ALLORA PARLO IO di Helena J. Rubino





1
Camille

Ci siamo: primo giorno nella sede distaccata di Ragazze di oggi, rivista per la quale lavoro da quasi tre anni. Milano era diventata, per me, una città soffocante. Non avendo niente e nessuno da perdere, o quasi, eccomi qua. Certo che è un cambiamento enorme, e poi non capisco perché sto girando a vuoto da mezz’ora. Dannazione al navigatore che non mi porta mai dove voglio. Possibile che abbiano costruito uno stabile in mezzo al nulla?
Il paese dove mi sono trasferita è caruccio; piccolo e comodo. Abito al secondo piano di una casetta, in un borgo antico. All’esterno, dopo una discesa in ciottolato c’è la pannetteria, un tabaccaio, il minimarket, la chiesa e il municipio. I vicini sono stati gentili, anche se di poche parole. Spero di fare presto amicizia; mi mancherà Sabrina, vorrei chiamarla, ma ora è troppo arrabbiata con me perché mi sono trasferita. Lei ha un ragazzo, convivono, in quello che era il nostro appartamento e aspetta un bambino. Le avevo detto di non voler abitare per sempre in una metropoli. È la mia migliore amica, è stata la mia collega preferita e sono certa che mi perdonerà.
Dunque eccolo qua, come sospettavo: un edificio a tre piani in una città fantasma in mezzo al nulla, vicino a un piccolo bosco e la strada in terra battuta. Ma dove cavolo sono finita, nel far west? Entro senza bussare, la porta è aperta, è settembre e fa ancora un caldo infernale. Dio, spero che abbiano almeno l’aria condizionata. Mi sorprende una voce di donna e salto come una cavalletta. Lei è bellissima, occhi verdi e lunghissimi capelli neri, un fisico perfetto, e sorride, forse per la mia reazione.
«Tu dovresti essere Camille. Io sono Valeria, il tuo nuovo capo, ci siamo sentite per telefono.» Mi porge la mano, e io ricambio con il mio bel sorriso: è una settimana che lavo i denti con quel magico dentifricio. Vicino a lei non sfiguro, siamo due bellezze diverse. Anche i miei capelli sono lunghi, ma biondi, beh con qualche sfumatura ramata e i miei occhi sono verdi, non proprio come i suoi però. Penso che sia tutto relativo in fondo, anche la bellezza. E mi consolo così.
«Sono davvero felice di essere qui», le dico e sono sincera.
«Bene, sei una persona positiva. Condividerai il tuo ufficio, al piano terra, con David. Poi, durante la pausa caffè, avrai modo di conoscere gli altri, ti aspettiamo al primo piano.» Mi accompagna in una piccola stanza, ma per due va bene. Mi mostra il mio angolino, di fronte alla scrivania del collega. Dio, un maschio! Odio lavorare con gli uomini. Nessuno potrà essere all’altezza di Sabrina e dovevo saperlo, che sarebbe stata insostituibile.
«Quindi è un uomo… il mio collega», esordisco, con un tono che deve risuonarle deluso. Mi guarda con i suoi occhi comprensivi, indecisa. Poi finalmente mi risponde.
«David è un ragazzo tranquillo, non ti disturberà in alcun modo, non preoccuparti.»
Che stupida, sono appena arrivata e già faccio la difficile. «Non intendevo, scusami.»
«Tranquilla», mi dice, e torna a sorridere. «Questa mattina aveva un impegno e arriva più tardi. È vignettista e illustratore: la nostra punta di diamante. Ecco, accomodati. Puoi già rispondere alle domande delle lettrici, inutile che ti spieghi il lavoro, sei bravissima e mi piace la tua rubrica.» La ringrazio e se ne va con un bel sorriso sulle labbra.
Dunque è un vignettista questo David, ma che cavolo c’entra con me? Beh, deve essere un tipo divertente. Adoro l’originalità dei suoi accessori: la gomma dei Simpson, il fermacarte viola a forma di medusa e una tazza che contiene delle matite dove c’è scritto: “Se vuoi la colazione a letto, dormi in cucina.” Spero solo che non sia uno di quei tipi che porta i calzini a pois.
Bene, vediamo di selezionare le domande. Accendo sconsolata il ventilatore; mi sembra di essere tornata indietro di trent’anni… anche se ne ho ventinove. Mi siedo e comincio.
“Buongiorno Dottoressa, ho un problema che mi assilla. Temo che il mio ragazzo mi tradisca, che devo fare?” Sbuffo, ma che diamine, avrò risposto a questo tipo di domande un milione di volte. Lui ti tradisce e lo sai già, solo che non vuoi ammetterlo. Vediamone un'altra. Sento tossire e alzo gli occhi, deve essere lui. Dio mio che tipo affascinante: alto, occhi scuri, capelli neri e un fisico da paura.
«Buongiorno», biascico.
«Buongiorno», mi risponde senza degnarmi di uno sguardo, e si siede alla sua scrivania. Ma come, non si presenta? Resto lì, basita. Abbasso gli occhi sul monitor, ma sto solo fingendo di leggere. Sono passati quindici minuti e di lui non sento neanche il respiro. Ecco, lo sapevo che c’era la fregatura. Mi tocca lavorare con una mummia. Ho la fama di essere una chiacchierona; non vorrei che questo fosse uno scherzo poco simpatico, architettato da Fabrizio, il mio vecchio capo di Milano.
Provo a dargli una sbirciatina, e porca miseria, se ne accorge subito. Faccio finta di niente, ma mi viene da ridere perché anche lui guardava verso di me. È un buon segno: non gli sono del tutto indifferente, dunque.
È l’ora della pausa caffè. Mi alzo e provo a parlargli, magari è solo timido e aspetta che sia io a fare il primo passo.
«Andiamo insieme?», gli chiedo. Mi guarda.
«Naaah. Vai, vai», mi risponde abbassando la testa, e prosegue il lavoro. Mah! Però, che belle mani, grandi, con quelle vene evidenti. Si muovono leggere sul foglio, sta abbozzando una vignetta, dove appare un uomo con il nasone esageratamente pronunciato, che sembra Trump. Alza lo sguardo e mi fulmina; capisco che devo andarmene, non si può nemmeno guardarlo questo, parlargli men che meno. Al diavolo!

2
David

Nessuno mi avvisa che ho una collega nuova e mi ritrovo questa specie di Venere del Botticelli seduta qui di fronte. Cosa non era chiaro quando ho chiesto a mia cugina un ufficio per conto mio? Che vuole fare Valeria, mettendomi accanto questa svampita: vuole forse che si ripeta lo stesso caso dell’altra volta? La farò stancare e chiederà un altro posto, ci sono stanze vuote a non finire, di sopra. Non vedo perché, devo condividere il mio spazio con una psicologa da quattro soldi che risponde alle domande patetiche, di donne patetiche su amori disillusi. E dovrò rappresentare pure i suoi casi con delle vignette imbarazzanti. Eccola che arriva, con quel sorriso falso stampato in faccia. Scommetto che gli altri maschi di sopra l’hanno circondata offrendole tutto il caffè del distributore.
Ma che fa? Mi mette sulla scrivania un bicchiere e se ne torna al suo posto. Io non bevo questa roba, ma come si permette, e poi, chi le ha chiesto niente? La ignoro: ignoro lei, la bevanda fumante, il suo fondoschiena perfetto e continuo con la mia vignetta che sto per rifare per la terza volta, ma sono troppo arrabbiato per riuscire a concentrarmi. Anzi, adesso mi alzo e vado a buttare ʿsta schifezza nel lavandino. Peccato che il bagno è alle sue spalle; il mio bagno, che ora dovrò condividere con lei, dannazione. Mi alzo e mi fissa e io non posso fare a meno di guardare quel seno che preme sulla camicetta tirata. Poi mi segue con lo sguardo mentre getto questo stupido cappuccino. Me ne torno alla mia scrivania e vedo con la coda dell’occhio che c’è rimasta male, no, mi sembra arrabbiata, infuriata direi. Bene.
«Ma che diavolo di problemi hai?» È qui, di fronte a me, e mi chiedo come abbia fatto a essere così veloce, non mi ero ancora seduto e mi ha sbarrato la strada. La guardo e rido.
«Che hai? Ti diverte tanto comportarti come uno stronzo?»
Le indico dove si è depositata della schiuma di latte. Diventa rossa come un peperone e si bagna le dita con la saliva per pulirsi la punta del naso. Ma cos’è, un criceto?
Cerco di sorpassarla per raggiungere la sedia e lei mi blocca spostandosi di lato e mi sorride beffarda, con quegli occhioni che tentano di provocarmi… Mi vien voglia di darle uno spintone, o meglio, di passarci sopra: dovrebbe sentirsi a disagio, come minimo, e invece mi sta sfidando alla grande. Non ho mai incontrato una ragazza così sfacciata e devo ammettere che mi sta spiazzando.
Non ce la faccio più, mi arrendo. «Posso sedermi? Ho del lavoro da fare.»
«Allora ce l’hai la lingua», mi dice. Ne ha di coraggio la piccoletta: non teme una brutta reazione da parte mia, visto che le sono ostile? Faccio un passo in avanti e la urto di poco, lei fa una smorfia, ma è costretta a spostarsi.
Se ne torna alla scrivania con un sedere niente male che ondeggia su due gambe lunghe e perfette. A cuccia tigrotta! E a cuccia anche a te; mi sembra che qualcuno si stia risvegliando e non va affatto bene. Si gira con uno sguardo truce e mi sorprende mentre le fisso il lato B. Porca miseria che figura… che non mi è indifferente è l’ultima cosa che deve capire, altrimenti sono fottuto.


3
Camille

A casa, finalmente. Questo piccolo spazio è proprio grazioso. La sala e la cucina sono unite ed è tutto mansardato. Il divano è vecchio, ma comodo. Ho affittato l’appartamento così: arredato e accessoriato.
Faccio oscillare le sfere del pendolo di Newton e mi stordisco fissandole. È un gioco interessante, ma inutile, proprio come quell’antipatico di David. Peccato, tanta virtù sprecata. Porterò pazienza per un po’ e poi parlerò a Valeria, mi sembra una donna comprensiva. Ma se lui facesse apposta? Se fosse proprio il suo scopo quello di stancarmi e mandarmi via? Non glielo permetterò: dovrà chiedermi in ginocchio di spostarmi da quell’ufficio.
Oh, ecco, un messaggio di Sabrina. Le manco, mi manda le faccette tristi, dice che non è più arrabbiata con me e mi chiede come sta andando nella nuova sede. Bel coraggio chiamarla nuova. Poi mi scrive che domenica andrà al Museo Archeologico di Bolzano per vedere Ötzi, l’uomo venuto dal ghiaccio. La mummia di Ötzi? Vieni da me in ufficio se vuoi vederla! Ecco che continuo a pensare a David e allo sguardo arrapato che aveva quando mi osservava da dietro. Forse riuscirò a scioglierlo quel ragazzone. Avrà litigato con qualche collega o avrà avuto un brutto rapporto con la madre e ora gioca a fare il duro. Chi lo sa…
Sono passate in fretta tre settimane e al lavoro tutto è filato liscio finora, anche troppo liscio. Una noia mortale. Scopro David guardarmi e poi nascondersi dietro il monitor o abbassare la testa su quei disegni che continua a stracciare e che poi lancia nel cestino con un canestro perfetto. Odio tutto quello spreco di carta, e il suo modo di fare, così mi invento uno scherzo per scacciare quella monotonia, approfittando di un suo momento di assenza per spostare quel ridicolo cestino arancione sorretto da due piedoni verdi di gomma. Quando torna alla scrivania tira per l’ennesima volta il suo cartoccio, senza guardare la direzione, manca il colpo e io scoppio a ridere. E lui che fa? Si alza e rimette il suo canestro dov’era prima, come nulla fosse, ostentando una calma poco credibile. Lo detesto.
Cerco una scusa per parlargli, ma finisco con un patetico monologo che concludo con una linguaccia, e lui fa finta di niente. Mi urta la sua indifferenza. Ogni santo giorno è la stessa storia: non parla, mangia da solo, non fa la pausa caffè con gli altri, ma aspetta che abbiano finito e va alle macchinette con Valeria. Ma chi si crede di essere?
4
Camille

Oggi David si è portato un Mp3, vanificando ogni mia speranza di instaurare una conversazione. Però il suo corpo comunica eccome! Quei gesti sensuali come mordicchiare la matita o giocherellare con i bottoni della camicia mi fanno impazzire. E deve piacergli parecchio quella musica da come il suo piede tamburella sul pavimento. Se solo fosse normale, potremmo ascoltarla insieme.
E così mi ritrovo a parlare di nuovo da sola, poiché nessuno mi obbliga a rimanere in silenzio. All'ora del caffè decido di rimanere in ufficio, voglio rendergli la mia presenza soffocante. Lui ha sempre quelle maledette cuffie e mentre ascolta la musica, io gli parlo di come sarebbe bello andare al cinema, a sciare o semplicemente a mangiare un gelato, noi due. Ad un certo punto esagero con le fantasie, David alza un sopracciglio e sorride di lato. Mi avrà sentito? Forse è meglio sognare a occhi aperti e tenere la bocca chiusa. Lo osservo e dopo un po' preme un pulsantino dell'Mp3 e il suo piede ricomincia a tenere il ritmo. Dio! Aveva abbassato il volume!
Ormai sono qui da mesi e non mi sono ancora ambientata. Lavorare con David è come essere sola; mi piacerebbe conoscere meglio gli altri colleghi magari cambiando ufficio. Ma non ho il coraggio di dirlo a Valeria, lei mi sorride sempre e quando mi chiede come va le rispondo “bene”, e se ne va felice.
Christian, un giornalista del secondo piano, si presenta nel nostro ufficio alla ricerca di una caramella. Che strano. Alzo le mani, mi dispiace, ma non ne ho. David invece estrae da un cassetto una bella scatolina colorata e gli offre dei bonbon che devono essere deliziosi. Devono essere dico, sì, perché non si scomoda a chiedermi se ne voglio assaggiare uno. Quelle inquietanti zucche di Halloween a forma di urlo di Munch che tiene sopra la scrivania, sono rivolte verso di me. Le avrà messe apposta?
La giornata è finita ed esco senza salutarlo: tanto ho capito che se lo faccio gli do solo fastidio. Piove, come da tre giorni a questa parte. Apro l’ombrello, ma qualcuno lo ha riempito d’acqua e in un secondo mi ritrovo zuppa. Sono furiosa, questa non me la doveva fare. Torno dentro e rovescio le penne sulla scrivania, metto il portaoggetti sotto il rubinetto e mi avvicino a David che mi fissa interrogativo e lentamente gli verso l’acqua in testa. Che soddisfazione! È rimasto con la bocca spalancata. Oddio, ma che fa? Si avventa su di me, mi afferra per le spalle e mi spinge contro il muro, e odio me stessa perché questa cosa mi eccita, o forse mi eccita vedere finalmente una reazione da parte sua. Mi ha solo bloccata fissandomi in modo minaccioso e grugnisce come una bestia inferocita; credo che questo gesto impulsivo stia sorprendendo pure lui. E adesso che fa? Mi bacia o mi strozza? Nooo, quel guastafeste di Christian entra spezzando un momento tra noi, che non saprei se definire magico o sensuale, ammettendo la sua colpa e giustificandosi così: «Dolcetto o scherzetto.»
Infantile.
Però quello scherzo sembra essere servito a qualcosa; sono passati parecchi giorni e David mi saluta con un “ciao”, niente più formalità. Ma non riesce a guardarmi negli occhi, e se per errore incrocia il mio sguardo, trattiene il respiro. Credo che non abbia il coraggio di chiedermi scusa: non sa quanto mi sia piaciuto in realtà sentirlo così vicino, con le sue mani forti, con quei muscoli... Vorrei parlarne con lui, magari ripetere l’esperimento anche se non è stagione di gavettoni, ma preferisco giocare la carta del senso di colpa, e quindi, recito la parte dell’offesa. Lui non ci casca e a breve torna il solito impavido con un ego smisurato e io perdo ogni speranza di trascorrere un novembre in armonia.
5
David

Solita serata del mercoledì in attesa del week-end, a casa mia, in compagnia di Christian. Stiamo guardando uno stupido film degli anni ʿ80 che diverte solo lui, forse è merito della terza bottiglia di birra. Beve male e mangia peggio. Ma come cavolo fa a non soffocarsi con una manciata di popcorn alla volta che poi sparge ovunque… ecco come non detto.
«Ehi Cri, tutto bene?» Oddio non respira. Gli rifilo un paio di pacche sulla schiena e un vulcano erutta sul mio tappeto di Avatar. Cazzo.
«Ma sei scemo?», mi chiede, dopo aver ripreso fiato. Forse è sotto shock.
«Guarda che è l’ultima volta che ti salvo la vita, la prossima risparmio l’arredo.»
Mentre richiudo il tappeto su se stesso per lasciarlo al suo destino, penso a lei. Chissà se a Camille piacciono i fantasy, ma credo di sì; è una ragazza divertente e… così carina. Troppo per bene, per uno come me. Sta facendo di tutto per attirare l’attenzione, nonostante la mia reticenza. Non so cosa si aspetti, ma sono sicuro che finirei per deluderla.
«Che ne pensi se le chiedo di uscire?» Christian mi guarda e capisco al volo di chi sta parlando. Fallo e ti spacco la faccia.
«Non è il tipo di ragazza per te, e poi ti sei già giocato le tue carte con quello scherzo idiota dell’ombrello. Ma cosa ti è saltato in mente?»
«Volevo vederla bagnata.» E ride con la bocca aperta e vedo il macinato di popcorn in quell’incavo rivoltante. Ha appena vomitato e mangia di nuovo. Incredibile.
«Te l’ho detto che sei un imbecille?»
«Ehi calmati amico, che cazzo ti prende. Nooo! Ti sei preso una sbandata! Ecco perché continui a denigrarla; chi disprezza compra!»
«Va al diavolo. Non è la serata giusta, tutto qua.»
«È per via del processo?»
«Ti ho detto mille volte che non posso parlarne. Quella stronza non vincerà la causa, se crede di fottermi si sbaglia di grosso.»
«Però era una bella gnocca, avrei perso la testa anch’io.»
«Tu non sai proprio niente, stattene un po’ zitto, fammi un favore.»
«So che hai rotto il naso al pisciasotto del suo amante però, e a lei…»
«Taci, o lo rompo pure a te!» Adesso lo faccio, anzi gli sgrano i denti così gli passa la voglia di prendermi per il culo.
«Facciamo un patto: se non chiedi di uscire a Camille entro la fine dell’anno, lo faccio io, quindi datti una mossa, se sei interessato a lei.»
«Mi hai proprio rotto le palle.»
Con una botta sulla spalla lo faccio cadere di lato. Sogghigna. Mi stappo una birra e me la scolo con rabbia e lui mi imita, come se non ne avesse avute abbastanza.

6
Camille

Previgilia di Natale, ore sette e quaranta e sono ancora a casa; maledetta brutta abitudine di spegnere la sveglia per poi prendere di nuovo sonno. Corro verso la mia cinquecento e apro la portiera, faccio per salire troppo presto e me la prendo sul viso. Dio che dolore! Ma non posso farci caso, devo arrivare in tempo, o sai che figura…
Mi metto alla guida e cerco di stare attenta: una breve nevicata ha lasciato una sottile coperta bianca sull’asfalto. Sento colare dalla fronte qualcosa di caldo o di fresco, non saprei, scende sul naso e poi di lato sulle guance. Mi tocco e guardo la mano appiccicosa. Cazzo, ma è sangue! Cerco un fazzoletto in questa borsa da Mary Poppins e me lo appoggio sul taglio che spero non sia fondo. Con una mano guido e con l’altra mi tengo questa garza improvvisata.
Arrivo di corsa al parcheggio dell’editoria e per fortuna sono in ritardo di soli tre minuti. Quasi scivolo sul pavimento bagnato all’entrata dello stabile, dove i dipendenti si sono scrollati i residui di neve dalle scarpe. E per salvarmi da una colossale frattura coccigea, mi aggrappo all’albero di Natale. Il cartoccio di David mi fissa. Quanto mi ha odiata quando io e Valeria stavamo decorando l’abete, mentre lui ci evitava come la peste. Poi, quando Vale ha impostando la voce nella modalità “capa”, è stato costretto a presentarsi.
Eravamo inginocchiate per terra.
«Tutti i dipendenti hanno messo la loro decorazione, ora tocca a te. Lo sai che lo facciamo ogni anno: è di buon auspicio. Coraggio David», gli ha detto. Lui sembrava volerla strozzare in quel momento e io ho deciso di divertirmi un po’, rincarando la dose. «Coraggio David, attacca la pallina!»
Mummificato. Immobile. Statico. Però un muscoletto traditore del viso gli traballava. Allora ho recuperato in fretta un suo cartoccio dal cestino, ho applicato del filo argentato con del nastro adesivo e l’ho appeso al ramo più alto.
«Ecco fatto.» E l’ho fissato con un sorrisetto volpino sulle labbra. Valeria si è scompisciata mentre lui impassibile l’ha pesato con le mani e ha sussurrato: «Un capolavoro.»
Alcune palline rosse e dorate cadono e rimbalzano. Ma il cartoccio no, resta attaccato, imperioso e padroneggiante. Corro in bagno e David mi segue. Cosa vuole fare? Prendersi gioco di me? Mi guardo allo specchio e sono coperta di sangue. Mi sento svenire e lui è lì, pronto, e mi appoggia al muro.
«Che hai fatto», mi dice, con una voce dolcissima. Ma questo non può essere lo stesso… Mi fa sedere sul water con la tavoletta abbassata. Dio che imbarazzo! Si avvicina con un fazzoletto di stoffa bagnato e comincia a tamponarmi la ferita. Ha un buon profumo, fresco, dalle note talcate. Scopro un’espressione preoccupata sul suo volto.
«Ti accompagno in ospedale», mi dice. Ma io odio gli ospedali, il sangue e i camici bianchi e gli rispondo con un secco no.
«Allora potremmo andare a casa mia, ho dei cerottini che tengono i lembi uniti.»
Non capisco più niente. Dovrei capirci qualcosa? Non posso rimanere in queste condizioni ed ecco la mia sparata: «preferisco i tuoi cerottini.»
Mi pulisco alla meglio, ormai il maglioncino bianco è da buttare, ma le macchie sulla minigonna nera almeno non si notano. Mi fa salire sulla sua auto, un’Audi A4, dopo aver avvertito Valeria che corre giù e si mette le mani in testa non appena mi vede la fronte.
«Te la riporto sana e salva, cuginetta», le dice David.
Perfetto, sono cugini. Se mi fossi lamentata di lui con Valeria, mi avrebbe rispedita a Milano con ricevuta senza ritorno.
«Comunque mi chiamo Camille.»
«Lo so», mi risponde, mentre guida.
«Ma non ci siamo mai presentati in realtà.»
«Piacere Camille, io sono David.» Poi fa un sorrisetto divertito e va avanti. «Mi spieghi come hai fatto a tagliarti?»
«Andavo di fretta e ho sbattuto contro la portiera della mia auto.» Ride. Beh, sempre meglio di niente. Bastava un po’ di sangue per scioglierlo dunque?

7
David

Oddio, questa è pazza. Ma come si fa a ferirsi da soli, e in questo modo? Però devo ammettere che è uno spasso stare con lei. L’ho invitata a casa mia per medicarla e non ho pensato al disordine. Vivo da solo, capirà…
Faccio veloce per aprirle la portiera, ma lei è già scesa. Maledette galanterie, devo stare calmo, più attento. Dice che non immaginava che ci fossero tanti paesi sparsi qua e là, e che lei, abita qui vicino. Da queste parti le case, ora con i tetti sbiancati, sono tutte uguali, e anche i borghi, che ha appena definito come i borghi dei folletti di Babbo Natale. Spero sia per la botta in testa, se fa certi strani discorsi.
La faccio entrare e si siede sul divano, ma in questa posizione non riesco ad attaccarle i cerotti. Le tampono la ferita con della garza imbevuta di disinfettante, mi sa che brucia: fa dei gridolini eccitanti. Eccolo di nuovo: tenta di risvegliarsi dentro a questi maledetti pantaloni, che all’improvviso sembrano stretti. No, no e no. Deve rimanere un rapporto puramente professionale, non sarà un’altra Maddy.
«Dovresti stenderti sul divano, così… così non ce la faccio», le dico, sperando che non fraintenda.
«Cosa?», mi chiede, sbarrandomi due occhioni verdi come la primavera che mi piacciono da morire.
«Per mettere questi, devi stare distesa o tiri indietro la testa più che puoi.» Mi guarda imbambolata, sta pensando. «Okay», mi risponde. Si stende e trema. Sospira e comprendo il suo disagio.

8
Camille

Ha le stesse mani delicate di quando disegna. Mi attacca i cerottini e sembra un professionista. Ha fatto un lavoro perfetto, in silenzio, un silenzio dentro il quale avrei desiderato sparire. Nel suo appartamento che sembra un arcobaleno, con lui che si prende cura di me. E adesso cosa vorrà in cambio?
Niente, assolutamente niente. Lo scongelamento era un falso allarme.
Mi alzo, mi avvicino a lui e lo ringrazio. Poi cerco di attaccare discorso.
«Perché fai di tutto per evitarmi?» Dio, è diventato cupo all’improvviso.
«È così e basta.»
Credo che se ricominciassi a sanguinare lui sarebbe di nuovo gentile e glielo dico pure. Si mette a ridere, e almeno questo gli riesce naturale.
Torniamo al lavoro e la giornata prosegue tranquilla, come immaginavo: lui è la mummia di sempre. All’ora di pranzo tutti vanno al ristorante qui vicino, tranne David. Ma come fa a stare in piedi? Vorrei chiedergli se posso portargli qualcosa da mangiare, però no, non lo faccio. Insomma, è un uomo di circa trent’anni, dovrebbe saper soddisfare da solo le proprie esigenze.
Valeria mi prende sottobraccio: «Ciao Camille, ti siedi a tavola con me oggi?»
«Volentieri.» Con lei sto bene, è simpatica e continua a parlare. Peccato, di solito amo farlo io, ma è più conveniente lasciare al capo la libertà di esprimersi. Allora approfitto della sua parlantina; dovrà pur servire a qualcosa! Mi avvicino come per confidarle un segreto e lei tace ed è tutta orecchi. Gli altri intorno mangiano e ridono; non possono sentirci. Il tavolino piccolo e tondo, dove siamo sedute, si trova in un angolo intimo del locale: un ristorantino più simile a una tavola calda, ma pulito e accogliente, con dei bei dipinti che rappresentano le quattro stagioni.
«Posso chiederti perché David è così schivo? Se si fidasse solo un po’ di me, potemmo conoscerci meglio. Sa essere così dolce a volte…» Accenna un sorriso triste, pare che si aspettasse questa domanda.
«Non vuole problemi, soprattutto con le colleghe troppo carine», risponde, e poi comincia a elencarmi tutte le belle cose che farà in vacanza, compresa una mega festa a Cortina, l’ultimo dell’anno.
Torno in ufficio e ringrazio Dio che David continua a tenere la testa sui fogli, fingendo di essere solo. Ha contornato il profilo della scrivania con un’assurda ghirlanda: solo ora mi accorgo che quelle appese non sono campanelle, ma dei nasi argentati. Disgustoso.
Arriva sera in fretta e sono tremendamente indietro con il lavoro, tanto più che chiuderemo per due settimane per le feste. Chiedo a Valeria se posso rimanere e lei, sebbene perplessa, guardando la mia fronte ammaccata, acconsente.
Vanno tutti a casa e porca miseria, non ricordavo che David fosse il primo ad arrivare la mattina e l’ultimo ad andarsene. Ha lui le chiavi dello stabile e adesso rimarrà fino a quando non avrò finito. Noi due, soli. Cominciano a sudarmi le mani, almeno il riscaldamento funziona e io l’ho impostato a manetta. Lui patisce il caldo, ma preferisce soffrire per evitare discussioni, e intanto io mi godo lo spogliarello quotidiano di quando toglie il cardigan con bavero e zip. Penso che se lui adesso ci provasse con me, se mi sbattesse su questa scrivania e… comincio a fantasticare. Non credo che lo respingerei, anzi.
«Se hai finito io chiudo», mi dice senza accennare un minimo sorriso, e io ho la mia missione da compiere. Devo scioglierlo e se ci riuscirò, gli consegnerò il mio dono: un temperino a forma di renna con tanto di slitta. È dove metti la punta della matita, che mi lascia un po’ perplessa, ma lui apprezzerà di certo.
«Conosci un posto dove possiamo cenare? Vorrei offrirti qualcosa; è il minimo dopo quello che hai fatto per me», e gli indico la mia fronte incerottata. Mi fissa con uno sguardo intrigante dentro al quale potrei sprofondare e si accarezza il mento, con quella barba di due giorni che mi fa morire.
«Perché dovrei uscire con te?», mi chiede, in tono poco amichevole.
«Perché qualcosa ti impedisce di essere libero, e avrei voglia di aiutarti.»
Si alza in piedi e viene verso di me. «Tu non mi conosci, come puoi…»
«Mi piaci.» Sgrana gli occhi e socchiude la bocca dallo stupore.
«Ho aggredito la mia ex e il suo amante.»
Mi avvicino, poso le mani sul suo petto e gli sorrido. «Lo avrei fatto anch’io, al posto tuo.»
Non sa cosa fare. Respira in modo lento e profondo e io seguo inebetita il movimento di quel torace, sacrificato dentro una t-shirt nera in microfibra che evidenzia dei pettorali scolpiti. Non so cosa mi stia succedendo, ma quelle labbra carnose mi attirano e mi avvinghio a lui che si arrende a sentimenti troppo a lungo repressi. Mi fa sentire il suo desiderio, le dita tra i capelli, una mano salda dietro la schiena, e le fantasie che ho alimentato su di noi diventano realtà. Mi mangia di baci e mi copre di carezze che mi sconvolgono. Mi alza la gonna e grazie a Dio, indosso le autoreggenti.
Mormora il mio nome, mentre ci sorprende un orgasmo che sembra non avere fine.
Sto riprendendo fiato e all’improvviso odo l’Halleluja dei Pentatonix che proviene da un’auto all’esterno. Sembra la canzone che Valeria ascolta in modo ossessivo. Mi prende un brivido quando sento chiudersi la porta d’ingresso e la musica attutirsi, mentre il rumore di un motore si allontana. Ci ricomponiamo e andiamo a controllare: qualcuno ha lasciato un cestino di vivande e una bottiglia di spumante sotto l’albero con un biglietto:
“Finalmente! Tanti cari auguri. Il capo.” Oddio, ma ci avrà visti?
Fuori sta nevicando. Credo che resteremo intrappolati qui dentro per un bel po’.
Si può sempre ricominciare…
 FINE



L'AUTRICE DICE DI SE'...
Mi piace scherzare, prendere la vita come viene e dare consigli. Gli amici mi giudicano un po’ pazza e hanno ragione, però non mi abbandonano mai.
Scrivere mi aiuta a tenere i piedi per terra, per non confondere le fantasie con la realtà.
Se mi cercate, lavoro in un luogo dove le menti sono perse in diverse dimensioni, ma ognuno ha ragione nella propria certezza. Il mio motto è: ama i tuoi desideri.

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FRA LE LETTRICI CHE LASCERANNO COMMENTI AI RACCONTI A FINE RASSEGNA ESTRARREMO LIBRI A SORPRESA... PARTECIPATE!

18 commenti:

  1. No, mi dispiace. Ok che si tratta di un racconto, ma sembra di aver a che fare con due quindicenni immaturi e imbranati invece che con due trentenni. Ne capo ne coda in una storia quasi assurda.

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    1. Helena J. Rubino22/12/16, 09:38

      Offrendo questo racconto, il mio unico scopo è quello di far sorridere. Mi dispiace non esserle arrivata. Buone feste!

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    2. Non condivido, mi dispiace. Chi si nutre di sentimenti e passioni e non ha aridità nell'animo, percepisce benissimo l'attrazione tra i due protagonisti e le emozioni che si vivono in circostanze simili, sul posto di lavoro.
      Racconto molto carino e appassionante...Complimenti all'autrice. Brava!!

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  2. Anch'io ho apprezzato il racconto. Carino, stuzziacante e divertente. Complimenti. Buon Natale. Marina

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  3. Anche a me è piaciuto.. Divertente e con un buon ritmo di narrazione :-)
    Sara

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  4. Io ho sorriso ad ogni battuta e curiosa sono arrivata alla fine.
    Auguri. A me è molto piaciuta questa partita di scherma d'amore;)
    Auguri.
    Antonella_78

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  5. Una storia a due voci davvero carina. Anch'io, come Alessandra, ho trovato il comportamento dei due protagonisti poco maturo, tuttavia, trattandosi di un racconto, me lo sono goduto così.

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  6. Io ho trovato il racconto molto piacevole e carino
    mi ha fatto sorridere e divertire.
    brava!!!

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  7. Ringrazio i lettori e chi di loro ha lasciato un commento; a chi mi ha riportata con i piedi per terra e a chi mi ha dato la spinta per proseguire a sognare. Un caldo abbraccio a tutti voi! Helena J. Rubino

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  8. Un racconto carino e leggero. Quando gli opposti si attraggono le scintille sono assicurate ^_^

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  9. ...forse un pò troppo di fantasia e scontato...però carino per staccare la testa una mezz'ora!

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  10. Un racconto carino,simpatici i battibecchi,belli i due protagonisti e per belli non intendo il fisico.

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  11. Un racconto simpatico e frizzante in cui si avverte chiaramente la tensione sensuale, a tratti inconsapevole, tra i due protagonisti. E poi è sempre così erotico un uomo che si preoccupa e si prende cura di te con la stessa sollecitudine che ha avuto David nei confronti di Camille ...

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  12. questo è già il mio preferito, un racconto romantico e divertente, come piace a me. avrei preferito che fosse stato un po' più approfondito il malessere di David,
    ma va bene così visto che è un racconto. dove si inserisce poi la matita nel temperino a forma di renna???? :-P

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  13. Carino, ma manca qualcosa. Siamo arrivati alla fine che i due protagonisti praticamente non si conoscono, si piacciono solo a livello fisico. Diciamo che è poco sentimentale e abbastanza erotico, malgrado le premesse sembrassero rovesciate. Un po' troppo veloce nel finale.

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  14. Dei racconti letti finora (non ho seguito l'ordine di pubblicazione) questo è l'unico che mi ha fatto sorridere e divertire. Grazie! Racconto breve e leggero, valido nelle emozioni anche se non approfondite. Ci voleva una pausa così tra la frenesia delle preparazioni.

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  15. Il racconto non mi è piaciuto. Sembrano ragazzini e non un uomo e una donna. Mi ha lasciato perplessa anche un'altra cosa. I due protagonisti lavorano nella stessa stanza da quasi un anno, non si sono presentati, tra di loro c'è solo mutismo e un filo di eccitazione. Mi sembra troppo lungo il tempo trascorso in questo modo che si trasforma in passione sfrenata appena lei si decide a parlare. E' un genere che non rientra nelle mie corde.

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  16. Il classico tra colleghi che non stanca mai, almeno a me! Avrei preferito qualche battibecco tra i due ma forse la lunghezza del racconto non lo ha permesso!

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