GLI ALTRI ROSSOFUOCO: 'OLTRE' di Chiara Marasco


Ci siamo fiutati e ci siamo riconosciuti. Lui saprà  leggere in questa striscia di stoffa il regalo più grande. Me stessa. Corpo, Anima. Sesso.
Dall’asfalto si levano ondate di calore. Il fiato  della città.  Mi avvolgono,  esaltano  l’incendio che ho dentro.
Fermo il motorino. Prendo il cellulare e scrivo:
“Ti sento nella testa, nel cuore, nella fica.”
Cancello e riscrivo:
“Sei nella mia testa, nel mio cuore, nella mia fica”.
Seleziono il suo nome e premo invio.
Mi chiedo se risponderà. Non lo so. Una delle sue caratteristiche è quella di essere imprevedibile.
Il cellulare vibra.
Apro il messaggio, leggo: “Ti voglio e lo sai. Adesso.”
Mi sembra di impazzire. Le mie sinapsi sono saltate tutte, una dopo l’altra. Mi sento non un grumo di pensiero, come diceva R. Bach, ma un grumo di desiderio. Nient’altro.
Scrivo: “Dove?”
Risposta: “Al rifugio”.
Giro il motorino e mi avvio.
Come è potuto succedere? Non lo so. Ho perso le coordinate spazio/temporali, i nessi di causa/effetto. Sono saltati insieme alle sinapsi.
Forse cercare di ricostruire il percorso che mi ha portato a questo può aiutarmi a far riaffiorare le mie capacità razionali, sprofondate e sommerse nel pozzo senza fondo del desiderio , del piacere,  dei sensi ciechi e folli.
Ma è davvero quello che voglio?

La sauna della piscina è piccola e quando lui entra lo sembra ancora di più. Ha un fisico  che si impone (non c’è sport che non sappia praticare, ma questo lo scopro dopo),  capelli neri cortissimi, due occhi verdi intelligenti, ironici, vivi. Ma non si impone solo per il fisico. All’apparenza è  un nordico gioviale e comunicativo, ma sotto si percepisce  la durezza dell’acciaio. Tutti sembrano conoscerlo e cercare la sua attenzione. Lui sorride, parla, lancia una battuta ma, in quel suo modo cortese, mantiene le distanze. “Mi faccio i cazzi miei”: me lo dirà quando ha capito che il cosiddetto turpiloquio  non mi disturba. Si siede accanto a me. In realtà non c’è molto altro posto. Mi guarda, poi allunga la mano:
-Ciao, sono Rocco.
La stringo. E’ una mano grande, forte, dalla stretta sicura, calda, che trasmette energia. Come il suo sguardo, la sua voce, il suo modo di parlare. Trattiene la mia  una frazione di secondo più del dovuto.
-Livia- dico, e lui lascia andare la mano.
-Ciao Livia.
Poteva essere un incontro come tanti. Non lo è stato. Ma allora non lo sapevo.


Arrivo al rifugio. E’ un posto splendido, immerso in una pineta silenziosa. Nessuno potrebbe pensare che  è un luogo dove si recuperano tossici e vittime di altre dipendenze.  La prima volta che mi ha portato qui mi sono emozionata, perché mi ha detto: “Questo è il sogno di un matto, volevo condividerlo con te”. Lui è così.  Diretto, senza  mezzi termini, senza filtri. Ti guarda e ti dice quello che pensa. Quello che vuole. Quello che sogna. Almeno con me lo ha fatto. Poi c’è l’altro lui. Il politico trasversale. L’imprenditore coriaceo. L’uomo  dalle amicizie pericolose.  Uno che è stato nella Legione Straniera e  che della disciplina e del controllo ha fatto una filosofia personale che si riassume in un motto semplice e incisivo: “a modo mio”.
Mi piace arrivare prima. Sedermi sulla panchina sotto i pini. Chiudere gli occhi e godermi l’attesa.  E’ un piacere quasi fisico, preludio di quello che verrà.
Arriva anche lui. Apre le porte del suo regno, oggi deserto. Siamo solo lui ed io, nella penombra, tra  grandi atri silenziosi, sale  enormi dalle vetrate  che si affacciano sul verde.   Mi prende per mano e mi dice solo:
-Vieni.
Mi lascio condurre. E’ quello che desidero. E lui lo sa. Arriviamo in una stanza  spoglia. La medicheria.  Al centro,  un lettino  da ambulatorio.  Un po’ inquietante.
-E’ la sala delle torture?
Ride. - Adesso vedrai…
Basta una parola per stordirmi, basta quella voce dal timbro  vagamente roco e quell’accento  un po’ bastardo di chi tiene alle proprie radici ma vive qui da tanti anni. Mi lascia la mano, accende al minimo una lampada alogena. Si spoglia con totale naturalezza, mentre io, ancora, non riesco a superare retaggi di imbarazzo  che mi trascino dietro come pesi morti.  Resto immobile al centro della stanza. Finché lui non viene da me. Mi prende tra le braccia e mi bacia. E’ un bacio rude, intenso, che pretende. La dolcezza non è nelle corde di quest’uomo che, con tranquillo candore, ha dichiarato che non sopporta i preliminari. Mi toglie quello che c’è da togliere. E adesso non mi importa più.  Mi aggrappo a lui e sento il suo odore, una colonia che mi piace da morire, un’ombra di sudore  e qualcos’altro che non so decifrare. Solo ora capisco cosa significa che gli animali sono attratti dall’odore,  che la chimica del sesso è una chimica di odori.  Strofino il naso sulla sua pelle, le mie labbra seguono il profilo delle spalle, del  collo. Lo lecco, lo mordo, sento il suo sapore in bocca. Mi lascia fare per qualche istante. Poi basta. Comanda lui. Non so come abbia fatto, ma da quando mi ha sfiorato la prima volta  ha intuito  di essere l’incarnazione della mia fantasia più segreta.  Lui è così. Maschio alfa dominante. Specie quasi estinta.  Non fa nessuno sforzo. E’ la sua natura.
L’orgasmo prima di tutto ce l’ho  nella testa. Lo guardo in quegli occhi che adesso hanno un’espressione così selvaggia da farmi quasi paura. L’ultimo strato è questo. Via l’imprenditore in giacca e  cravatta. Via lo sportivo amabile e cordiale. Via l’esperto di    problematiche sociali. Nel suo dna quello di razze barbare, guerriere e predatrici.  Insieme a un autocontrollo coltivato come una religione. Non riesco a sostenere quello sguardo. Chiudo gli occhi e gli dico quello che penso:
- Tu mi scopi il cervello.
Il suo sorriso. Poi un bacio lieve sulla fronte.  Dopo, di lieve, leggero, tenero non c’è più nulla. Lui ordina. Io obbedisco. Sento che la mia parte incatenata urla contro di me, scuote le catene, vuole uscire. Lui ha la chiave. E la usa. Le catene cadono. La creatura che libera è primitiva, guidata dal cieco istinto, dai sensi acuiti  allo spasimo, avida.  Adesso lui è ovunque dentro di me, con le dita, la lingua, il cazzo.


Mi dice: -Vieni, facciamo  due chiacchiere.
Mi mette la mano sulla spalla e mi guida lungo il corridoio che  porta dalla sauna all’area relax. E’ difficile da spiegare, ma quella pressione, lieve eppure decisa, mi trasmette una strana sensazione.  Mi viene voglia di affidarmi, di lasciarmi  condurre, mi sento protetta e al sicuro… che assurdità . Non  assomiglia nemmeno un po’ al mio tipo d’uomo e poi, dalle chiacchiere della piscina, ho capito che dev’essere un ‘potente’ ammanicato, ho scoperto per caso che è anche il presidente di una squadra di basket importante. Agli antipodi di tutti  gli uomini che ho avuto. Un genere che non mi è mai interessato. Per tanti motivi, non ultimo il femminismo militante che, in questo periodo, batte un po’ la fiacca. Altrimenti avrei trovato una scusa e me ne sarei andata nello spogliatoio. Non è il tipo che insiste. Certo non ne ha bisogno. Però mi ha colpito, soprattutto perché non si dà arie, perché riesce a stare con tutti  totalmente rilassato e a suo agio.   E mi chiedo: che vuole da me uno così?
Parliamo. In realtà parla lui e io lo ascolto. Parla di mondi che non conosco e di cui voglio sapere di più, ha un modo di farlo scanzonato che mi colpisce. Non si prende sul serio sulle cose che invece gli altri  tengono in massima considerazione (potere, conoscenze, amici influenti) e invece si entusiasma quando  racconta con passione di quello che fa, del lavoro con gli emarginati, i giovani borderline, i rifugiati…
-Ti sto annoiando?
- No. - Sono sincera. E’ coinvolgente, è raro  nel piattume generale trovare tanta passione, energia,  determinazione.
Poi, di punto in bianco, con estrema naturalezza, mi posa una mano sul braccio e mi dice:
-Vedi, a me basta questo per capire che mi posso fidare. E’ una questione di pelle.
Resto basita. Se fosse stato un altro mi sarei messa a ridere, oppure gli avrei rifilato una battuta pungente. Con lui no. La sua totale consapevolezza mi  disarma completamente. Per quanto assurdo possa sembrare, so che lo pensa davvero,  che la sua non è una mossa di seduzione. È la verità. Pura e semplice. Cazzo. Non so cosa dire. Anche se in genere le parole non mi mancano.
E non è solo questo. Nell’esatto momento in cui sento il calore della sua mano sul braccio e lui dice quella frase incredibile, io so che ho preso la mia decisione. E’ qualcosa di totalmente irrazionale, ma lo so. Lo sento. E’ una resa totale, non solo a lui ma a quella parte di me che ho sempre voluto ignorare, che ho sempre tenuto alla catena. A cui ho impedito di vivere, di esprimersi. Ho implicitamente accettato la divisione manichea tra corpo e spirito,  mi sono fatta  beffe dell’istinto, questa sarà la mia nemesi.
Come un alcolizzato, a cui basta un goccio di alcool per raggiungere l’ebbrezza, così a me basterà una parola, il tocco della sua mano per precipitare nell’euforia dei sensi.


- Cosa vuoi da me, Rocco?
Dopo diversi bicchieri di vino rosso, riesco finalmente a formulare la domanda.
I suoi occhi non sfuggono il mio sguardo. Anzi, si piantano nei miei, diretti, senza ombre.
- Sei una donna che mi interessa. Mi piace la tua testa. Mi piace parlare con te. Mi piace che ci siano affinità.-  Sorride senza imbarazzo. -Come vedi il sesso l'ho lasciato per ultimo. Mi piacerebbe  mischiare tutto, come un cappuccino.
Più chiaro di così.
Se mi chiedesse la stessa cosa, che risponderei? Per fortuna non lo fa. Non è il  vino a confondermi le idee.  Una decisione so di averla presa. Altrimenti non sarei qui. Non sono così ingenua. Anche se avevo messo le mani avanti. In maniera un po' ipocrita, forse. Lui  è più onesto. Quello che vuole lo dice, senza giri di parole. E io? Quest'uomo mi affascina. Mi intriga. Sento la sua fisicità. Ma se non mi piacesse? E' più grande. Non è il mio tipo fisico. Se non funziona, che faccio, scappo? Gli dico che ci ho ripensato in preda a tardivi sensi di colpa?  La figura di merda comunque è garantita. E il vino non è la soluzione.
La cena è finita. E adesso? Si alza tranquillo. Io sto sulle spine.  
-Andiamo?
Dove? Ma non mi va di chiedere. Lo seguo.
Entriamo in macchina. Adesso parlerà. Mi proporrà di andare altrove. Magari a bere qualcosa, magari... Non dice assolutamente niente. Si volta verso di me e mi bacia. Non ho più  tempo di chiedermi nulla. Mi aggrappo alla sua giacca, lascio che prenda possesso della mia bocca. Sa quello che vuole. E sa cosa voglio io. Oltre questa soglia, oltre la sua lingua che cerca la mia, che mi impone il suo desiderio e la sua voglia di me, non c'è più parità, uguaglianza, femminismo. Ci sono un maschio e una femmina. Ferree regole di genere. Rispondo al bacio. Di più. Inaspettatamente, sono io che lo cerco, che esploro la sua bocca, succhio la sua lingua, mordo le sue labbra... Poi è di nuovo lui che si impone. Cedo. Mi piego. Voglio di più.
Invece si stacca da me. Sorride. Imperturbabile. Mette in moto. Mentre andiamo - dove? - la sua mano gioca col mio ginocchio, mi accarezza la gamba. Sento il suo calore, il desiderio tenuto sotto controllo, la consapevolezza di avere in  pugno la situazione. Gira, rigira, svolta e, alla fine, si infila tra due macchine, in una via buia e isolata.
- Dove siamo?
La  risposta è sconcertante: - Non ne ho la minima idea.
Sorride di nuovo, con quel candore che trovo tanto affascinante in un uomo come lui.
- Non volevo che sembrasse tutto programmato.
Poi il tempo delle parole è finito. Le sue mani mantengono le promesse della sua bocca.


Ho  sempre saputo, percepito che esisteva un’altra me. E ne ho sempre avuto paura.
La testa e la volontà hanno avuto ragione dell’istinto. Ho incatenato “la bestia” . L’ho tenuta a bada. Sapevo che poteva diventare molto pericolosa per le mie sicurezze, la mia stabilità.
Ho sempre mantenuto il controllo.
E adesso che lui mi scrive “non controllare niente, va bene così” mi sembra di star volontariamente mettendo un piede oltre il bordo che delimita l’abisso.  Un’attrazione irresistibile. Ma non posso. Ho giurato a me stessa di non dare mai quel tipo di potere a un uomo. Mai e per nessuna ragione.  E allora perché è  così forte la tentazione, il desiderio di mettermi - testa e corpo - in quelle sue grandi mani e dirgli  “fai tu perché sai cosa fare di me?” Mi sono bevuta il cervello e non me ne sono accorta. In fondo non lo conosco, so poco di lui, sento, sì, sento come se fossi un cieco che si affida solo  agli altri sensi.  Ma può bastare? So che tengo la ragione in apnea. So che se mi chiama e mi dice “vieni” non riesco a pensare ad altro, che lo desidero così tanto che ogni volta mi stupisco, che non m’importa se è poco, se poi mi resta il rimpianto, se faccio la figura di quella che va  appena lui schiocca le dita, se  dovrei usare qualche tattica o qualche strategia, se così finirà per darmi per scontata, se si stancherà, se, se, se. Voglio solo che mi tenga con sé, nel motel, al rifugio, in macchina come due ragazzini,  che mi scriva quello che non vuole dirmi, che mi tocchi, che mi baci, che mi scopi, che faccia quello che vuole di me. Perché così sono felice.


-Mi dispiace, devi darmi un documento.
Me lo immaginavo. Cerco la carta d’identità con le mani che hanno qualche  difficoltà ad obbedire.
-Io però non  vengo- dico.
-Nessun problema, vado io.
Scende tranquillo e si avvia verso la reception di quello che è,  inequivocabilmente, un motel. Due file di graziosi monolocali a schiera stile americano, ognuno con ingresso indipendente. Osservo i suoi gesti  sciolti e privi di imbarazzo, mentre io cerco inutilmente di darmi un contegno. Ma ho la bocca secca e continuo a chiedermi che cazzo sto facendo. Sto andando in un motel con uno che praticamente non conosco. Due fatti assolutamente inediti. Buio completo. Ho fatto quello da cui mi sono sempre tenuta alla larga: fidarmi dell’istinto. L’istinto che mi ha consegnato a questo sconosciuto rilassato e sicuro di sé, che mi porge una bottiglietta d’acqua  e sorridendo mi fa:
- Tutto bene?
No. Non va bene perché di colpo sono terrorizzata, non so che fare e vorrei scendere dalla macchina e  darmi alla fuga. Ma a parte che mi ritroverei in mezzo alla campagna a parecchi chilometri da Roma, non avrei più il coraggio di farmi rivedere. Meglio continuare con la recita della donna di mondo e sperare che l’attacco di panico mi venga risparmiato. Superiamo il passaggio a livello e ci fermiamo davanti alla porta con il numero corrispondente a quello della chiave elettronica. Scendiamo. Odio dirlo, ma mi tremano le gambe. Apre. Entra. Lo seguo e chiudo la porta. Dentro, la stanza è gradevole ma anonima, ci sono un letto, i comodini e  una specie di desk con la tv. Lui abbassa la serranda. Poi, con assoluta naturalezza, solleva il copriletto e lo tira giù. Mi sorride e si dirige in bagno. Io resto lì con le mani  strette a pugno, cercando di formulare dei pensieri razionali. E adesso che faccio? Che si aspetta? Forse di trovarmi  sul letto in una posa discinta o magari nuda? Immagino sarebbe la conseguenza di non aver battuto ciglio quando mi ha proposto di portarmi qui. La solita incolmabile distanza tra il mio io razionale e la mia parte emotiva. Sono paralizzata. Mi siedo sul bordo del letto, vestita, come se avessi ingoiato una scopa. Lui esce dal bagno, mi guarda, sembra divertito dal mio imbarazzo. Si spoglia come se niente fosse. Io non riesco a muovere neanche un muscolo. Mi si avvicina.
-Scusa- farfuglio, inevitabilmente.
-Di cosa?
-La parte della donna navigata non fa per me.
Mi si siede accanto,  mi prende in braccio.
-Era come pensavo- ma  non sembra dispiaciuto, piuttosto soddisfatto di aver avuto una conferma.
Cioè pensava che  fossi un’imbranata. Fantastico.
Paziente, mi toglie i vestiti. Mi slaccia il reggiseno. Poi  sento la sua bocca sul collo, le sue mani sulla pelle e… succede di nuovo. La testa si fa da parte, mi lascio completamente andare a quella sensazione, a quel contatto fisico che mi stordisce, mi toglie le forze, silenzia la ragione.
Dopo, una sensazione strana.
Mi sento come una testuggine appena uscita dall’uovo. Piena di aspettative, di stupore, di meraviglia ma instabile, gelatinosa, terribilmente fragile.


Il suo odore mi rimane attaccato alle narici,  mi sembra di sentirlo ad ogni respiro, mi entra dentro, si insinua ovunque, inconfondibile e persistente.   Benessere e malinconia, insieme.
-Avevi voglia, vero?
Sì, avevo voglia. Da morire, da non poter in certi momenti ragionare, da dolore fisico, anche. Questo però non glielo dico. Ma lo leggerà qui. E’ diventato il nostro gioco.
-Ti leggo, sai? – mi dice e poi la sua bocca scende a cercarmi e, mentre  mi abbandono, l’ultimo pensiero razionale  è chiedermi  se intende che legge quello che scrivo o legge dentro di me, quella parte di me che sembra conoscere così bene. E che solo lui sa appagare, esaudire, saziare.
Malinconia, anche. Avverto un senso di perdita. Perché so che  devo approfittare di quei momenti uno per uno, senza lasciarmi sfuggire nulla, perché poi la sua testa è di nuovo altrove,  tra i  suoi mille progetti, catturata da tutti quelli che lo cercano, che vogliono qualcosa, che hanno bisogno di lui. La sua vita.
Anch’io ho la mia, ovvio. Sono una donna autonoma, indipendente, impegnata. Ma non sono capace di vivere a compartimenti stagni. Basta poco e lui è lì, dentro i pensieri, dentro le emozioni, dentro le sensazioni. Con l’insicurezza sempre in agguato.  Lui è il vento. Può essere lieve e insinuante come una lunga carezza,  impetuoso e spazzare via le nuvole, ma anche un tornado che scuote, travolge, schianta. E come il vento non posso e non potrò mai  afferrarlo, trattenerlo. Non lo avrò mai completamente. Se ci riuscissi, non sarebbe più lui. E non lo vorrei più. Paradossi della natura umana. Della mia. L’insicurezza è la mia adrenalina. Ne ho bisogno, come ho bisogno di lui e vorrei non averlo. Posso rinunciare a lui. Se mi fa troppo male, posso farlo. Così mi dico. Mi rassicuro. Sono tosta, ce la faccio. E’ già successo. Strappare via pezzi di me per rientrare in possesso di me. Ma quanto dovrei lacerare, sradicare e asportare questa volta? Ho paura della risposta. Provo a dirgli, a scrivergli la mia insicurezza e la risposta è :
“Perché insicurezza se sono io che ti ho voluta e cercata, con desiderio tanto e calcolo poco.”
Perché all’inizio ero solo curiosa, intrigata e quindi più forte. Ora no. Più lascio a lui il controllo, più mi indebolisco. Se cedo completamente a questo desiderio non potrò più difendermi. Ma non riesco a spiegarglielo. Forse non voglio.
“Ho un po’ paura” gli scrivo.
E la risposta è  sempre e ancora lui, il mio guerriero celtico, e non potrebbe essere altrimenti.
“Non esiste la paura. Esiste la voglia di trasgredire e di andare oltre”.
Oltre è un territorio sconosciuto. Fino ad ora solo immaginato.
Oltre è al di là dei confini codificati dei rapporti,  della par condicio, del rispetto del limite imposto dalla ragione.
Oltre è  dove ho sempre sognato di avventurarmi.  Ma dove nessuno ha mai avuto la forza, il coraggio, la determinazione di condurmi.
Oltre è  una firma in bianco. Senza clausole.
Oltre è dove la volontà si annulla.
Oltre è  consegnarsi a un altro. La vertigine del possesso assoluto, totale. Senza remore, senza paura.
 Voglio abbandonarmi a lui. Completamente. Voglio rischiare. Saltare senza rete. Buttarmi  da un’altezza folle chiedendomi se il paracadute si aprirà. Chiudere gli occhi e lanciarmi  nel vuoto senza sapere dove cadrò, se mi farò male. Voglio che lo senta, il possesso. Non soltanto a parole. Non solo quando è sopra di me, dentro di me, ma se mi guarda, mi sfiora, mi cerca. Nella testa, voglio che lo senta nella testa. Voglio liberarmi del controllo e darlo a lui. Regalarlo a lui, che saprà come usarlo.


Mi scopa con metodo. Non ho mai visto un uomo così metodico e creativo al tempo stesso. Un paradosso vivente. E’ così in tutto quello che fa. Anche l’amore. Amore, insomma, sesso. Se mi innamorassi di lui non potrei chiedergli quello che gli chiedo, fare quello che faccio, scrivere quello che scrivo.  Cercherei una tenerezza che contraddice quello che succede qui. Lui che mi inchioda le braccia sopra la testa e mi dice:
-E’ così che ti piace, lo so .
E io che vado fuori di testa, asservita a  un misterioso meccanismo che mi spinge a  desiderare che mi lasci dei segni, un marchio, mi faccia male – e me lo fa ma non glielo dico. Tutto questo suppongo non c’entri niente con i sentimenti. C’entra sicuramente con le emozioni.
Le emozioni che mi suscitano le sue mani, la sua bocca, la sua voce. Perché parla. Lui. Dice quello che voglio sentire, anche se tengo gli occhi chiusi e non ho il coraggio di guardarlo. Solo, sì, quando fa l’unica cosa che pretende la sottomissione assoluta, allora lo guardo. 
Mi sovrasta, mi domina dall’alto e mi sembra ancora più grande e i suoi occhi sono intenti e concentrati su di me, sulla mia bocca piena di lui. E tutto quello che fa,  e le sue parole, mi dicono che sa il mio bisogno, lo conosce e conosce  la risposta.
Io invece ho le labbra sigillate. Solo monosillabi che mi escono con la voce rauca del piacere. Ma nella mia testa ci sono tante parole, richieste, preghiere… forse, se mi prenderà per mano,  potrò liberare la  voce chiusa dentro di me, che vorrebbe uscire ma non ci riesce.
‘Dopo’ è come se mi lasciasse sola su una spiaggia deserta. Lui si rituffa nel suo mare e io resto lì, che mi sforzo di recuperare il prima possibile le mie facoltà razionali.
Prima di perdermi.


Parlo con alcune amiche delle nuove tendenze della letteratura al femminile.  Si chiedono perché tante donne abbiano fantasie di sottomissione a un maschio dominante. Dentro di me sorrido. Penso alla  Kathleen Turner di China Blu e alla Isabelle Huppert de La Pianista.  La manager e l’intellettuale algida, da un lato, la perversione pura, dall’altro. Schizofrenia emotiva assoluta. Due immagini femminili che mi hanno sempre affascinato, intrigato. Proprio per un’affinità che non potevo e non volevo riconoscere. Ora la sto sperimentando. Su di me. Adesso, sì, mi riconosco.
Naturalmente questo non posso dirlo.
Mi tengo sulle generali. Sulla delusione post femminista. Sugli uomini bambini che ci tocca accudire e forse sì, proprio per questo, perché siamo stanche, cerchiamo quelli che nella vita vera non esistono più: i maschi. Non è vero che non esistono più, vorrei dire. Io lo so. Ma ovviamente, invece, concordo con loro. I maschi così esistono solo nelle fantasie di chi scrive paccottiglia sadomaso.
Dopo, gli invio un sms:
“Finito ora discussione sul perché tante donne hanno la fantasia di essere dominate e sottomesse. Molto divertente davvero…”
Poco dopo la risposta:
 “Sono fantasie, ma possono diventare  una felice realtà”.
L’emozione che mi danno queste parole.
Ancora più forte quando, in risposta a una mia battuta, scrive “umana sì ma veramente femmina”. Un complimento – un tempo che sembra lontanissimo era un’offesa - che mi lascia senza fiato. E senza parole. IO?!? Io che ho sempre cercato di mascherare, di occultare la mia femminilità troppo  appariscente, che ho scelto di non esibirla mai, puntando tutto sulla testa. Io femmina?
E quello che arriva dopo mi fa desiderare di essere solo possesso, oggetto, cosa.
“Ti voglio, femmina”.
La ragione si consegna ai sensi.  Sa riconoscere  la sconfitta.
Rispondo:
 “Quando vorrai ci sarò e sarò ciò che tu vuoi”.
Poi aggiungo:
“In questo momento vorrei solo essere il tuo piacere. Dormi con questo pensiero”.


Oggi in sauna non c’è nessuno. Solo lui ed io.  Probabilmente perché fuori ci sono 38 gradi. Ci sediamo vicini, composti, ognuno sul proprio asciugamano.
- Buongiorno– mi dice. Poi la sua bocca è sulla mia.  Comincia come un bacio di saluto, labbra che si sfiorano  per poi staccarsi.
- Ciao…- stavolta sono io che gli accarezzo le labbra con le mie, ma lui non mi lascia andare.
‘E se arriva qualcuno’ ma è solo un pensiero di sfondo. Anche perché so che lui è vigile, come sempre. Il suo abbandonarsi, concedersi completamente non lo avrò mai. Forse non lo vorrei nemmeno. O sì? Ma adesso il tempo di pensare è finito.
Mi inginocchio davanti a lui.
La mia bocca lo cerca, senza vergogna, senza pudore. Percepisco il suo sorriso più che vederlo. La sua mano che mi accarezza la testa, asseconda il mio movimento. Poi gli imprime il ritmo che decide lui e sono io, adesso, ad assecondarlo, mentre le sue mani mi stringono così forte che so, desidero, voglio che mi lasci dei segni.
“I segni indelebili sono quelli che voglio lasciarti dentro” mi ha scritto. Mi viene in mente ora che la mia bocca è piena di lui e che le sue dita mi regalano un piacere violento, senza compromessi. Come l’orgasmo che ci  travolge insieme, nello stesso momento.
Poi, quando siamo tornati alla realtà, quando indossiamo di nuovo le maschere richieste dal mondo, mi scrive:
“Oggi è stato bellissimo, i sensi alla massima espressione. Cresciamo sempre di più”.
Torno nella sauna.
Ma stavolta lui non c’è. Mi sto affezionando alla sofferenza che mi procura la sua assenza. Che si diffonde, inesorabile, in ogni fibra, in ogni cellula, in ogni interstizio del corpo e dell’anima.
Gli scrivo:
 “Che strano spogliarmi qui, da sola. Qui dove è imbevuto di odore, sapore, piacere. Di noi. Mi manchi da far male. Ma è un dolore che sconfina nel piacere. Intenso. Creativo. Sei qui. Dentro e fuori, comunque.”
Premo invio.
Il calore, anche, lo sento dentro e fuori di me.
Risponde:
“Non ci sono, ma non credere che sia distante. Ti desidero. Senza calcoli ma con tanta intensità. Ti voglio tutta”.
E poi, subito dopo:
“Toccati e pensa a noi”.
Sono sola. Obbedisco. Se non posso averlo, lo avrò nelle mie fantasie.
Il mio desiderio è il suo. Le mie mani, le sue. Il mio piacere il suo.
Violento. Incontrollabile. Totale.
Esco dalla sauna. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Per un attimo vedo il volto della creatura chiusa dentro di me, che ho cercato inutilmente di incatenare e che adesso è qui e mi fissa, riflessa nei miei occhi. Distolgo lo sguardo. Le gambe non mi reggono e devo sedermi.
“Cosa mi stai facendo, Rocco?” digito con la mano che mi trema.
“Solo un altro passo nel nostro percorso” è la risposta.


Oggi è diverso.
Lo sento, lo percepisco nel suo sguardo che sorride, nel tocco più lieve delle sue mani, nella sua bocca che mi accarezza e  non  si impone.
Lo sfioro, esitante.
La voglia di tenerezza con lui l’ho bandita. L’ho imparato da subito, dal suo bisogno di distanza “dopo”, dal suo essere altrove e non con me, dai suoi gesti appena accennati o distratti,  dai suoi  occhi chiusi e dal suo  ritrovarsi e rigenerarsi - da solo. Un’apnea nel suo mare personale. In una profondità che mi esclude. Ho imparato a rispettarlo, ad accettarlo, a non chiedere. A recuperare compensando, lentamente. A difendermi dal bisogno di essere cercata, abbracciata, accarezzata.  Emozioni forti, sesso, intesa intellettuale. E basta. Niente sentimenti.
Non ce lo  siamo detti subito?   L’innamoramento è una complicazione che rovina tutto.
Sulla carta, d’accordo. Ma adesso? Così abbatte l’ultima delle mie barriere.
Se ci sarà dolcezza, so che soccomberò.
Mi attira contro di sé. Senza fretta. Senza l’urgenza delle altre volte. E’ un desiderio diverso. Una voglia diversa di scoprirsi.
Lo accarezzo piano. Ma di nuovo, vado alla cieca. Come se di colpo mi trovassi su un sentiero  inesplorato, dopo aver preso familiarità con un altro percorso. Come se mi trovassi ancora una volta a dover avanzare in un territorio sconosciuto. Ho paura di sbagliare qualcosa. Di mostrare una fragilità che non posso permettermi. Altre cose sì, con lui, altre ‘me’. Ma  non la debolezza, il cedimento, la mancanza di coraggio. Questo no. Come se lui avesse vissuto mille vite e ne fosse uscito  ogni volta più forte e io, invece,  muovessi dei primi passi incerti. Verso dove? Non lo so.
Più tardi mi scrive: “Oggi ti ho desiderata tanto e in modo inconsueto…”
Allora era vero.
“L’ho sentito, forte, intenso. Ma avevo paura di essermi sbagliata” rispondo.
“Io con te sono così, vedrai”.
Non dire altro, ti prego. Non distruggere le mie difese, o quello che ne resta.
E invece:
“Quello che ho provato: intenso e denso, complesso e semplice, aperto e chiuso. Come te”.

Provo a scavarmi una nicchia nella sua vita.
Vorrei scivolargli sotto la pelle, essere la sua sete inesausta, esserci.
Mi scrive una cosa bellissima: “fonte dei miei desideri”.
Vorrei che potesse bere da questa fonte. E dissetarsi. Per poi avere sete di nuovo.
Voglio essere il suo riposo. Il riposo del guerriero. Voglio che venga da me, si tolga l’armatura e prenda ciò di cui ha bisogno.
Ma verrà?
Questo legame nato dalla pelle, questo ritrovarsi e riconoscersi nei sensi e con i sensi prima che con tutto il resto a volte mi sembra rarefarsi, incamminarsi sulla strada insidiosa del virtuale. “Resta  quello che conta e la pelle non tradisce” mi scrive.  Ma, appunto, scrive. Il cercarsi, il desiderarsi, l’invocare il possesso e l’appartenenza  corrono sul filo dell’etere, sono affidati alle parole, scritte, sì, ma parole. Le parole che amo e che mi riempiono, come se  lui fosse dentro di me, nel corpo e nella testa, ma poi si ritirano come la marea e lasciano un vuoto. Un’assenza. L’avverto in ogni fibra, in ogni molecola. Dolorosamente.
“Mi manchi in ogni parte di me” gli scrivo.
“ Sei nei miei pensieri, tutti. Ci rifaremo, vedrai” è la risposa.
Vedrò. Un futuro indeterminato che, con l’attesa,  porta  l’esasperarsi del desiderio, delle fantasie, della voglia folle di lui che mi prende a momenti e allora devo mandar giù qualcosa di dolce, sfiancarmi in palestra, accendermi le sigarette che non dovrei fumare. Sento la sua presenza assenza con un’intensità che mi fa sperimentare misteriosi legami tra reazioni fisiche e reazioni emotive. Ma non mi tocco. No. Voglio che sia lui a farlo. O io, ma davanti a lui. Qualsiasi cosa lui desideri. Questo mi dico. Quando dalle profondità più oscure emerge un tarlo che  corrode la mente, la ragione e mi fa pensare – no, non è pensiero, è puro istinto - che voglio solo compiacerlo, obbedire, qualsiasi cosa purché possa di nuovo sentire le sue mani, la sua bocca, la sua voce  che mi sussurra rauca, il suo corpo, tutto, contro di me , dentro di me.
Cerco tracce di lui. Negli sms che mi scrive - “Vorrei fare all’amore con te”, adoro il suo modo nordico di dirlo,  “sai quanto ti desidero”  “sei grande parte dei miei desideri” ”mio sogno erotico”.
Nei filmati delle sue interviste su internet che ascolto e riascolto, cercando  di ritrovare dettagli che sono noti solo a me, una piccola ruga, la piega della sua bocca in un particolare sorriso, i suoi occhi intenti, scintillanti, così vivi.
In profumeria , dove  compro il suo deodorante. Il suo odore addosso, mischiato al mio, come dopo il sesso, è una sorta di supplizio. Esaltante. E doloroso. Per   associazione di idee  mi   mi viene in mente il cilicio, una tortura volontaria, autoimposta, che ti tormenta e ti infiamma a ogni minimo movimento.
Nella moviola dei nostri incontri che avvolgo e riavvolgo fino a riconoscerne a memoria ogni particolare.
Nell’impronta del suo corpo su di me,  della sua mente dentro di me.



Cosa sente quando è contro di me, sopra di me, dentro di me.
Voglio che me lo dica con le parole dell’istinto. Non con quelle dei sentimenti. Di quelli non parliamo. Cosa prova il maschio che è in lui. E’ questo che voglio sapere. Io so quello che sente la femmina che è in me. Chiede un possesso assoluto. Senza condizioni. Un possesso che è del corpo e della mente.  Che non esclude nulla. Dove i confini tra piacere e dolore sono sfumati. Dove esisto per il suo desiderio, che diventa anche il mio. Dove non mi appartengo più perché appartengo a lui. Dove il pensiero tace perché è uscito da sé, è naufragato e lascia spazio solo alla voce dei sensi. Il silenzio della ragione è la vittoria della fisicità pura. Se c’è un’estasi è lì. Oltre il pensiero. Nel linguaggio dell’istinto, dei sensi e basta. Se c’è una meta in questo percorso, per me è questa.
Ma per lui?
Cosa sente. Cosa vuole. Cosa chiede. Quanto potrà, e quanto vorrà, controllare l’istinto che lo spinge a cercare il possesso nel dominio,  in una violenza fatta anche di segni di appartenenza, di marchi lasciati per  dire “è mia”.  Sento che vorrebbe farlo.  Sento il suo autocontrollo, il suo imporsi ancora un limite. E sento il mio desiderio che vada oltre quel limite. Voglio il dolore e la tenerezza. Voglio il suo desiderio di  abbattere tutto e arrivare dove nessuno è mai arrivato, anche a costo di farmi male, per poi riprendermi piano, riportarmi a galla con dolcezza, essere con me, per me, mio…   Strappare, strapparci tutti i veli, tutte le maschere. Arrivare all’essenza di noi. Assecondare la parte di noi più segreta.
Mi risponde. E scrive:
 “ Fino in fondo vuole dire pulsare e sentirti godere, gemere  alla ricerca di un altro orgasmo, che porta al desiderio di qualcosa di più. Poi sentire che ti sto possedendo e non averne paura, perché il timore che leggo in te so che diventerà estasi. Poi l'esplosione e il riposo.”


Piove. Diluvia. Ma c’è una cosa che devo assolutamente trovare. Un negozio di stoffe. Entro. Chiedo. Mi srotolano davanti tessuti morbidi, lucidi, vellutati. Lino. Raso. Velvet. Poi lei. Mi scivola tra le mani, trasmette una sensazione di piacere sensuale. Seta. La prendo.
Torno a casa. Cerco l’ago, il filo. Ogni punto che dò imprime nella stoffa, come un sigillo, la mia voglia assoluta di lui, il desiderio di consegnarmi interamente, senza condizioni, all’unico che ha la chiave delle mie emozioni, che sa toccarmi con il corpo e con l’anima là dove nessuno è mai arrivato. Lui il guerriero. Il temerario. L’indomito. Lui che sa dominare anche nella vita. Lui che scrive “Scuoti la parte di me più segreta”.
Spedisco il pacchetto. Lo riceverà al rifugio, con il mio messaggio:
  “Se non ci sono, lascia che io sia nelle tue fantasie, nei tuoi desideri…tutti. Completamente. Tua.”
Poi l’attesa.
E alla fine, tre parole sul display del cellulare:
“Sei mia. Vieni.”
Arrivo al rifugio con una consapevolezza nuova: ho fatto un passo nell’oltre.
Anche lui lo sa. Lo dicono i suoi occhi, il suo sorriso lieve, il suo silenzio. Perché le parole non hanno più significato. La sua bocca, le sue mani, la sua lingua, le sue dita dentro di me sono loro a parlare.
La stoffa che mi benda gli occhi, che mi lega le mani sopra la testa è quella che ho scelto e confezionato per lui.
Lui sa. Lui sente. Il mio affidarmi senza condizioni. A occhi chiusi. Indifesa. Arresa.
Si appropria di me, centimetro dopo centimetro. Senza fretta. Come se ogni parte di me che la  sua bocca conquista non mi appartenesse più, e lui volesse marchiarla con la lingua, con i denti, per ricordarmi che ora ne è l’unico e assoluto proprietario.
Flash accecanti di piacere mi esplodono nella testa e violentano l’oscurità imposta dalla benda. Le sue mani e la sua bocca sono i miei carcerieri. Mi sono consegnata a lui volontariamente e so che non avrà pietà.
Immobilizzata. Offerta. Aperta.
Sua.
Non c’è un solo centimetro del mio corpo che le sue dita, la sua lingua, il suo cazzo vogliono risparmiare. E io non voglio che mi risparmi nulla. Voglio sentirlo ovunque mi procuri piacere e dolore, ovunque mi strappi l’anima  facendomi godere. E ancora. E ancora.
Ti voglio in bocca. Nella fica. Nel culo. Glielo dico, finalmente. Forse perché la benda mi nasconde ai suoi occhi. Non risponde, ma mi afferra, mi ribalta, mi usa, lasciandomi cieca, legata, prendendosi tutto di me, senza rispetto, senza dolcezza. Possesso puro.
E voglia di essere posseduta così.
-Ti prego…ti prego…ti prego….
- Senti il tuo sapore.
Il suo cazzo sa di me, sento il mio sapore, sento il suo.
Mi scopa in bocca, nella fica, nel culo.
Fino in fondo, fino all’esplosione  del suo piacere, che è anche il mio.
Nel buio, l’essere selvaggio che lui ha liberato dalle sue catene, pur imponendomene altre, che non è più nascosto dentro di me, ma mi ha espugnato, vinto, sottomesso, che adesso è me, sente, gode, piange, chiede, pretende.
E ancora, urla, gode, piange, fino allo sfinimento, fino all’annullamento.
Dopo.
Mi bacia ancora. Mi tocca ancora. Mi scopa ancora. 
Poi la sua mano che  mi accarezza. Lenta.  Mi toglie la benda. Mi guarda negli occhi e lo sento  arrivare al punto più profondo di me. 
Là dove non è  più possibile mentire. Là dove non si può più tornare indietro.
- Dove mi  stai portando, Rocco?
-Lo scoprirai da sola . -  Sorride. - Abbiamo appena cominciato.

FINE


L'AUTRICE


Chiara Marasco è lo pseudonimo di una nota autrice che si è divertita in questa occasione a 'mettersi alla prova' con il genere erotico.


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2 commenti:

  1. ma è solo un racconto e esiste un libro?

    RispondiElimina
  2. E' solo un racconto, Anonimo,però se ti piace lo stile di questa autrice sicuramente ti piacerà quest'altro racconto lungo: http://bibliotecaromantica.blogspot.it/2013/06/abbiamo-letto-ti-domero-di-flumeri.html

    RispondiElimina

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