GLI ALTRI ROSSOFUOCO: 'PREZZO D'AMORE' di Patrizia Disirò



1

Il cavallo correva alzando spruzzi spumeggianti, la spiaggia era completamente deserta, il freddo s’insinuava abile sotto lo scuro pastrano, ma il cavaliere solitario non se ne curava. Erano le sette di mattina del primo dell’anno, ma Andreas non aveva festeggiato la sera prima.
Per lui il nuovo anno era portatore di sventure. Ormai era una settimana che passava il suo tempo a scorazzare con il suo fedele Airin, uno stupendo cavallo sauro color cannella, unico detentore della sua angoscia.
Ormai l’ultimatum stava per scadere e doveva assolutamente prendere una decisione. Triste abbracciò con lo sguardo l’immensa distesa del mare e con la mente l’estensione delle sue proprietà.
Qualunque fosse la decisione presa lui avrebbe perso tutto questo. Il pensiero lo riportò indietro all’inizio dei suoi problemi. Oramai erano passati due anni dalla morte del padre e pian piano tutto ciò che Andreas sospettava da qualche tempo si stava tramutando in realtà.
All’estero per poter coltivare i suoi studi sulle varie razze di cavalli e un giorno ampliare l’allevamento, era stato richiamato a casa dalla madre perché il padre era morto in seguito a una caduta da cavallo.
Tornato alla casa padronale e presi in mano i libri della gestione delle proprietà, aveva avuto la conferma di ciò che già sospettava dall’estate prima. Allora aveva visto il padre molto preoccupato. Alle richieste di spiegazione di Andreas costui aveva sempre risposto in modo evasivo, cercando di  cambiare discorso.
Andreas aveva pure provato a entrare nello studio del padre per riuscire a trovare una qualche risposta al comportamento paterno così inusuale, ma purtroppo la porta era chiusa a chiave e la sua richiesta di poter accedere al locale aveva avuto come risposta che la stanza stessa era in restauro.
Ora aveva capito il perché, il padre si era indebitato a causa d’investimenti sbagliati e adesso loro erano sul lastrico.
I creditori bussavano incessantemente alla porta e la banca aveva messo come termine ultimo per il pagamento il tre gennaio, poi avrebbero perso tutto.
Andreas poteva anche cercare un lavoro, magari con i cavalli visto che se ne intendeva parecchio, ma come avrebbe fatto a mantenere decorosamente sua madre, sempre avvezza alla ricchezza? E che dire della sua sorellina che nell’anno a venire avrebbe avuto il suo debutto in società?
C’era solo un modo: Helena.
Helena era il suo grande amore, splendida vergine che aveva donato a lui il suo bene più prezioso. Ma anni di amore e dedizione non avevano lenito la sua scaltra personalità e alcune estati prima l’aveva deriso e crudelmente lasciato a matrimonio già programmato per sposare un vecchio barone ricchissimo, ma con il triplo dei suoi anni. Ora il barone era morto, lei era ricchissima e lo voleva. Già al tempo delle nozze con il barone gli aveva proposto di diventare il suo amante, ma Andreas aveva rifiutato categoricamente di diventare il suo stallone personale.
Ora lei avrebbe saldato completamente i suoi debiti, se lui fosse stato compiacente.
Avrebbe perso la libertà, Andreas sapeva quanto vendicativa potesse essere Helena.
Gli avrebbe fatto pagare caro il suo negarsi come amante anni prima.
L’avrebbe tenuto in suo potere perché, dal momento in cui avesse accettato, la proprietà sarebbe stata amministrata dai legali di Helena.
Andreas era certo che lei non avrebbe tollerato nessuna sua disobbedienza.
Lui avrebbe perso la libertà, ma la madre e la sorella sarebbero rimaste nella casa che amavano senza alcun problema.
Basta aveva deciso, sarebbe andato quel giorno stesso da Helena, era inutile aspettare ancora.
Si concesse un’ultima corsa sfrenata con Airin, il vento gli sferzava il viso e ingarbugliava i suoi lunghi capelli biondi, urlando al mare il proprio sconforto.
Sapeva che gridare a pieni polmoni la propria frustrazione non sarebbe servito a cambiare le cose, ma certamente l’avrebbe fatto sentire meglio.

2
Helena non lo ricevette subito, lo fece attendere sulla porta come l’ultimo dei suoi servi.
«Cominciamo bene, mi posso immaginare come sarà il seguito. Mi farà rimpiangere amaramente ogni minuto di questi anni che non ho passato nel suo letto.» Andreas affondò le mani nelle tasche dei pantaloni, maledicendo suo padre che l’aveva messo in quella situazione.
Finalmente un valletto lo fece entrare e lo introdusse nella sala dove si trovava Helena. Manco a dirlo la stanza era piena di gente.
La sua umiliazione sarebbe stata pubblica.
Andreas si costrinse ad avanzare.
Helena si trovava in fondo alla sala e stava discutendo con due uomini, uno di questi Andreas lo riconobbe come il legale che lo aveva avvicinato per proporgli il patto.
Helena lo fissò. «Conte, venite pure avanti. A cosa devo l’onore della vostra visita?» Non c’era che dire, sapeva come farsi odiare. Sedeva altera, contornata dai suoi tirapiedi. Algida e distante non  assomigliava alla donna passionale che lui aveva conosciuto. Il suo sguardo freddo e calcolatore negava qualunque sentimento ci fosse stato tra loro. Il tono arrogante lo indispettì. «Lo sapete benissimo, baronessa.»
Non era la risposta corretta e ne era consapevole, si sarebbe tirato addosso ancora più grane di quelle che già aveva, ma non era riuscito a trattenersi. Gli anni di solitudine in cui ogni suo pensiero era rivolto a lei, al sapore della sua pelle, alla bramosia che lo prendeva ogni qualvolta il ricordo del suo corpo caldo contro il suo gli incendiava la mente, avevano alimentato il suo risentimento verso Helena.
«Bene, conte, non mi sembra il comportamento consono a chi viene per supplicare il benessere dei propri cari.»
Le persone presenti in sala avevano sospeso il chiacchiericcio e ora si gustavano l’alterco tra i due.
«Ci vuole umiltà e sottomissione per ottenere favori da chi ha in mano i fili del vostro destino.» Gli occhi verdi di Helena mandavano scintille, promettevano vendetta e non avevano nessuna intenzione di rendergli le cose facili.
Andreas fece alcuni passi avvicinandosi e sostenendo il suo sguardo, tra loro due la più forte era sempre stata lei, anche quando gemeva arrendevole sotto di lui in preda alle potenti spinte della sua passione. Fece un cenno d’assenso e s’inginocchiò di fronte a lei, abbassando la testa in segno di sottomissione. «Potete fare di me ciò che volete, baronessa. Aspetto i vostri ordini. Saprò bene ripagare la vostra bontà verso la mia famiglia.» Le mani strette a pugno, il corpo rigido parlavano chiaro di quanto gli fossero costate quelle parole.
«Bene, conte. Vedo che ci capiamo. Potete alzarvi. Vi lascio due giorni per sistemare le vostre faccende. Poi vi voglio nella mia tenuta. Qui soddisferete i miei desideri per il tempo che io riterrò opportuno.» Detto questo non lo degnò più di attenzione, rivolgendosi agli interlocutori con cui stava interagendo prima che lui arrivasse.
Andreas si alzò e, senza guardare in faccia nessuno, si diresse a grandi passi verso l’uscita.
Appena fuori trasse un profondo respiro. Sarebbe stata dura, lui non era per natura remissivo, specialmente dopo ciò che Helena gli aveva fatto.
Una mano gli strinse il braccio.
Si voltò già rassegnato a subire di nuovo, ma si trovò di fronte il viso di Alan, il suo più caro amico.
«Andreas, perché ti sei umiliato così?» gli occhi dell’amico erano addolorati.
«Alan, credimi non avevo scelta.»
«Andreas, si ha sempre un’altra scelta. Potevi chiedermi aiuto, lo sai che lo avrei fatto più che volentieri. Ti voglio bene come a un fratello.»
«No, questa volta non c’era un’altra scelta. Non avresti potuto aiutarmi e poi sii sincero, tu vuoi bene a Eloise non a me!»
Una franca risata echeggiò nell’aria. «Hai ragione. Tua sorella è molto più interessante di te!»
Si abbracciarono stretti e poi si lasciarono.
Andreas, preso il suo sauro, montò in sella e pensò di farsi un’altra corsa in riva al mare prima di tornare a casa.
La madre e la sorella lo attendevano, i loro visi erano una maschera di dolore.
Eloise corse ad abbracciarlo. «Perché, Andreas, perché ti sei sacrificato? Si poteva fare in qualche altro modo. Magari io e la mamma potevamo lavorare.»
Anche la madre gli si era avvicinata e lo stringeva, ma senza parlare.
Andreas le baciò entrambe, ma minimizzò l’accaduto. «Su dai, non facciamone un dramma, ne va di mezzo solo il mio orgoglio e di quello, sinceramente, posso farne pure a meno. Di voi invece no. Prima o dopo Helena si stuferà di me e mi lascerà andare.»
«Ma a che prezzo, figlio mio. È spregevole e crudele, dopo quello che ti ha fatto!» gli depose un bacio sulla fronte scostandogli i capelli che gli arrivavano fin oltre le spalle.
I due giorni passarono veloci.

3
La porta della sua prigione si aprì senza indugio alla sua vista. Questa volta non fu fatto aspettare, ma introdotto subito al cospetto di Helena.
Era deciso a bere fino in fondo il calice amaro nella speranza che lei si stancasse presto di lui.
Si avvicinò senza indugio alla scrivania dove lei era intenta a scrivere e le s’inginocchiò di fronte, abbassò la testa e mormorò «Mia signora, servo vostro.»
Helena alzò lo sguardo dal documento che stava esaminando e lo guardò stupita. «Come mai tutta questa sottomissione? Guardami!» gli ordinò.
Andreas alzò la testa contro voglia e fissò i suoi occhi color acciaio in quelli verdi di lei.
«I tuoi occhi sono sfrontati e ti smentiscono. Non hai nessuna intenzione di essere sottomesso a me.»
Il corpo di Helena era diventato caldo e voglioso appena lui aveva varcato la soglia, i lunghi capelli biondi gli incorniciavano il viso virile, gli occhi cupi come il metallo fuso si erano abbassati appena avevano incontrato il suo sguardo a voler nascondere i propri pensieri. Le labbra carnose si erano stirate in una smorfia alla sua vista. Helena emise un sibilo di disappunto al sentire i capezzoli che le s’indurivano premendo contro il tessuto nella spasmodica voglia di sentire ancora  la bocca di lui che li succhiava avida. Al ricordo un caldo fiotto le bagnò il sesso. No, non si sarebbe fatta prendere da lui, per quanto il suo corpo le urlasse di spogliarsi e lasciare che le sue braccia forti la rovesciassero sulla scrivania e il suo duro membro la pompasse fino allo sfinimento. Lui l’aveva rifiutata, le aveva negato la possibilità di essere felice. L’aveva lasciata desolata e sola tra le braccia del bavoso marito.
Si alzò arrabbiata, nel costatare quanto potere lui aveva ancora sul suo corpo, non glielo avrebbe più permesso. Si avvicinò a lui, lo schiaffeggiò in pieno viso, per poi prenderglielo tra le mani. La sua bocca calò spietata su quella di lui premendo per entrare.
Brividi percorsero la spina dorsale di Andreas mentre il suo corpo lo tradiva, il suo inguine s’irrigidì all’istante al profumo di lei mai dimenticato.
Lui emise un sospiro e aprì la bocca, sconfitto.
La lingua di Helena ribadì il diritto di proprietà su di lui, lo assaggiò e lo stuzzicò, mentre le sue mani correvano ad accarezzargli i capelli.
Andreas, sempre in ginocchio, stringeva forte le dita sulle proprie cosce, incapace di mantenere fede alla promessa che aveva fatto a se stesso.
Ricordò  quella volta, mancava poco più di un mese al loro matrimonio, quando Helena gli aveva spiegato in dettaglio cosa voleva dalla vita. E non era sposare lui. Di lui voleva solo una cosa e non era certo il suo cuore. Anche se purtroppo, questo, lui glielo aveva già donato. Lei non aveva esitato a farlo a pezzi e a gettarglielo in faccia.
Helena voleva i soldi, tanti. Non aveva nessuna intenzione di sposarlo per fare la signorotta di campagna per tutta la vita.
Erano nel giardino d’inverno. Lei era incantevole in un abito di mussola color malva, i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle.
«Andreas, non me ne faccio niente del tuo amore. Non mi porta ai balli con preziosi vestiti, né mi compra diamanti e smeraldi che s’intonano con i miei occhi. Per quelli ci vogliono i soldi, tanti soldi e tu, finché tuo padre non tira le cuoia, non possiedi niente. Solo un bel corpo che potrai usare con me, quando mio marito si sarà addormentato.» Le sue mani, nel frattempo, si erano infilate abilmente sotto la camicia di Andreas e ora gli stavano tormentando un capezzolo. Lui non era adatto a essere amato, solo a procurarle quel piacere che il marito, troppo vecchio, non avrebbe potuto darle.
No, se non avesse potuto avere il suo amore, non avrebbe voluto niente di lei, aveva promesso a se stesso.
Andreas si era tolto le sue mani di dosso, il cuore stretto in una morsa di dolore, e si era avviato alla porta per uscire.
«Andreas, ricordati che mi pagherai questo rifiuto, molto ma molto dolorosamente.»
Allora non aveva dato peso alla minaccia, aveva pensato al modo di dimenticarla. L’occasione gli era stata data dal padre che gli aveva proposto di ampliare l’allevamento di cavalli con nuove razze. Per fare questo lui sarebbe dovuto recarsi nei vari allevamenti, anche all’estero, per decidere quale sarebbe stata la razza migliore da introdurre tra le loro.
Tornò  al presente quando Helena lo fece alzare, mettendoglisi di fronte gli levò la camicia e fece scorrere le mani lungo il suo torace nudo, lunghe carezze lievi come ali di farfalla che gli mandavano piccole scosse lungo tutto il corpo. Le dita eleganti si fermarono a tormentargli un capezzolo.
Andreas aveva chiuso gli occhi, le mani strette a pugno, stringendo i denti mal sopportava i suoi palmi su di sé. La sua mente la rifiutava per tutto il dolore che aveva patito a causa sua, ma il suo corpo reagiva come se anelasse solo il suo tocco per vivere.
Il suo membro era duro fino all’inverosimile e premeva sul tessuto dei pantaloni.
Sapeva già cosa sarebbe accaduto. Helena l’avrebbe avuto in qualunque modo avesse voluto.
Lei sembrò leggergli nel pensiero, fece scorrere le dita affusolate fino alla cintura dei pantaloni fino a prendere il membro in mano. Lo sentì tremare e si crogiolò nella sensazione del potere.

4
Le mani legate saldamente alla testiera del letto, erano ore che Andreas stava subendo i suoi giochi.
Dopo averlo fatto spogliare completamente, Helena gli aveva ordinato di mettersi supino sul letto e l’aveva legato.
«Sei mio, sei sempre stato mio»
Era a cavalcioni sul suo addome e lui aveva la percezione di ogni più  piccola piega del suo sesso umido e caldo contro la propria pelle. I capezzoli di un rosa scuro e turgidi dallo sfregamento che lei continuava a fare contro il suo torace erano un frutto invitante, ma irraggiungibile. Più volte lei glieli aveva messi a portata di bocca, ma, anche tirando con forza i legacci con cui era bloccato, era riuscito a toccarli solo con la punta della lingua.
«Sei mio, ma non ti farò godere. Devi pagare per tutto il male che mi hai fatto.»
Gli occhi freddi come l’acciaio di Andreas la fissarono intensamente. Come osava affermare una cosa del genere?
Helena nuda ed eccitata si stava calando sulla sua asta. La cui punta sensibilissima sentì ogni più piccola piega del sesso di lei, caldo e bagnato, lo prese fino in fondo muovendosi ritmicamente. In estasi protese il viso verso di lui per poterlo baciare. Andreas, rabbioso per la dichiarazione che lei aveva fatto pocanzi, girò repentinamente il volto cosicché lei si ritrovò a baciare solo la sua guancia resa ispida da un velo di barba.
«Bastardo!»
Lo schiaffo lo raggiunse in pieno viso.
Ma ebbe solo l’effetto di eccitarlo di più. Puntellando i piedi sul materasso Andreas cercava di spingere, muovendo il bacino, il proprio membro più profondamente dentro di lei. Helena lo assecondò quel tanto che bastava per raggiungere il proprio piacere, poi, prima che lui potesse avere l’orgasmo, si alzò lasciandolo fuoriuscire dal caldo tepore del proprio corpo.
Il gemito di frustrazione che uscì dalle labbra del suo amante, la fece ancora di più godere.
«E adesso, alza il viso e offrimi la gola. Voglio mettere il mio marchio su di te in modo che domani a corte tutti sappiano che mi appartieni.»
L’ondata di odio che investì Andreas fu tale da fargli tornare il membro a dimensioni normali.
Poteva non obbedire ai suoi ordini e, appena lei l’avesse slegato, prendere Airin e andarsene. Ma di sicuro Helena non avrebbe aspettato nemmeno che lui montasse in sella prima di ordinare ai propri legali di buttare fuori di casa sua madre e sua sorella.
Rassegnato, alzò il viso e porse la gola chiudendo gli occhi.
Nel frattempo Helena aveva arroventato il sigillo che usava per chiudere la corrispondenza.
La pelle sfrigolò al contatto con il metallo rovente, ora un elegante H intrecciata con una rosa faceva bella mostra di sé sulla pelle tenera del collo, appena sotto all’orecchio destro. Con i capelli legati sulla nuca, e Andreas era certo che lei lo avrebbe costretto a legarli ogni qualvolta fossero stati in pubblico, si vedeva chiaramente.
Helena lo guardava soddisfatta, talmente soddisfatta che gli slegò i polsi ponendo fine ai giochi.
«Posso rivestirmi?» Andreas si massaggiava i polsi per riabilitare la circolazione, le mani erano intorpidite dalle troppe ore passate legate.
«Sì, Andreas, ma voglio un bacio.»
Ancora una volta lui avrebbe voluto strozzarla. Il collo con le sue ondate di dolore non lo invogliava certo ad accontentarla, ma si apprestò a fare quello che lei gli aveva chiesto.
«Mia signora, avrò altri doveri nei vostri confronti oppure mi userete esclusivamente per il vostro piacere personale?»
La prospettiva di dover passare le proprie giornate in attesa solo di un suo cenno per soddisfarla lo deprimeva.
«In effetti no, conte. Pensavo di sfruttare la vostra abilità con i cavalli. Mi piacerebbe che vi occupaste del mio allevamento.»
Il sospiro di sollievo dell’uomo non passò inosservato.
«Cos’è, conte, vi piace più la compagnia dei cavalli che la mia?» Un sopracciglio alzato e un sorriso impertinente la facevano assomigliare all’Helena che lui aveva amato. Teneva in mano una calza, che si stava infilando sulla lunga gamba affusolata, e che ora faceva dondolare pigramente soppesandolo.
«Non ho mai detto questo, mia signora. È che oggi, come posso dire» sfiorandosi il marchio che gli pulsava sul collo «la vostra attenzione nei miei confronti è stata forse un tantino caliente.»
Evitò  la scarpa che lei gli lanciò, ma non seppe trattenere una risata. Quanto avrebbe voluto cancellare tutto il passato che li divideva ed essere in grado di amarla come una volta, ridere e scherzare con lei.
Il riso gli morì sulle labbra al ricordo del dolore che lei gli aveva inflitto e che ancora gli stringeva il cuore. Finì veloce di rivestirsi. Poi, sempre con la testa abbassata in segno di sottomissione, si parò davanti a lei. «Se la mia signora ha finito con me, andrei a vedere i cavalli.»
Helena lo fissò, l’Andreas che conosceva tanti anni prima era scomparso di nuovo, lasciando al suo posto questo estraneo che la trattava freddamente.
Forse non era giusto quello che stava facendo, ma lei aveva sofferto tantissimo quando lui non aveva capito il suo bisogno di sicurezza, che poteva darle solo i soldi del barone.
La sua infanzia era stata scandita dalla mancanza cronica di denaro a causa di un padre inetto, lo spettro della miseria era stato sempre alle porte. Non l’avrebbe mai ammesso con nessuno e non aveva mai fatto parola delle sue paure e del suo passato, ma qualche volta la spaventava ancora.
Lei amava Andreas e pensava che fosse una cosa giusta poter continuare ad amarlo anche da sposata.
Finì  di vestirsi e lo raggiunse alle scuderie. Il tepore dell’ambiente la stupì. Non si era quasi mai recata all’interno, di solito Luke, lo stalliere, le faceva già trovare fuori nel cortile il cavallo pronto per essere cavalcato. Andreas le voltava la schiena quando lei entrò, si era tolto la camicia e i suoi muscoli guizzavano invitanti sotto la pelle abbronzata.
I capelli della tonalità del grano maturo gli arrivavano ben oltre le spalle.
Il respiro di Helena si fece rapido, mentre esaminava con occhio critico i calzoni che gli fasciavano il sedere. I capezzoli resi turgidi dalla vista di quei glutei sodi che tendevano la stoffa a ogni suo movimento, premevano contro il corpetto del vestito alla ricerca di soddisfazione. Andreas si era chinato in avanti a esaminare uno zoccolo del suo cavallo, spingendo ancora più in fuori la parte di sé che lei stava ammirando.
«Se fossi un uomo e avessi inclinazioni particolari, la tua posizione sarebbe un invito.»
Andreas si girò sorpreso al suono della sua voce prendendo la camicia e indossandola, nella speranza di distrarre l’attenzione di Helena.
«No, Andreas, non rivestirti. Anzi, togliti anche i pantaloni.» Negli occhi di Helena passò un lampo, un desiderio mai soddisfatto le affiorò alla mente. Si affacciò all’uscita del box e chiamò «Luke, vieni qui.»
Un brivido freddo serpeggiò lungo il corpo di Andreas che si stava spogliando, ma non era di sicuro dovuto alla temperatura. Cosa diavolo aveva in mente quella donna?
Il corpo massiccio di Luke si stagliò nel vano del box. Il suo sguardo si fissò sul corpo nudo di Andreas, la lingua gli saettò all’esterno per leccarsi le labbra. Ciò che vedeva gli piaceva. Molto.
«Milady?» Non fece lo sforzo di distogliere lo sguardo dal magnifico spettacolo che gli si parava davanti mentre pronunciava la frase interrogativa alla sua padrona.
Andreas fissò allibito Helena. «Non puoi farmi questo. Non ne hai il diritto!» La rabbia gli fremeva in corpo all’idea di ciò che la donna aveva intenzione di fargli subire.
«Dici? Se lo pensi, puoi rivestirti, prendere il tuo cavallo e andartene. Lungo la via passa dal mio legale per farti dare l’indirizzo di Lady O’Riley.» La dama era nota nell’ambiente per dare ricovero ai poveri.
Andreas abbassò lentamente i pugni che aveva alzato per l’indignazione.
«Voltati verso la staccionata e abbracciala. Vuoi essere legato o starai fermo?» Un sorriso di vittoria accompagnò le parole di Helena.
Luke sogghignò all’idea.
«Starò fermo.» Non avrebbe dato loro anche quella soddisfazione.
Andreas appoggiò il ventre alla staccionata, aggrappandosi con le mani al palo più basso. Sentì i passi dello stalliere avvicinarsi, una mano callosa gli si posò a livello delle reni spingendo più in fuori l’oggetto del desiderio di Luke.
«Guardami. Voglio che tu mi guardi mentre Luke ti prende.» Helena gli si era seduta davanti sugli scalini che portavano al granaio. Voleva umiliarlo per ogni singolo minuto che lei aveva dovuto sopportare tra le braccia del marito. Farlo soffrire per le notti che aveva passato stringendosi al petto il cuscino fingendo di abbracciare il suo corpo muscoloso. Ora avrebbe soddisfatto ciò che era sempre stata una sua fantasia erotica. Eccitarsi fino all’orgasmo nel vedere un uomo che ne prendeva un altro.

5
L’impegno a corte non era solo piacevole, era per lo più un dovere che ogni nobile doveva compiere. E questa volta, finalmente, anche lei sarebbe stata accompagnata da un baldo cavaliere, anche se costretto.
Nel scendere le scale lo trovò nell’atrio vestito con un abbigliamento dai caldi colori autunnali. Era l’incarnazione dell’elegante nobile di campagna.
La sentì arrivare e le si fece incontro, un caldo sorriso di ammirazione gli illuminò il viso. Le porse subito una mano per accompagnarla alla carrozza.
I capelli raccolti con un legaccio di cuoio sulla nuca evidenziavano il marchio violaceo sul collo. Helena sussultò a quella vista.
«Perché vi siete raccolto i capelli, conte?»
I suoi occhi dello stesso colore del metallo fuso la fissavano, il sorriso caloroso si spense e la sua bocca si torse in una smorfia. «Me l’avete ordinato, baronessa, volevate comunicare a tutti che sono di vostra proprietà.»
La mano di Helena si sollevò a sfiorarlo, Andreas sussultò.
«Vi fa molto male?»
«No, non fisicamente. Comunque niente che non si possa sopportare. Volete che andiamo?» disse aiutandola ad accomodarsi sopra i cuscini della carrozza e si sedette di fronte a lei. Lui era gentile, la trattava con deferenza, anche se lei gli rispondeva con cattiveria facendogli del male. Il rimorso, per quello che gli aveva fatto subire nella stalla, fece un po’ di breccia nel suo cuore, d’impulso alzò la mano e gli sciolse il legaccio. Lui la guardò stupito.
«Questo non serve.» Il cordino di cuoio, che aveva tra le mani, raggiunse il fondo della carrozza con un elegante svolazzo.
I capelli gli si aprirono a coprirgli il marchio, gli occhi d’acciaio si addolcirono. «Grazie.»
«Non voglio che tu mi odi, Andreas.»
«Non ti odio, Helena, non ti ho mai odiato.»

6
Le sale della reggia, come sempre, erano già piene.
Il disagio cominciò a farsi strada in lei, quando iniziò a sentire più di qualche commento al loro passaggio. Fu, però, Lady Ryan a farla infuriare.
L’avevano appena salutata per passare oltre che quest’ultima, quando erano ancora a portata di voce, si era voltata verso la sua compagna. «Che puttana, la baronessa si porta a letto il conte senza essere sposata e lo esibisce senza alcun pudore.»
Andreas sentì il corpo di Helena irrigidirsi sotto la mano con cui la stava guidando verso la sala da ballo. Il viso di lei aveva assunto una tenue sfumatura del tipo vulcano in eruzione, il suo corpo aveva già fatto mezzo giro per affrontare di petto l’insultatrice. Andreas la strinse ancora più saldamente costringendola verso il salone. «Andiamo, mia signora, non date ulteriore spettacolo.» Sapeva benissimo che un alterco con quella lingua biforcuta le avrebbe portato solo altri insulti.
«Andreas, lasciami, mi ha insultato.» Helena cercava di svincolarsi dalla sua stretta, gli occhi verdi in fiamme gli stavano comunicando che gliel’avrebbe fatta pagare cara.
«Helena, non puoi scontrarti con Lady Ryan, peggioreresti solo la situazione e poi te li sei tirati addosso, potevi gestire tutta questa faccenda in privato, invece di fare in modo che dichiarassi la mia sottomissione davanti a un mucchio di gente.»
La mano di Helena si alzò veloce per schiaffeggiarlo, ma fu bloccata dalla morsa ferrea del conte.
«No, non qui e non ora. Abbiamo tutti gli occhi puntati addosso. Potrete punirmi dopo, in privato, come meglio vi aggrada.» Andreas fece una smorfia sperando che Helena non si avvalesse ancora delle prestazioni dello stalliere. «Ora balliamo.» concluse.
Oramai avevano raggiunto il salone delle danze, il conte le s’inchinò cerimoniosamente davanti e le porse il braccio per invitarla a ballare.
Andreas ballava così bene che lei presto si dimenticò di Lady Ryan per godersi la serata. Lui fu impeccabile e si comportò come se starle accanto lo facesse con piacere, magari come un uomo innamorato, non come se fosse obbligato. Alla fine della serata Helena captò anche qualche commento positivo su di loro.
Che bella coppia, dicevano, sono così innamorati. Io non credo che lei lo tenga in suo potere contro la sua volontà. Hai visto come la guarda? È perso per lei.
Helena seduta nel calduccio della carrozza, mentre Andreas, dopo averle tolto scarpe e calze, le massaggiava i piedi indolenziti, fantasticava su come sarebbe stato bello che lui la amasse spontaneamente.
Il viaggio era stato piacevole, lei si era lasciata andare alle cure che lui le aveva dedicato in carrozza, ma Andreas sospettava che non sarebbe stata così compiacente, una volta arrivati a casa.

7
Non si attardarono al piano inferiore, anche se Andreas avrebbe voluto prolungare quei momenti. Lei si era lasciata vezzeggiare per tutta la durata del viaggio, ma appena varcata la soglia di casa Helena aveva deposto le maniere da gattina per riprendere quelle da dominatrice.
«Saliamo in camera.» le secche parole lo sferzarono come una frustata. Il momento idilliaco era finito.
La testiera del letto, che era ancora decorata dai legacci che erano serviti a tenerlo fermo durante la giornata precedente, lo accolse.
Il cenno della testa e l’ordine di spogliarsi di Helena gli fecero capire che sarebbero stati usati ancora.
Cominciò  a spogliarsi, la certezza che lei non gli avrebbe, ancora una volta, permesso di raggiungere l’orgasmo gli procurò una fitta allo stomaco.
Helena si era già tolta i gioielli e ora gli si era avvicinata porgendogli la schiena perché lui la aiutasse con i nastri del vestito.
Toccando con le nocche la pelle nuda della nuca mentre disfaceva i nodi provocò una scossa elettrica a entrambi.
La pelle era così morbida e invitante che lui non resistette all’impulso di chinarsi a sfiorarne la setosità con le labbra. Al diavolo le conseguenze! Tanto, lo avrebbe legato al letto comunque e torturato con il suo corpo morbido e caldo senza elargirgli niente di sé, che almeno gli facesse del male per un motivo!
Lo schiaffo che si aspettava non arrivò, anzi Helena si girò e alzando il viso si protese a ricevere il bacio che lui aveva intenzione di darle sulla nuca.
«Andreas»
Il lungo sospiro esalato direttamente nella sua bocca gli bruciò  l’inguine. Il membro gli s’indurì all’istante e premette famelico tra i loro corpi.
Fece un passo verso il letto con le mani che armeggiavano sul vestito di lei. Adagiandola supina senza mai staccare la bocca dalla sua, le sfilò abilmente abito e sottoveste lasciandola completamente esposta alla bramosia del proprio sguardo.
La lingua cominciò il suo percorso verso il basso, tracciando una scia umida esplorò interamente il suo corpo, fermandosi a succhiare avidamente i capezzoli, per poi continuare il suo viaggio verso il centro del suo piacere.
Le separò delicatamente le labbra, il suo sesso era caldo e bagnato, pronto per lui. Mentre con i denti le mordicchiava il bottoncino eretto, due dita s’infilarono nel caldo, stretto canale facendola gemere di piacere. La lingua entrava e usciva al movimento dei suoi fianchi, le mani di lei corsero ai suoi capelli stringendogli la testa e spingendolo ancora più in profondità fra le proprie gambe.
Andreas sentì il sapore muschiato del suo orgasmo, mentre Helena in un ultimo spasmo gli s’inarcava contro. Con il suo sapore sulle labbra risalì lentamente il suo corpo fino a raggiungere la bocca.
Il bacio di Helena era esigente, come pure le sue mani che finirono di svestirlo.
La lunga asta, dura come la roccia ma allo stesso tempo tenera e vellutata come il corpo di un gatto, vibrava tra le sue mani.
Baciandolo profondamente Helena invertì le loro posizioni, strusciandosi sensuale contro di lui gli prese i polsi e gli alzò le mani contro la testiera del letto.
«No!» il grido di rifiuto esplose nella mente di Andreas «Ti prego, non potrei sopportarlo ancora.»
Gli occhi verdi di Helena lo fissavano sfidandolo a non sottomettersi.
Con la punta del membro teso al massimo, percepiva la calda fessura che lo tormentava. La consapevolezza si faceva strada in lui, ancora una volta non avrebbe potuto non obbedire.
Aveva sperato che nel corso di quella serata qualcosa fosse cambiato in Helena. Ma a lei interessava solo umiliarlo e farlo soffrire. Non l’avrebbe mai amato e accettato per qualcosa di più che non fosse il suo giocattolo sessuale.
Con gli occhi addolorati e tristi, alzò le mani per farsi legare.
Helena lo portò più volte sull’orlo dell’orgasmo, per poi lasciarlo lì boccheggiante e insoddisfatto. Non riuscendo a stare immobile ai suoi continui assalti, tirava fortemente i legacci.
La sua mente cedette alla follia quando Helena, dopo avergli tracciato una linea umida dall’ombelico in giù, glielo prese in bocca. La lingua lo lambiva per tutta la sua lunghezza. La bocca calda e umida gli tormentava la punta turgida e sensibile, mentre una mano lo teneva saldamente alla base massaggiandolo, l’altra aveva raccolto nel proprio palmo il tenero sacco dei suoi testicoli.
«Helena, ti prego.» La sua supplica non ebbe nessun effetto sulla donna.
Appena prima che lui avesse l’orgasmo, lei si allontanò di colpo e gli rovesciò addosso la caraffa dell’acqua fredda che era appoggiata al tavolino.
Basta, era veramente troppo!
Andreas strattonò malamente le corde che lo assicuravano al letto, durante i contorcimenti che aveva fatto fino a quel momento si erano allentate, bastò una brusca tirata e fu libero.
Fulmineo invertì le posizioni, bloccando Helena sotto di sé con il peso del proprio corpo.
«Andreas, fermati, te lo ordino!» Le mani cercavano di schiaffeggiarlo. Lei cercò di raccogliere le ginocchia al petto per spingerlo via.
Ma il corpo di lui era troppo pesante, quasi ringhiando Andreas le bloccò i polsi alzandole le braccia sopra la testa e tenendogliele con una sola mano. Si era ben posizionato in mezzo alle sue gambe e il membro spingeva per entrare.
«Te la farò pagare cara. Ti farò frustare finché non ci sarà nemmeno un lembo di pelle intatto sulla tua schiena.» gli sibilò addosso Helena.
«Non ho dubbi.» Ma non si ritrasse, la mano libera guidò la propria asta nella calda tana che tanto bramava.
Non riuscì a essere delicato. Già al primo affondo Helena si sentì riempita, uno, due, tre affondi.
Helena l’aveva portato a uno stato tale che il raggiungimento dell’orgasmo velocemente fu inevitabile.
Esausto le lasciò i polsi e rotolò al suo fianco.
Che cosa aveva fatto? Mai e poi mai, nella sua vita, aveva alzato un dito contro una donna. Arrivare alla violenza poi, per soddisfare il proprio bisogno sessuale, era ignobile. Nemmeno la voce nella sua mente che gli rammentava che Helena l’aveva tradito, umiliato, marchiato a fuoco e non da ultimo violentato, riusciva a diminuire la vergogna che provava.
Si era voltato di pancia, offrendo allo sguardo di Helena la schiena e le terga nude.
Sperava che lei mettesse in atto la minaccia che gli aveva fatto prima che lui la prendesse.
Sapeva che sopra la cassapanca vicino alla porta era appoggiato il frustino che lei usava per cavalcare. Aspettava solo che Helena si alzasse, lo prendesse e lo frustasse a sangue, in modo che il dolore fisico avrebbe, in qualche modo, sopito la vergogna che provava.
Un bussare alla porta leggero distolse il pensiero di Helena dai propositi di vendetta. Si coprì con il lenzuolo, senza avere la stessa attenzione per il suo amante, che se ne stava prono e nudo al suo fianco. Sembrava che dormisse.
La perfezione della schiena e la rotondità delle natiche le fecero venire l’acquolina in bocca.
«Avanti.»
La piccola cameriera affacciò timidamente solo la testa. «Baronessa, la contessina Eloise e Lord Alan vi stanno attendendo nel salone azzurro.»
«Bene, scendo subito. Aiutami a vestirmi.»
Seguendo lo sguardo imbarazzato della domestica vide i muscoli della schiena di Andreas contrarsi.
«Sei sveglio, allora.» pensò. La sua mano corse alle natiche piene e, dopo averle accarezzate, gli introdusse, brusca, l’indice fra esse. Lo sentì irrigidirsi immediatamente, sorrise soddisfatta. «Bell’esemplare, vero? Il bello di averne uno di proprietà e che gli si può fare di tutto.» Ritirò la mano e lo coprì completamente con il lenzuolo.
Eloise non aspettò nemmeno che Helena entrasse completamente nella stanza prima di gettarle in faccia il proprio disprezzo. Tre piccole borse di cuoio furono buttate ai suoi piedi, la prima all’impatto si aprì rivelandone il contenuto: gioielli.
«Questi sono per la libertà di mio fratello. Se vi mettete in contatto con i vostri legali, vi diranno che i debiti sono stati completamente saldati. Lasciate libero Andreas, non avete nessun diritto di umiliarlo a quel modo solo perché vi ama ancora.»
Alan le si avvicinò e le sussurrò «Avevamo deciso che questa parte non dovevi dirgliela.»
«Ma è la verità!» rispose piano Eloise
«Sì, ma non penso che Andreas ne sarà felice, anzi, dubito pure che gradisca il nostro intervento.»
Helena non rimase ad ascoltare ciò che i due si stavano dicendo. Era venuta in possesso di un’informazione preziosa. Quando rientrò in camera, Andreas era in piedi davanti alle finestre stava guardando la sorella e l’amico che stavano salendo in carrozza. Non sapeva il motivo per cui erano venuti, immaginava per chiedere di lui.
Helena studiò la schiena nuda e le lunghe gambe che l’avevano stretta a sé ora coperte dai pantaloni. «Andreas.»
Lui si girò di malavoglia, non voleva incontrare l’odio nei suoi occhi, che provava di sicuro per lui dopo quello che le aveva fatto.
«Sei libero. Tua sorella e Alan sono venuti a comprare la tua libertà.»
Libero. Non sarebbe mai potuto essere libero fino a che le sue notti fossero popolate da due occhi smeraldo e due labbra sensuali. Da un corpo che aveva il potere di renderlo uno schiavo.
«Eloise ha detto che mi ami. Ti ho umiliato, picchiato, rifiutato e tu mi ami.»
Gli occhi d’acciaio si fissarono in quelli verdi di lei. «Sì, ti amo. Ti ho sempre amato. Per questo non mi perdonerò mai di averti violentato.» Gli occhi erano così carichi di dolore e vergogna che toccarono il cuore di Helena.
Lei si avvicinò fino a sfiorargli la pelle nuda e calda in una lunga carezza. «Adesso che sei libero negherai il mio diritto su di te.» affermò guardandolo con gli occhi colmi di malizia, la piccola lingua impertinente si era abbassata a gustare un capezzolo inturgidito dalle carezze.
Lo sguardo di Andreas scintillò. «Ah, questo mai, mia signora. Sarai sempre la mia padrona e potrai usarmi a tuo piacimento.»
La lingua famelica invase la sua bocca, possedendola e negando l’affermazione che aveva appena dichiarato.
Una mano di lui era scesa fino a stringere le natiche sode per premerla verso la sorgente del proprio desiderio ora dura come l’acciaio. L’altra si era insinuata vogliosa sotto le sue gonne e facendosi un varco nella fine biancheria di seta aveva raggiunto, veloce, il centro dell’intimità di Helena. Due lunghe dita le s’infilarono nella stretta fessura facendola gemere, mentre la bocca prepotente dell’amante le mordicchiava il labbro provocandole piccoli brividi.
Il letto magicamente si era fatto vicino e Andreas con un movimento fluido ve la distese sopra, senza mai fermare il lavorio della lingua e delle dita.
Nel tragitto da sotto la finestra al letto, i vestiti di Helena, come per incanto, avevano preso il volo e ora la donna se ne stava distesa nuda sotto lo sguardo affamato di lui. La danza della lingua di Andreas nella sua bocca le ottenebrava la coscienza e quasi non si accorse quando le forti mani di lui le strinsero i polsi sottili alzandoglieli sopra la testa.
I legacci che avevano immobilizzato Andreas alla sua mercé nei due giorni precedenti andarono a sostituirsi ora alla stretta virile sui suoi polsi. Gli occhi di Helena si sgranarono impauriti. «Andreas?!»
«Tranquilla, non ti farò del male.» Ma gli occhi dell’uomo non promettevano niente di buono. O meglio l’eccitazione che Helena vi leggeva prometteva anche troppo.
La aspettavano lunghe ore di dolce agonia.

FINE


L'AUTRICE

Patrizia Disirò è nata a Milano, ma ora vive nell'hinterland padovano. Adora i gatti, la lettura e viaggiare. Finalista al Premio Letterario GialloMilanese 2012 con il racconto "Giallo il colore della conoscenza", che sarà compreso nell'antologia con gli altri racconti finalisti. Il suo racconto "Pegno d'amore" verrà pubblicato nell'antologia 365 storie d'Amore edita da Delos Books a cura di Franco Forte.
Vedi la sua pagina Facebook, qui: http://www.facebook.com/patrizia.disiro


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2 commenti:

  1. Così mi piace! Altro che 50 sfumature!

    Susanna

    RispondiElimina
  2. che perfida Helena a lasciarlo sul filo! le sue carezze ghiacciate sono da fitte nello stomaco

    RispondiElimina

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