GLI ALTRI ROSSOFUOCO: 'FRENESIA' di Valentina Di Salvo



La beretta M9 scaricò le otto pallottole su di lui. Il corpo si piegò come un ventaglio, crollò a terra. Un soffio gelido sfiorò la schiena di Jean, legata al palo della luce. Si disperò: non poteva raggiungerlo. Aveva promesso che si sarebbe salvato… Aveva promesso…

Jean si svegliò con un brutto peso sul petto. Accese l’abat-jour in canapa e la flebile luce gialla si diffuse sul muro proiettando i fiori di legno applicati sul tessuto, illuminò il piano di rovere del comodino marcando le venature legnose e le rischiarò metà volto. L’incubo le fu chiaro: non era un’invenzione, era un pensiero fisso che la tormentava di giorno e la torturava di notte. Afferrò il cordless e compose subito il numero; gli squilli si susseguirono fino alla voce monocorde: “Marco Viola non è in casa, lasciate un messaggio e sarete richiamati”. Il display segnava l’01:05. Richiamò tre volte prima di lanciare il telefono sulla coperta e infilarsi i vestiti che la sera prima aveva dimenticato sul comò. Scese giù per le scale, prese chiavi e portafogli, e uscì infilandosi il cappotto blu. Il gelo della notte la colpì in pieno volto. La Twingo fucsia era dall’altro lato della strada, offuscata dalla coltre di brina che faceva l’aria tremula, surreale, come se fosse ancora in uno dei suoi sogni. Salì nell’auto e, nel momento in cui il bluetooth si collegò a quello del Nokia, mise in moto e cliccò il pulsante per attivare la chiamata vocale.
«Marco» scandì.
La strada privata sboccava sulla nazionale: svoltò a tutta velocità, mentre gli squilli cadenzavano l’assenza e terminavano con la solita voce registrata. Il primo fulmine squarciò la tremula cortina e, un attimo dopo, tuonò cupo e fragoroso, spegnendosi in uno scroscio d’acqua che sembrava ammaccare la lamiera dell’auto.
Se Marco si fosse trasferito da lei -come aveva più volte insistito- gli incubi non l’avrebbero angosciata; ma lui aveva il vizio di sottovalutare i pericoli, convinto d’illuminare gli intrighi del mondo da meandri limacciosi senza alcun rischio. In passato c’erano stati giudici uccisi nonostante la scorta, e lui era solo un giornalista, senza alcuna protezione.
Sterzò a sinistra: Marco abitava in fondo alla via. Oltre l’insistenza della pioggia che batteva sul parabrezza, spinta dai tergicristalli in tensione, il lampeggiante dell’ambulanza le fece stringere la gola. C’erano fanali fracassati e cocci trasparenti sparsi ovunque, insieme a pezzi di lamiere accartocciate. Le macchine erano tutte danneggiate, e le finestre degli appartamenti erano prive di vetri. Poco più avanti la squadra sopralluoghi delineava una zona con il nastro bianco e rosso. Jean si accostò al marciapiede, con il respiro corto e le mani sudate. I vicini di Marco -stretti nei cappotti e raccolti sotto gli ombrelli- ascoltavano l’assistente del medico, e i coniugi Viola la polizia. Si precipitò fuori dall’auto e corse incontro a Marta Viola, che si asciugò il viso con la manica del caban e allargò il braccio per accoglierla. Jean si pietrificò sull’asfalto a pochi passi da lei. L’acqua le inzuppò i capelli corti appiccicandoli alla nuca, scurì il rosso rame che sembrò castano, e colò sulla pelle impregnando la lanugine del maglione. Nello sguardo di Marta, una velatura celava il vuoto appena scavato. Jean tremò. Le gambe si fecero di schiuma solida, come il midollo. Guardò dietro il nastro bicolore: della Megane, era rimasto lo scheletro. Si piegò in sé, fino a colpire l’asfalto con le ginocchia.
«Signora» disse un tecnico della squadra sopralluoghi, «ha bisogno d’aiuto?».
Sembrava un fantasma, coperto dalla testa ai piedi con la tuta bianca.
«MaMarco…»
«Venga con me». Un poliziotto la coprì con l’ombrello e la portò alla volante.
«Mi occupo io della signorina» intervenne l’investigatore afferrandola dal fianco.
«Signor Bauer, ho bisogno della dichiarazione della signorina Jean Smith»
«Prima lasci che si riprenda, dopo le farà le domande del caso».
Jean sfuggì alla presa e corse all’appartamento di Marco dove si aggrappò al campanello suonandolo con insistenza. L’investigatore la raggiunse e l’attirò a sé: «Jean, basta! Smettila»
Lei fissò i suoi occhi verdi, speranzosa.
«Mi dispiace…» sussurrò, le lacrime si persero nella pioggia, «la bomba è esplosa quando ha messo in moto… Stanotte aveva ricevuto la loro telefonata. Dovevano incontrarsi».
Lo colpì al petto: «Smettila smettila! Portami da lui! Voglio vederlo!»
«L’auto è esplosa! Non è rimasto niente!»
«Non ci credo! Non ci credo! Lasciami!» lo spinse per sfuggirgli.
L’afferrò dai pugni: «Mi ha telefonato dopo aver ricevuto la loro chiamata! Dovevamo andare insieme»
«Stai mentendo! Doveva chiamare me! L’aveva giurato!» si lasciò andare sull’asfalto, di nuovo. «Marco!».
Lui la sollevò di peso.
Girava tutto. La pioggia si miscelava al sale delle lacrime, tremule e silenziose. E l’asfalto era sul cielo, avevano lo stesso colore. La voce di Rocco si fece distante, e sparì nel ticchettio della pioggia.
La sdraiò sul lettino dell’ambulanza affidandola alle cure del medico. Faceva male amarla in segreto, perché non poteva renderla felice. Avrebbe dato la vita per lei.
«Lasciatemi…» sussurrò.
«Non è niente» disse il dottore dopo averle controllato la pressione, «ha bisogno di riposare e di indossare abiti asciutti». L’aiutò a sedersi e le avvolse un plaid sulle spalle: «Rimanga qui fin quando non starà meglio».
«Rocco…» gli tirò la manica del cappotto, «ti prego… voglio vederlo».
Lui stirò le labbra e la strinse in un abbraccio. «La polizia vuole farti qualche domanda».
Lo fissò, e scosse la testa.
Dopo qualche ora, Rocco l’accompagnò a casa e si impose di starle accanto fino all’alba, ma lei lo escluse: appiccicò gli occhi al soffitto isolandosi dal mondo. Jean aveva sempre creduto di essere immune alla morte, e invece scopriva che il suo corpo era fatto di carne e dolore. Solo carne e dolore. Il giorno seguente si nascose in un maglione a righe grigie per andare al supermercato e riempire il carrello di vino e cibi in scatola; poi si chiuse in casa e non andò alla commemorazione che i genitori di Marco tennero tre giorni dopo nell’atrio della sede giornalistica, tolse la suoneria del cordless e del telefono fisso e distrusse la cornetta, non tornò in redazione, cancellò i messaggi di Rocco dalla segreteria che ogni giorno l’avvertivano che sarebbe passato, non rispose al citofono. Scivolò nel vuoto, lasciando andare il tempo che scorreva senza lei. Mangiava poco e beveva molto, convincendosi di vedere Marco accanto a sé.
Una sera, accasciata al divano della cucina, vide la tenda sollevarsi e gonfiarsi come una sfera; si trascinò indietro e il tessuto plasmò il tronco di un corpo. C’era la testa, c’erano le spalle, c’erano le gambe. Jean strizzò gli occhi, posò sul pavimento la terza bottiglia di vino e si raddrizzò: la testa seguiva i moti vorticosi della stanza. Avanzò passi barcollanti fino alla tenda e la tirò di lato. Un uomo alto e vestito di scuro, dal viso coperto, era nel suo balcone. Guardò le fessure del passamontagna: gli occhi grigi brillavano come due luci. Sembrava un pupazzo di gomma. Jean scoppiò dal ridere.
Lui le sfiorò la guancia, inconsapevole della sua reazione.
Di colpo si fece seria: gli prese la mano, la premette sulle labbra, la trascinò sul collo tiepido. Un brivido le attraversò la schiena riscaldandole l’animo. Era come sognare. E doveva viverlo, il sogno, prima che spirasse. Gli toccò i pettorali e cercò il cuore per sentirlo attraverso il cashmere, come ad afferrare il sussurro della vita. Si sfilò il cardigan, gli stivali e i jeans fissandolo negli occhi, in attesa. Lui la sollevò e la portò in camera, guardandole i seni ondeggiare a ogni passo, le cosce schiuse rivelare il pizzo nero dello slip e celare il pube rosa, senza peli. La distese sul letto, allargandole le braccia. Sfiorò i seni, sentendo i capezzoli inturgidirsi tra le mani, li lecco girandogli intorno e scivolò sulla pancia. Jean ansimava; allungò un braccio cercando di togliergli il passamontagna ma lui la bloccò e lo sollevo appena sulle labbra. Le strinse le natiche avvicinandola a sé, e le infilò un dito tra le labbra già pronte. Avvolta dal calore di lui, si lasciò trasportare dal mare sconosciuto, e si aggrappò alla vita, a quel cuore che batteva, stringendogli la  mano per spingerlo ancora; voleva perdersi negli abissi, affogare, rasare il fondo a braccia spiegate. Lui infilò il secondo dito scrutandola negli occhi: due iridi chiare, due pupille scure. Le accarezzò le gambe, raggiunse le caviglie e tornò alle cosce. Si avvicinò di nuovo al pube, succhiò le labbra e spinse la lingua fino a farle sollevare il petto. Jean gli sbottonò i jeans e abbassò i boxer, ma lui la fermò: le divaricò le gambe e la guardò struggersi dall’attesa. Entrò dentro di lei, tenendole la testa, e continuò perdendosi nell’odore della sua pelle. Un gemito più forte, una contrazione, e la libertà.
Si addormentò cullata dalla sensazione che le mani avevano tracciato su di lei.
I gelidi raggi del sole la svegliarono a metà mattina, con la coperta di lana a pizzicarle la pelle. Indossò lo slip e il lungo cardigan, quando qualcosa cominciò a snodarle i ricordi. Si precipitò in cucina, spalancò le ante e si sporse dal balcone. La scala collegava il primo piano alla strada. Sperò di trovare il passamontagna infilato alla ringhiera, che penzolava ai tocchi del vento, o un biglietto stretto in un nastrino, come nei film. Invece non c’era nulla. L’idea di camminare sull’orlo della follia le addentò il cuore. Poi il suono insistente del citofono sfumò i pensieri, così rientrò e scese le scale giungendo al piano di sotto: senza guardare dallo spioncino, spalancò la porta.
«Finalmente mi apri» disse Rocco, «ieri sera ero qui».
A quelle parole, le guance di Jean s’infiammarono.
«Ho suonato e bussato e non hai aperto. Ho visto la luce accesa della cucina e stavo per salire sulla scala antincendio ma non l’ho fatto. Non volevo spaventarti. È da allora che ti cerco… Cinque giorni di silenzi, mi fai preoccupare, non rispondi nemmeno al telefono… Perché?»
«Ora l’ho fatto, ho aperto la porta» disse irritata.
Lui trattenne l’erezione che gli pulsava nel cervello: l’ultima volta che l’aveva vista era un esserino svigorito, un paio d’ossa inermi, e ora aveva davanti la solita donna con le guance arrossate e gli occhi lucidi, dentro un maglione deforme che le sfiorava appena le ginocchia.
«Non mi fai entrare?» sorrise.
Jean si fece da parte lasciandolo passare.
«Perché sei venuto? Se è per la deposizione scordatela, non ho nessuna intenzione di rispondere alle loro domande. La polizia sapeva, avrebbe dovuto proteggerlo»
«Non ho nessuna intenzione di costringerti» le prese la mano ma lei la schivò, «sono qui per te»
«Non devi. Sto bene. Suppongo sia inutile chiederti a che punto siano le indagini»
Lui stirò le labbra. «La polizia fa del suo meglio, ma senza le prove…»
«Sì, le prove! L’hanno ucciso per quelle maledette foto! Dove sono finite?».
Rocco scosse la testa, si sedette sulla poltrona di cuoio e accavallò le gambe. «Io so cosa ha visto Marco. Lo sai tu. E lo sa anche la polizia. Ma non ho visto nessuna foto, e senza non possiamo accusarli. È gente potente. Se avessimo avuto prove contro di loro, a quest’ora saremmo morti»
«Forse. O forse no»
«Jean, Jean» si alzò e la fermò dalle spalle, «non tormentarti. Riprenditi la tua vita»
«La mia vita… è andata via con lui…». Risentì quelle mani sulla pelle. «Sei un investigatore. Perché non cerchi le prove? Ti aiuterò»
«Levatelo dalla testa! Non voglio che ti accada niente! Ho già perso un amico».
Con un gesto brusco gli voltò le spalle.
Rocco fece per andarsene, ma tornò indietro. «Mi preoccupo perché a te ci tengo. Dammi la possibilità di starti vicino»
«Non ho bisogno di un babysitter»
«Non lo sono… Non cacciarmi. Avevamo un bel rapporto, noi tre, non mandarlo a puttane»
«Noi tre, appunto»
Sospirò: «Ora è meglio che vada, ho un appuntamento. Non credevo nemmeno che mi aprissi».
Jean lo scavalcò e aprì la porta.
«Ci vediamo domani sera. Intesi?»
Non rispose.
«Intesi?»
«Fa come vuoi».
La guardò fino all’ultimo istante; e Jean sbatté forte la porta.
Risalì in camera e si gettò sulla coperta spiegazzata, testimone silenziosa di un’intimità forse irreale, a cercare tra le pieghe eventuali segni di lui. Con uno scatto di rabbia arrotolò le lenzuola e le scalciò al pavimento. Si piazzò sul divano della cucina a guardare immagini alla tv e a sgranocchiare grissini e tonno in scatola: aspettò la sera senza bere vino, per capire fino a che punto si era spinto il bisogno che aveva di lui.
Dopo l’una udì dei passi salire i gradini di ferro e fermarsi in cima. Si nascose accanto alla tenda, inquieta. Riconobbe il respiro, l’odore del dopobarba, lo spazio che occupava il suo corpo.  Sentimenti e sensazioni e timori s’intricarono: nella foga gli balzò davanti, con il viso in lacrime e la voglia di amarlo ancora. Lo abbracciò infilandogli le mani sotto il maglione. La sua pelle. Il suo cuore che batteva. Tirò il passamontagna prima che lui potesse impedirlo, e un sussulto le mancò un battito.
Marco. Marco.
Le strappò lo scollo del maglione che cadde alla vita. La prese in braccio schiacciando la faccia tra i seni e la sdraiò sul tavolo, salì dal collo a baciarle gli occhi bagnati. Jean lo spogliò, mentre lacrime incredule continuavano a scorrere. Gli accarezzò le spalle strofinandosi sui peli chiari del torace; e i brividi si fecero come linfa. Si abbassò sotto l’ombelico, dove c’era l’odore del muschio, e lo ficcò in bocca: forza e potenza convogliarono in un solo punto.
«Jean…» ansimò.
Lei continuò a trascinarlo nell’oblio, e si staccò poco prima che eiaculasse.
Lui le prese il viso, l’attirò a sé  e la penetrò scrutando le sfumature dell’iride. I baci avevano i loro sapori.
«Perché…» sussurrò persa nel calore.
«Ora sono qui»
«Sei qui…»
Si mossero con dolcezza, e insieme aumentarono l’andatura: rasentarono le profondità dell’abisso a polmoni pieni, palparono la fiamma, e poi si sciolsero in sudore, rimanendo l’uno nelle braccia dell’altro.
Jean lo spinse sul pavimento e gli sferrò un ceffone in pieno volto: «Perché? Perché hai finto di morire?»
Lui affondò il colpo. «Per proteggerti»
«Sei uno stronzo». Alzò il maglione che rimase incastrato sotto i seni, li scostò e lo portò alle spalle; raccolse il passamontagna e lo scagliò su di lui.
«Credi mi piaccia?» le afferrò i polsi, «credi sia stato facile vedere le persone che amo soffrire per me? È un incubo! Ma non ho avuto scelta»
«Allora perché sei qui? Potevi risparmiarti la visita»
«Perché ti amo e non potevo lasciare che ti distruggessi in questo modo»
«Tu non potevi!»
«Lascia che ti spieghi!»
«Non aspetto altro»
«Rocco sa che ieri sono stato qui?»
Lo guardò confusa: «Ero ubriaca. Chi vuoi possa credere a una ubriaca che sostiene di aver fatto sesso con un morto?»
«Jean! È importante. Gli hai detto che avevi dubbi sulla mia morte?»
Lei scosse la testa. «Perché ieri non sei rimasto?»
«Non volevo metterti in mezzo»
«In mezzo?» rise di rabbia.
Lui sbottò: «È stato Rocco a mettere la bomba nell’auto!»
«L’esplosione ti ha ammaccato il cervello!»
«Sapevo che l’avresti detto. Guarda il contenuto della chiavetta».
Jean prese il notebook e lo appoggiò sul tavolo impiallacciato, appena si accese inserì la pendrive, aprì il file, entrò nei documenti e cliccò sul video. Il riquadro mostrò la Megane parcheggiata sotto casa. Marco lo portò avanti di un’ora e sul desktop apparve Rocco, con il colletto sollevato alle orecchie e un berretto a nascondere i ricci neri. Teneva un pacchetto sottobraccio. Aprì lo sportello e fece qualcosa sotto lo sterzo, uscì, s’infilò sotto l’auto, trafficò un altro po’ ed emerse a mani vuote.
«Non credevo fosse un ordigno esplosivo. Sono vivo per miracolo»
«Non capisco»
«Da un po’ di tempo avevo paura che mi facessero una cosa simile, così ho nascosto la telecamera dietro l’edera del balcone per filmare giù. La sera stessa qualcuno ha cercato di rubarmi l’auto, morendo al posto mio. Ho preso la telecamera e sono fuggito»
Il sangue le andò alla testa: «Lo uccido con le mie mani!» fece per andare a vestirsi ma lui la fermò. «Lo vedi? Proprio per questo motivo ho preferito agire da solo. Sei troppo impulsiva. Ti farai ammazzare»
«D’accordo d’accordo!» respirò a fondo, «ora sto calma»
«Stanne fuori. È pericoloso»
«Scordatelo. Siamo una squadra». Sorrise, si sollevò sulle punte e lo baciò. «Sono felice di vederti vivo»
«Non avevo dubbi»
«Però sei stronzo»
«Anche tu»
«Qual è il piano?»
«Raccogliere le prove»
«Al diavolo le prove! Quelle che ho appena visto non bastano?»
«Con quello riusciamo ad aprire un’inchiesta su Rocco, forse lo sbattono in galera, ma nulla di più. Uscirà per buona condotta, o perché non sussistono prove a suo carico sufficienti per farlo rimanere. Il bastardo ha le spalle coperte» colpì il tavolo con il pugno, «dobbiamo fare di più. Dobbiamo almeno provare a incastrarli tutti»
«Aspetta, aspetta, Sherlock Holmes!» lo interruppe, «perché voleva ucciderti?»
«È diventato un trafficante» rispose, nascondendo l’altra parte di verità per impedirle di fare sciocchezze. Pensò a quando aveva frugato nell’appartamento di Rocco, dopo l’esplosione, e nel cassetto della biancheria aveva trovato le fotografie di Jean insieme al reggiseno scarlatto scomparso il mese prima, appiccicoso da fare schifo. Non aveva voluto ucciderlo solo per togliere di mezzo un testimone, ma per avere lei.
«Che stupida! Lui sapeva che avevi fotografato il passaggio di un carico di droga durante uno dei tuoi reportage»
Annuì e continuò: «Domani pomeriggio attracca una nave portacontainer dalla Cina. Quarantasette contenitori da 40 piedi che trasportano esplosivi e banconote false»
Lo guardò sbigottita: «Come pensano di fare con la dogana?»
«Hanno costruito pareti di cartongesso nei container. Rimpiccioliscono le dimensioni, ma recuperano lo spazio dove nascondere la merce. Lo chiamano BB, buco bianco. Rocco ha curato i dettagli con il fratello. È finanziere. L’hai dimenticato?»
«Non ci avevo pensato. Ma tu, come fai a sapere queste cose?»
«So dove si riuniscono e ho nascosto una cimice»
«Bene! Diamo tutto alla polizia! Non esiste prova migliore»
«Scherzi? Il commissario è coinvolto! Si fa a modo mio. Scattiamo le foto dimostrando che anche lui è corrotto, e dopo le consegniamo in polizia»
«In che modo lo dimostriamo?»
«Sarà presente all’arrivo della nave»
Sospirò: «Pensi davvero che le foto bastino?»
«Sì»
Lei abbassò lo sguardo, incerta. «Non lo so. La cosa mi preoccupa…»
«Non chiedermi di rinunciare, ci sono dentro. È una cosa che sento di dover fare. In più mi credono morto. Questo va a nostro vantaggio. Andrà bene, vedrai». Le sollevò il viso: «Siamo una squadra, giusto?»
«Sai perché è cominciato tutto questo?» scherzò, «perché non ti sei trasferito da me quando te l’avevo chiesto. Ora mi domando… c’è bisogno di richiederlo o adesso è palese?»
«Sì, certo che rimango da te, Jean»
Si sollevò sulle punte e sussurrò: «Sai, il passamontagna è così eccitante… che quasi mi dispiace averti scoperto»
Sorrise. «Non è detto che dovrò sbarazzarmene…»
Lei strizzò l’occhio e andò a vestirsi.
L’indomani, Jean uscì presto per procurarsi il necessario e per convincere il fratello, finanziere di servizio alla dogana portuale, a farla entrare nell’area commerciale. Tornò a casa poco prima di pranzo, con un giubbotto antiproiettile, due paia di vestiti da uomo, una fondina nascosta nello zaino, e lo stomaco stretto in una morsa.
«Ecco prendi» gli lanciò il giubbotto antiproiettile, «non voglio piangere per te due volte».
«Non sei riuscita a procurarne due?»
«No ma non obbiettare, altrimenti non se ne fa niente. Sei tu quello temerario, non io».
Marco indossò il giubbotto sotto il maglione, sapeva che se avesse obiettato avrebbero affrontato le dinamiche del piano, e lui non voleva dirle fino a che punto voleva spingersi.
«Non dimenticare la tua macchina fotografica» disse Marco.
Lei sorrise e gli cinse la vita: «La morte ti ha fatto dimenticare quanto sono…» di colpo cambiò espressione.
La beretta M9 scaricò le otto pallottole su di lui. Il corpo si piegò come un ventaglio, crollò a terra. Un soffio gelido sfiorò la schiena di Jean, legata al palo della luce. Si disperò: non poteva raggiungerlo. Aveva promesso che si sarebbe salvato… Aveva promesso…
«Quanto sei?» la incalzò lui.
«Niente». Scacciò l’immagine dell’incubo che l’aveva torturata la sera dell’esplosione.
«Non mi accadrà nulla. Te lo prometto. Non preoccuparti»
Aveva promesso che si sarebbe salvato… Aveva promesso…
Rise: «Preoccupata io? Neanche per sogno!»
«Bene». Marco fece per prendere lo zaino ma Jean lo anticipò: «Beh! Questo lo prendo io». Infilò una mano furtiva e spinse in fondo la fondina. «Non puoi mica fare tutto tu! E poi si dice che i galantuomini sono una razza estinta! È ora di andare».
Senza farsi notare, si ficcarono nella Twingo: Marco si nascose nel bagagliaio, e Jean mise in moto. Superò lo stretto incrocio che immetteva sulla nazionale, svoltò a sinistra e, oltre le case che proiettavano i loro profili informi sull’asfalto, raggiunse il viale alberato e infine il porto, dove l’aria salmastra ricordava l’estate. Si fermarono davanti al dispositivo di sbarramento, percependo tutta l’ansia del momento. Jean scese dall’auto e andò incontro al fratello, che aveva sporto la testa dalla portineria attigua.
«Michele… Per favore…»
«Ne abbiamo parlato stamattina. Non posso acconsentire a tutte le tue idee folli»
«Te l’ho detto, sto lavorando a un articolo. Non posso svelarti altro, fidati di me»
«Fra tre ore arriva una nave, ci sarà la capitaneria di porto, i trasportatori, i miei colleghi, e…»
«Ti prego» gli prese le mani, «è la prima cosa importante dopo… insomma… lo sai… Mi aiuta ad avere un obiettivo. E in più mi gioco la promozione. Ti prometto che starò attenta, non correrai alcun rischio. Fin’ora non ti ho mai deluso…»
Sospirò: era impossibile dirle di no. «Nascondi l’auto al solito posto e non tornare prima che rimonti il turno. È l’ultima volta…». Le diede le chiavi e il biglietto con la targa e il modello del camion.
«Grazie!» lo baciò sulla guancia e tornò in auto. Quando le sbarre si levarono, proseguì sulla sinistra fino la zona nord, a filo con i capannoni a quell’ora vuoti, per eludere le telecamere. Si fermò dietro una casupola desueta con le grate alle finestre, fece scendere Marco e coprì l’auto con il telo. Si presero per mano come da bambini e corsero un chilometro indietro cercando il camion indicato da Michele. Era un Iveco bianco, parcheggiato nell’area di sosta. S’infilarono dentro, lasciarono uno spiraglio d’aria dal finestrino e si nascosero nel rimorchio.
«Voleva darmi le chiavi di un capanno» disse Jean togliendosi lo zaino dalle spalle, « quelli che abbiamo visto fin’ora sono vuoti. La capitaneria di porto è in fondo»
«Di chi è il camion?» disse con sguardo assente.
«Michele ha detto che il camionista ha fatto 1500 km per venire qui. Domani mattina deve caricare la merce così parcheggia il camion e passa la notte da un’altra parte».
Si appoggiarono alla parete l’uno accanto all’altro, con in mente certi timori da esorcizzare: lei pensava all’incubo che le era costato 400 euro per una Beretta 98SF serie 92 nascosta nello zaino; e lui alla morte, giunta troppo vicino da crederla ancora una cosa distante.
Jean s’infilò tra le gambe di Marco, sviandolo dai pensieri. «Mancano ancora un paio d’ore… E poi mica mi piace quest’ansia…»
Lui conservò la Nikon appena tirata fuori dalla fodera: «Sei preoccupata?»
«Tu lo sei?»
Marco sorrise ritraendosi in sé: c’erano sì e no dieci gradi.
«Secondo me dobbiamo fingere di essere altrove…»
«Ah sì? Che ti frulla in quella testolina?»
«Vediamo…» gli sfilò la giacca di pelle, il maglione e il giubbotto antiproiettile, «tu a cosa pensi?». Si avvicinò all’orecchio di Marco, e le mani seguirono le parole: «Potrei sbottonarti i pantaloni… e solleticarti l’ombelico, far scivolare le dita sotto la cintura, afferrarti… così… e fare… così… O potrei spogliarmi e…»
Lui la schiacciò a terra: «Mi fai perdere il controllo…»
«A me non dispiace».
Le sollevò il cardigan e affondò il viso sul ventre, sentendone l’odore.
Jean lo fermò: «Ti amo. Non te l’ho mai detto, ma ti amo»
«Che condanna…» rise.
Lo colpì alla spalla. «Scemo!»
«Dove eravamo rimasti?»
Lo fissò negli occhi, con estrema insistenza.
«Che c’è?»
«Quando sei venuto la prima volta, con il passamontagna, ti credevo morto e…»
«Jean, lo so, lo so… non serve parlarne…»
«No aspetta, ascoltami…» prese un respiro. «Quella volta, in qualche modo, ho sentito che a toccarmi erano state le tue mani, il tuo respiro, il tuo corpo… ma la mia testa continuava a ripetere che eri morto, che non poteva essere vero, che stavo impazzendo… Eppure il nostro incontro, pur rischiando di ridursi a una labile sensazione, mi ha fatto reagire. Il giorno dopo non ho bevuto vino, e credimi, è stato un enorme passo» sospirò, «sto cercando di dire che quando abbiamo fatto l’amore, per la prima volta in vita mia, non ero controllata. Mi sono lasciata andare, insomma. Non era mai successo, e non perché non ti amassi o perché dovevo crederti morto prima di capire quanto sei importante. È successo. Non so dirlo in un modo diverso. Credo  che abbiamo raggiunto un livello speciale, d’intimità intensa…»
«Lo so. Ti ho sentita…»
Jean si spogliò, divaricò le gambe e le appoggiò su quelle di Marco. Gli prese la mano e si portò il dito sul pube. «Mi sento libera di dirti cosa e come mi piace…»
Marco la sfiorò intorno; la trascinò a terra, le prese il ventre e si spinse indentro, seguendo i battiti del cuore.
«Aspetta… Voglio di più…» disse con le labbra umide. Si girò e si concesse a Marco slegando il più infimo moralismo pudico.
L’immagine -di lei a carponi con il collo inclinato che sorridendo lo fissava da sotto la spalla- gli scavò le tempie infuocandogli il ventre. Si mise sopra e lasciò scivolare le dita nella foce del piacere, le entrò dietro, stringendole un seno. La sentì sussultare e, quando cominciò a divincolarsi, spinse più forte. I cervelli si persero in spirali aranciate, raggiunsero il fuoco spulciandosi l’animo, ed esplosero sciogliendosi in gocce saline. Dopo scivolarono a terra, a riprendere fiato.
«Mi piace questo tuo modo di combattere l’ansia. Funziona»
Lei rise colpendolo al braccio.
Si vestirono in fretta, lanciandosi sguardi complici. Poi Marco andò in cabina a spiare il porto. «Sta per arrivare» la informò dopo un po’.
Jean si precipitò da lui. La nave avanzava dall’orizzonte rossastro, e nascondeva l’ultimo spicchio di sole che calava nel mare. Fece per ritrarsi quando vide la vettura della capitaneria fermarsi all’attracco. Marco la spinse sotto il cruscotto, dove rimasero più di un’ora, con le gambe rattrappite e la schiena dolente, aspettando che le autorità visionassero i documenti della nave e ripartissero. Sopraggiunsero il commissario di polizia e Riccardo Silver, il fratello gemello di Rocco, con l’auto della finanza. Dietro di loro, una decina di autocarri per trasporti eccezionali si posizionarono con i pianali di carico rivolti alla nave.
«Ascoltami con attenzione» sussurrò Marco spostandola dal finestrino, «scatta le foto da qui e non muoverti per nessun motivo»
«E tu?» chiese preoccupata.
«Mi nascondo dietro l’autocarro più vicino alla nave. Aspetto che i container siano a terra, e prima che li carichino sui mezzi m’intrufolo e fotografo la merce»
«Sei pazzo!» serrò i pugni, paonazzi come le guance. «Avevi detto niente pericoli!»
«Ti ho promesso che andrà bene. Manterrò la promessa. Siamo collegati con gli auricolari, se si dovessero avvicinare avresti il tempo di avvisarmi. Da qui hai tutto sotto controllo». L’abbracciò:  «Non stare davanti al vetro. Devo andare». Spinse il berretto sui Ray ban, s’infilò la tracolla della Nikon, aprì piano lo sportello e saltò giù.
Jean finse di obbedire, ma gli puntò gli occhi addosso e trattenne il respiro per lui.
Marco avanzò a passi silenziosi, scivolando dal rimorchio al bidone dei rifiuti, dal carrello elevatore al pilastro del ponte delle gru, come il gomito di un’ombra appena accennata dal sole di mezzogiorno. Tagliò un tratto di strada nuda, alle spalle dei camionisti bengalesi, e raggiunse l’autocarro stabilito. Si nascose dietro la ruota posteriore, e con il cuore a mille prese un ampio respiro.
Un bengalese azionò la gru fissata al ponteggio e cominciò a scaricare i container dalla nave. Il finanziere Silver ne aprì uno e in pochi secondi lo controllò. Solo in quel momento Marco capì che i container con il denaro falso e gli esplosivi non erano 47, ma 10, tutti segnati da una X rossa sul fianco sinistro. Riccardo disse qualcosa ai bengalesi, tornò in auto con il commissario e si diressero all’ingresso, così da far uscire i trasporti senza problemi.
Marco sentì addosso lo sguardo di Jean, le voltò le spalle e tolse gli auricolari: scivolavano dalle orecchie continuando a infastidirlo. S’intrufolò nel container ispezionato e accostò il portello, mentre un bengalese ne stava sollevando uno per montarlo sul camion. L’interno -poco più grande di un quadrato rispetto al rettangolo perfetto visto dall’esterno- aveva quattro pile di scatoloni accostati alle pareti laterali. Di fronte, invece, coprivano tutto il tramezzo di cartongesso, sfiorando appena il soffitto. Provò a spostare i cartoni e scoprì che erano troppo leggeri.
Il primo camion lasciò il porto, e la gru sollevò il secondo container.
Marco tirò fuori il cutter dalla tasca e aprì lo scatolone. Era pieno di guanti in lattice. Lo mise da parte e sposò la prima pila.
Partì il secondo camion, intanto che la gru caricava il terzo.
I rumori coprirono i suoi: infilzò la lama e crivellò il cartongesso allargando il buco. Si ficcò dall’altra parte. Di fronte, due mensole d’acciaio sorreggevano una trentina di valigette, e a terra una cassa di legno esibiva segnali di pericolo.
Il terzo camion lasciò l’attracco, e l’operaio caricò il quarto container.
Fotografò l’interno, la parete spaccata e la merce nel BB. Con il cutter staccò le lamine che bloccavano l’apertura della cassa in abete, sollevò il coperchio e fotografò gli esplosivi.
Partì il quarto e il quinto camion, mentre la gru sollevava il sesto container.
Afferrò una valigetta e la forzò con il cutter, ma non ci riuscì: per aprirla, serviva la combinazione. Provò con la data della sua morte, omettendo le prime due cifre dell’anno, perché  era stato un momento di svolta per Rocco: 140-112; con il numero 10: 101-010. Niente.
Partì il sesto camion.
Ruotò le rondelle componendo la data di nascita di Jean. 020-286. La valigia rimase chiusa. “Bastardo”, sussurrò colpendola con il pugno. Non poteva più attendere. Si precipitò al portello e sbirciò fuori. La gru sollevava l’ottavo container. Trattenne il respiro e balzò sulla banchina, saltò l’anello di ormeggio e scese la scaletta di metallo fino allo scalone sottostante, schiacciandosi nell’angolo accennato che il muro creava con la banchina poco sporgente. Sollevò il braccio e, in un vano tra le pietre, infilò la Nikon e il cellulare: se si fossero avvicinati sarebbe stato costretto a tuffarsi in mare. Gli autocarri lasciarono il porto, e la nave ripartì sollevando le onde che lo bagnarono fino alla vita. Quando non sentì né rumori né voci, riprese la fotocamere e il telefono, abbassò il berretto sulla fronte e salì la scaletta che portava alla banchina. Sorrise al camion di fronte, dove Jean lo stava di sicuro guardando, e avanzò fiducioso.
Montò su, con il sorriso ancora sulle labbra: «Hai visto amore? È stato più facile di quel… che… Bastardo!»
«Chi non muore si rivede! Scontato, non trovi?» disse Rocco, con la pistola puntata alla tempia di Jean.
Lei si divincolava: le parole soffocate dallo scotch, la mano di Rocco intorno al collo. Pensava al soffio gelido provato nel sogno, identico a ora.
«Sss… non potrei mai farti del male» disse Rocco.
«Bastardo! Lasciala!»
«Lasciala? Lei è mia»
«È così che la vuoi? Terrorizzata?»
Lui rise: «Non hai idea di dove può portare la paura. Può spingere ad amare, dopo tutto». Puntò la pistola al petto di Marco e sparò.
Con un gemito cadde a terra.
Jean urlò un grido soffocato. Era come nell’incubo: non poteva raggiungerlo.
Rocco la strinse a sé, e lei si contorse in preda al dolore. «Non avrei mai voluto farti soffrire. Ma passerà, vedrai. E un giorno capirai la natura dei miei sentimenti e imparerai ad amarmi».
Si voltò verso il corpo: Marco non c’era. Lasciò Jean e si catapultò in strada, con lo sguardo rabbioso. Impugnò la pistola e lo cercò sotto il camion, dietro il ponteggio delle gru, nella cassa di legno vicino al muletto. Era scomparso. Si accostò alla banchina di attracco, e lo vide, spalmato al muro, senza respiro. Gli puntò l’arma alla testa.
La voce di Jean vibrò nell’aria: «Fermati!» disse tremando. Aveva una beretta M9 puntata su di lui.
Rocco acchiappò Marco dalla giacca costringendolo a salire. «Oh Jean! Pensi di togliermi dai coglioni in questo modo?» . Rise come se la fine della sua vita avesse la leggerezza di una battuta  comica, e non lasciasse altro che un vago senso d’ilarità. «Nello stesso istante in cui spari, lo faccio anch’io. Marco non ti avrà mai. In un modo o nell’altro vinco io, anche se vivrai senza me. Ricordi le partite di scacchi, Marco? Ero sempre un passo avanti a te».
«Jean! Vattene! Ti prego!» urlò Marco.
Rocco lo zittì con una gomitata allo stomaco.
Lei tremò portandosi la pistola alla testa: strizzò gli occhi schiacciando lacrime nuove, e un vuoto le scavò lo stomaco.
«Noni… non importa…» disse.
«Che cazzo fai?» urlò Rocco.
«Nons… nonson…» le lacrime mozzavano la lingua, gonfiavano i suoni, bucavano il cuore.
«Ad… dio MaMarco…». Fece per premere il grilletto quando Rocco si scagliò su di lei, facendole perdere il controllo dell’arma.
«Tu non devi morire! Io ti amo! Capito? Ti amo!»
Marco si lanciò su Rocco scagliandolo a terra. Si gettò su di lui e, in preda a una crisi nervosa, lo riempì di pugni: gli spaccò il labbro e gli ruppe il setto nasale. Non sentì Jean tirarlo dalle spalle, Rocco colpirlo a sua volta, e le macchine delle autorità accorrere in loro aiuto. Due uomini della capitaneria li divisero prima che potessero ammazzarsi. Jean si buttò tra le braccia di Marco, sciogliendosi in un pianto liberatorio. Lui rilassò i pugni, e pulì sangue e saliva sui pantaloni. Fissò Rocco, pensò alle partite di scacchi. Poi distolse lo sguardo e sollevò la testa di Jean: «Amore… Non temere… Ora è tutto finito. Non potranno più farci del male. Siamo al sicuro».
Lei si avvinghiò a lui e le lacrime cominciarono a sparire. Si sollevò sulle punte sfiorandogli le labbra: «Staremo per sempre insieme».

FINE


L'AUTRICE


Valentina di Salvo è nata a Messina nel settembre del 1988, convive con il mio compagno, ha una gattina dolcissima di 8 mesi e fa l’agente di commercio.
Ha amato i libri sin da piccola, le magie delle parole e i mondi che riescono a creare l' hanno sedotta spingendola a scrivere. All’inizio ha scritto per il puro piacere di farlo, ma poi ha scoperto l’emozione che si prova a condividere ed ecco perchè è qui! Le piacciono tutti i generi anche se ha una spiccata predisposizione per il drammatico.Un suo  racconto si trova in 365 storie d’amore di Delos books.



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