericolosamente e Nicola l'afferrò di nuovo per un braccio, mentre Sonia riportava il piede a terra e cercava di recuperare l'equilibrio.
            «Magari quando guidi.»
            «Pensavo fosse proibito guidare a piedi scalzi.»
            «Meglio che finire in un canale di scolo.»
            Solo in quel momento Sonia sembrò accorgersi che la teneva ancora e si liberò con uno strattone. «Sei proprio un noioso carabiniere!»
            Nicola sentì una risatina salirgli in gola. Sollevò una mano e le sfiorò una ciocca rigida di freddo. Con un gesto lento gliela scostò dalla guancia bollente, sfiorandola dove prima c'era stato lo sbaffo di cioccolato. Poi si chinò piano verso di lei e le nuvolette di vapore dei loro respiri si mescolarono per una frazione di secondo, quando le loro labbra si trovarono sulla stessa traiettoria.
            Sonia abbassò le palpebre, sollevò il viso...
            Ma lui proseguì oltre.
            «Bugiarda» le bisbigliò all'orecchio, prima di ritrarsi.

            Sonia impiegò qualche secondo per rendersi conto che non ci sarebbe stato nessun bacio. Aprì gli occhi di scatto e arretrò bruscamente, pronta a replicare con una battuta qualsiasi, ma Nicola le aveva già dato le spalle e si dirigeva a grandi passi verso l'ingresso caldo e illuminato de La Marchand.
            Tremava. E allo stesso tempo avvertiva un caldo insopportabile sotto la pelliccia.
            Fissò la sagoma di Nicola, la ridicola camicia bianca che spariva nel baluginio delle decorazioni natalizie. Sentiva ancora il timpano vibrare al suono della sua voce e il calore del suo respiro quando si era chinato verso di lei.
            Aveva pensato che stesse per baciarla!
            Che cretina.
            Invece si era solo divertito a farglielo credere.
            Be', poteva andare a quel paese.
            Decisamente.
            Frugò nella borsetta alla ricerca delle chiavi e fece scattare la serratura della Kuga. Si lasciò cadere sul sedile, mise in moto e mentre ingranava con decisione la retro, guardando il salone illuminato attraverso il lunotto posteriore, si rese conto di due cose.
            Non era stata affatto una festa come le altre.
            E non aveva assaggiato l'unica cosa che avrebbe davvero voluto assaggiare.
§§§§§§
I canapè di Natale
Ingredienti per 12 persone

1 filone di pane nero (integrale o segale)
12 gamberi rossi di Mazara, freschissimi
2 mele renette
qualche goccia di limone
2 cucchiai di olio extravergine d'oliva
1 cucchiaio di grappa
200 g di cioccolato nero fondente all'85 % di cacao
sale dolce di Cervia
pepe
Come dovete fare
Affettate il pane in fette di circa 0,5 cm di altezza, private le fette della crosta e ricavate 12 rettangoli uguali (non troppo grandi). Disponete i rettangoli di pane su una teglia e posizionateli 5 minuti sotto il grill per renderli croccanti.
Pulite i gamberi avendo cura di lasciare la codina e togliete il filo nero aiutandovi con uno stecchino.
Versate l'olio in un padellino, aggiungete i gamberi, sfumate con la grappa, aggiustate di sale e pepe macinato al momento. Dopo pochi minuti spegnete il fuoco; prelevate i gamberi dalla padella con una pinza, scolando il liquido che si è formato in cottura.
Fate raffreddare i crostacei su una gratella. Nel frattempo, pelate e grattugiate le mele, passate la polpa al setaccio, aggiungete 2 gocce di limone. Spalmate poca mousse di mela sul pane, irrorate con un filo d'olio e qualche granella di sale dolce. Fondete il cioccolato su fuoco basso, poi immergete i gamberi per metà, tenendoli stretti per la coda. Lasciate indurire il cioccolato e solo a questo punto disponete i gamberi al centro del canapè, sopra la mousse di mela.

FINE
LE AUTRICI
Edy Tassi Originaria di Cantù, in provincia di Como, dopo anni dedicati alla traduzione per importanti realtà editoriali come Harlequin Mondadori, Morellini e Grandi & Associati, Piemme e Feltrinelli, passando per il Women Fiction Festival, approda finalmente alla scrittura creativa, come sognava fin da quando ricevette in regalo dal nonno una Olivetti Lettera 22, in un tempo in cui scrivere significava ancora “sporcarsi le mani”. Da lì, le storie non l’hanno mai abbandonata. Sposata, due figlie, le sue giornate ruotano intorno alla famiglia e ai libri. La cosa più difficile della sua vita? Far capire che quando è seduta sul divano con una tazza di tè davanti e un libro in mano… sta lavorando! Non c'è gusto senza te è il suo terzo romanzo dopo Ballando con il fuoco ed Effetto Domino. Online la trovate sul sito web www.edytassi.it e su Facebook.com/edy.tassi.

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Gloria Brolatti, Giornalista e foodblogger, oltre alla sua grande famiglia allargata ama due cose: la cucina e la narrativa. Dopo una vita trascorsa nei giornali femminili, ha scoperto che è molto felice quando trita, impasta e sforna. E, ancora di più, quando ne parla. È nata così la sua passione per il cibo raccontato, che pratica attraverso: le pagine del suo blog www.emoticibo.com (emozioni, ricette e altre... gloriosità), nelle rubriche settimanali su un noto quotidiano nazionale e su siti web, e nella collana di libri Le Ricette del sorriso, un progetto da lei ideato a scopo benefico, i cui proventi vanno interamente a Operation Smile Italia, onlus di cui è ambasciatrice. Gloria ha firmato insieme a Edy Tassi il romanzo Non cè gusto senza te.

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24 commenti:

  1. E poi..?!? Ecco perché il più delle volte mi trovo a detestare i racconti: quando sei completamente intrigata, quando vorresti saperne di più sul damerino, l'isterica e il sexy tenente, hai già finito di leggere... È stato davvero solo un assaggio, un bell'assaggio!

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  2. Un racconto che è l'esatto contrario di quel "Che noia" con il quale prende il via la storia. Direi effervescente!... Peccato che ci abbia fatto solo fatto pregustare una storia che si annuncia scoppiettante :-)
    Sara

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  3. Avete ragione ragazze! Ma sono contenta che questo assaggio vi sia piaciuto, perché io e Gloria stiamo proprio lavorando per il seguito di Non c'è gusto senza te. E questo racconto è un po' l'amuse bouche con cui volevo stuzzicare il vostro appetito. Ci sonon riuscita? Nell'attesa, voi però potete sempre riprodurre i canapè di Natale. Sono davvero buoni! :-)

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  4. Interessante e appetitoso! Immagino che ci sia un seguito, un bellissimo seguito di sicuro. Bella la trama, i personaggi e l'esposizione. Complimenti!

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  5. DAVVERO DELUDENTE, e mi spiace moltissimo doverlo dire avendo letto le precedenti opere d' Edy Tassi !!!
    Più che un racconto, é un cumulo di promesse non mantenute : s' ha la NETTA sensazione che l' autrice, dopo aver messo tanta carne sul fuoco, abbia perso il filo del racconto e non abbia saputo che finale dargli !!!
    UN VERO PECCATO

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  6. Peccato che la storia si fermi qua, davvero un racconto che ti cattura! non vedo l'ora di leggere la storia (approfitto per ringraziare lae autrici, ho da poco riveuto il loro romanzo in dono ad inizio mese).
    Corro a cena, mi avete stuzzicato anche il vero appettito!
    Maristella

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    1. Ciao Maristella, sono contenta che il libro ti sia (finalmente!) arrivato. Ti auguro una buona lettura e aspetto un tuo parere. Auguri!!!!

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  7. Spero che questo sia solo l'inizio scoppiettante del continuo di Non C'è Gusto Senza Te. Ora sono proprio curiosa di sapere come si evolverà la storia fra Sonia e Nicola, speriamo arrivi presto!

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  8. Incontra Nicola, Nicola la stizzisce, Nicola è attraente,Nicola le piace E????...anche se c'è un libro che continua io sono del parere che un racconto pur breve debba avere una conclusione. E Nicola???? i suoi pensieri???. Carino ma non mi ha emozionata

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  9. L'ho letto con piacere, ma arrivata alla fine mi è rimasto un gran senso di insoddisfazione. Più che un racconto sembra l'incipit di un romanzo.

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  10. Fantastico 😍 Non velo l'ora di leggere il seguito😜

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  11. Un grazie di cuore a tutte voi. A chi ha apprezzato questo racconto e avrebbe voluto di più. A chi lo ha criticato, perché avrebbe voluto di più. Nel 2017 spero di riuscire ad accontentare tutte! Grazie anche alle bibliotecarie, che mi coinvolgono sempre nei loro progetti. Auguro a voi e le vostre numerose lettrici (e lettori) di trascorrere un Natale dolce e speciale.

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  12. Mi piace molto lo stile di Edy Tassi e non vedo l'ora di leggere il seguito di "Non c'è gusto senza te". Il tenente Greco mi intriga molto.

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  13. Letto anche questo. E a parte il fatto che Edy scrive bene e sa creare dialoghi scoppiettanti, ammetto di essere rimasta un po' spiazzata. A parer mio non può esistere un racconto senza un finale, bello o brutto, che piaccia o no. Quindi, questo non è un racconto ma l'assaggio di un libro, che certamente verrà molto bene. In bocca al lupo, Edy.

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  14. uffa! le storie in sospeso non sono proprio il mio forte per cui non posso essere soddisfatta di un racconto finito così!! Inoltre il tema del tradimento lo leggo malvolentieri. il racconto è scritto ovviamente molto bene, ma non mi ha soddisfatto!!!!

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  15. Regazze il seguito è d'obbligo.
    Anche io devo dare ordine alle emozioni e il tradimento è una cosa che fondamentalemnte non mi piace. ch edevp fare devo imamginare che lasci il suo attuale fidanzato e poi rincontra lui.
    Un casio insomma.
    Grazie e auguri.
    Antonella_78
    Antonela_

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  16. Come incipit per un romanzo va benissimo però non è un racconto daiiiiiiiiii! Peccati. .

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  17. Mancato sia l'assaggio che il finale:sono rimasta un po' spiazzata! Ma mi è piaciuto, perciò aspetterò l'evolversi della storia.. Intanto complimenti a Edy come sempre <3

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  18. Adoro l'umorismo di Edy Tassi, quindi a me il racconto è piaciuto. È vero, peccato per il finale in sospeso, vorrà dire che l'autrice si farà perdonare regalandoci questo seguito. Vero, Edy? ;-)

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  19. Non posso dare un valutazione. Manca un finale. Anche se in altri racconti non si evidenzia "..e vissero sempre felici e contenti", qui non c'è, per me, nulla che mi faccia pensare a un epilogo. Sono negata per leggere le cose lasciate a metà. Questo non è un racconto, ma un prologo di un libro. Ben scritto, ma non soddisfacente

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  20. Piaciuto! Piaciuto! Piaciuto! Eddy Tassi non mi delude mai. Marina

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  21. Ci sono rimasta più male di Sonia quando ho scoperto che era finito! Voglio il continuo, ti prego Edy scrivi il continuo! Mi è piaciuto un sacco e poi amo i protagonisti che hanno la divisa... le scintille sono nell'aria con quei due!

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  22. Al contrario del titolo, qua c'è l'assaggio ma manca il resto! :(
    Carino, però è più un prologo che un racconto.

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  23. Care amiche, proprio oggi ho appuntamento con un personaggio in divisa. Anzi, in super divisa! Che mi aiuterà a raccogliere informazioni per rendere Nicola il più possibile verosimile. Siete contente? ;-)

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