TORNERO' di Emiliana De Vico



Tornerò, te lo prometto. Dammi solo un po’ di tempo per sistemare le cose. Mi bastano pochi mesi. Niente più litigi, promesso. Ti amo, mio drago.

Con quel messaggio nella mente, e nella memoria del telefonino, Missy era andato avanti giorno per giorno. Un po’ strisciando, molto rassicurandosi. Tutto si sarebbe risolto, si diceva con la razionalità degli uomini innamorati mentre i giorni si allungavano in settimane.
Si preparava ogni sera per incontrarlo. Solo che lui non arrivava mai. Gli aveva mandato dei messaggi a cui lui aveva solo risposto con degli emoticon. Aveva smesso non sopportando l’indifferenza. Meglio l’assenza che la finta presenza.
Iniziò le solite manovre di rito.
Siero opacizzante. Ok
Colla per le sopracciglia. Fatto.
Strato di fondotinta. Più che abbondante.
Sfumature. Perfette.
Cipria. Come se non ci fosse un domani.
Barba. Non ce n’è neanche un filo.
Missy spuntò mentalmente tutte le fasi del trucco. «Stasera sembro una gatta» si complimentò. «Il verde mi dona più del blu, non trovi?» chiese alla collega.
«Fammi controllare. Dovresti fare un tratto di matita verso l’alto. Ecco, così. Vedi? Alza la palpebra e allunga l’occhio, micia» le disse Flavia guardandolo con attenzione.
«Allora lascio perdere l’ombretto blu?» Missy avrebbe voluto tornare a specchiarsi, invece Flavia lo teneva fermo, così poté studiare l’amica. Lei aveva utilizzato l’oro, il nero e il rosso. L’iride scura resa opaca dalla polvere di kajal. Non avrebbe mai imparato a truccarsi così bene.
«Come mai tutta questa attenzione? È un’esibizione come tante. Sai, scemona, ti trovo un bel po’ cambiata.»
Si negò alla sua presa tornando a cotonarsi la parrucca. «Sono solo stanco.»
Flavia si volse verso lo specchio che condividevano, così come i trucchi e i pennelli. Aveva indossato una tuta di pelle nera. Una striscia sul seno e una sul sedere tenute insieme da catenelle dorate. «Ad agosto si lavora sempre tanto. Abbiamo fatto gli straordinari in questo ultimo periodo ma passate le ferie estive potrai riposare di più ma se ne senti davvero il bisogno chiedi dei giorni di riposo.»
Missy le aveva invidiato il corpo snello, molto meno muscoloso del suo. E la barba rada e chiara che aveva bisogno di pochi ritocchi. Lui invece era costretto a cerette dolorose o a sedute di trucco lunghissime per coprire l’alone della ricrescita, e non sempre ci riusciva. «Non posso semplicemente starmene a casa. Ho bisogno di soldi.»
«Ancora la tua ex moglie tra le palle?»
«No, lei sembra essersi messa l’anima in pace.» Aggiunse un altro po’ di fard sulle guance, tanto per fare qualcosa e poter parlare in pace con l’amica.
«Dimmi la verità. Stasera ci sarà lui tra gli spettatori? Francesco viene da te? Da un po’ di tempo non ne parli più. Pensavo che l’ultima lite fosse stata quella decisiva.»
Missy abbandonò il pennello. Stare spalla a spalla con Flavia era la normalità. Lo specchio gli diceva che era pronto per la serata. Gli occhi invece erano persi tra i colori del trucco. «Mi ha assicurato che farà di tutto per tornare da me. Mi ha promesso che avrebbe risolto al meglio con la sua donna. L’università è chiusa in estate e quindi non deve essere impegnato con le lezioni. Eppure non si fa sentire.»
«Credi ancora alle solite promesse? Tu, per primo hai mentito ad altri. Ragiona, Missy, Le parole che ci dicono mentre ci fottono sono micidiali. Non ascoltare mai la voce dell’uomo che ti scopa. Abbiamo un filo conduttore che dal culo ci arriva dritto al cervello.»
«Perché non dovrei? Lui è diverso.»
«La vostra è stata solo una storia di sesso durata troppo a lungo. Se ne è andato offendendoti. Le esperienze passate ti hanno dimostrato che non tornerà. Se ne starà a casa con la sua famiglia. Quante volte hai desiderato una relazione vera e quante sei stato deluso?»
«Stai zitta!» Con un bastoncino si tamponò l’angolo di un occhio. Il verde dell’iride era immenso. Le ciglia finte, lunghissime e nere, si aprivano a ventaglio. Anche la parrucca che aveva scelto quella sera gli stava da Dio: un caschetto nero con frangia sugli occhi. Una catenella di strass gli scendeva sulla tempia e un gloss rosso scuro rendeva sanguigne le labbra che aveva disegnato e ingrandito con una matita.
«Sai che è vietato innamorarsi dei clienti. Puoi scopartene quanti ne vuoi, anche più di uno e insieme, ma mai amarne uno.»
«Non lo amo, Flavia. Lo desidero. Lui… mi fa vedere il mondo da un’altra prospettiva.»
«Sì, certo. Quando ti scopa a pecorina, vero? In quel momento il pavimento ti sembra tutta un’altra cosa.»
No, sono le sue mani che mi toccano, i suoi dolci occhi castani che mi amano, la sua voce profonda che mi scioglie. Non è un sesso duro ciò che desidero ma un cuore tenero che mi accetti. «Senti come puzzano le scarpe dei Martina. Se non si decide a cambiarle o lavarle gliele butto via» disse per cambiare discorso.
«Oh, ma dai. Con tutti gli ormoni femminili che assume è il minimo che possa succedergli. Sai che è convinto di avere anche il ciclo mestruale?»
Missy si guardò attorno. Più che un camerino era una stanza pre bagno. Gli appendiabiti erano pieni di vestiti colorati per gli spettacoli; i boa pendevano alla fine, alcuni spelacchiati dall’uso, altri ancora gonfi e pieni; i trucchi sparsi sul tavolino sotto lo specchio. Una luce diretta illuminava le facce dei performer che si avvicendavano durante le serate.
«Siamo in ritardo, Missy. In pratica siamo le ultime, questa sera. Sbrigati o ci scipperanno i clienti migliori.»
«Sono pronta, andiamo. Però devo parlare con il capo, prima di darmi da fare.»
«Sai dove trovarlo» gli disse Flavia tenendogli aperta la porta.
Respirò l’aria festosa del grande salone e socchiuse gli occhi alle luci colorate sparate ad altezza d’uomo. Sapeva muoversi con sensualità, cantare con emozione, ballare su zeppe dal tacco quindici. Si aggiustò il seno di silicone che indossava sempre durante gli spettacoli. La colla gli pizzicava un capezzolo e gli slip contenitivi schiacciavano le parti del corpo che una donna non avrebbe dovuto avere.
«Ci sono passata anch’io, stellona. Gli uomini sono tutti uguali» gli sussurrò all’orecchio Flavia.
«Non credo. È uno stereotipo pensare che…»
«Non capisci che ti sta usando? Quando vuole una santa scopata la pretende da te. Quando vuole qualcuno accanto, va dalla moglie.»
«Come fa il tuo pappone? Oddio, Flavia, scusami.»
«Senti, Missy. Balla e divertiti. Portati a letto il più bell’uomo della serata e scordalo» gli disse prima di allontanarsi.
L’aveva offesa senza motivo. Missy era un grande stronzo. Si preparò per fare un giro tra la gente, invitare qualcuno al piano bar, farsi ammirare e far salire il livello di calore nella grande sala. Flavia era già all’opera con un gruppo di ragazzi dall’altra parte della pista da ballo.
Sapeva di attirare lo sguardo degli uomini presenti. Forse per l’abito succinto, per l’intimo in vista, per il trucco esagerato o per la parrucca cotonata. Forse per la sensualità che sprigionava il suo corpo e contro cui aveva lottato durante l’adolescenza. Ora era diventata il suo punto di forza.
«Mmmmm, splendida» l’apostrofò un uomo in giacca e cravatta. Gli sorrise mentre con la punta delle dita gli lasciava una carezza sulle guance, e passò oltre. Si avvicinò al bancone e strizzò gli occhi a Marta e Kavin già pronte per servire i drink. Fece loro anche un cenno, progredendo verso una porta nascosta tra i pannelli di legno del muro. Bussò leggermente ed entrò.
«Cazzo, Missy. Non riesco a farti capire che per entrare devi aspettare il mio permesso?»
Si scrollò le spalle dando un colpetto alla parrucca. «Tanto tutti sappiamo che Laiza ti sta facendo un pompino. Lo fa sempre prima delle serate.»
«Allora, se lo sai, significa che ti interessa?»
Guardò il suo capo seduto alla poltrona della scrivania. Le gambe larghe, i pantaloni slacciati e il cazzo del tutto infilato nella bocca di Laiza.
«Significa soltanto che ho bisogno di chiederti una cosa. Devo andare via un po’ prima, questa sera.»
Non si scompose quando l’uomo prese Laiza alla nuca e le pompò dentro con forza. Quella sgualdrina amava le maniere forti.
«Perché mai dovrei darti il permesso? Se devi scoparti qualcuno puoi farlo alla fine della performance, come fai di solito.»
Missy seguì i movimenti estatici della donna. Lo ingoiava mentre con una mano gli massaggiava le palle e con l’altra si masturbava la potente erezione. Laiza era la drag più dotata del gruppo. La più ricercata, soprattutto per gli spettacoli di sesso live. Venivano chiamati in quel modo le esibizioni in cui i performer si facevano scopare da bambole in silicone sotto gli occhi di guardoni che, inevitabilmente, venivano nelle mutande. Ma con il capo doveva esserci qualcosa di più. Perché in Laiza riconosceva l’espressione che aveva avuto lui stesso pensando a Francesco.
«Stai valutando se unirti a noi? Posso dartelo per un po’. Laiza non si arrabbierà se me lo sbatti anche tu.»
«Puoi scordartelo. Allora? Mi concedi di andare via un’oretta prima?»
«Solo se mi dici con chi ti vedrai.»
«Con tua sorella» gli disse cercando di tenere a freno la rabbia. Non era mai stato bravo nel contenere le emozioni. Era un vulcano che prendeva fuoco e bruciava tutto e tutti. Aveva bruciato le amicizie del passato, carbonizzato il rapporto con i genitori, incenerito la sua identità di uomo. Arso quella di donna per trasformarsi in drago.
«Oh sì. Mi piacerebbe guardare mentre te la fai.»
«Ti manderò un filmato.» Batté il sandalo, esasperato.
«Ok. Dopo l’uscita di Flavia, puoi filare via.»
Non disse grazie. Missy si volse per raggiungere la porta. Sentì il mormorio di piacere uscire dalla gola di Laiza mentre il capo se la faceva con più forza. Quella stronza andava verso la distruzione. Mai innamorarsi di un uomo, soprattutto se è il tuo datore di lavoro, ricordò a se stessa.
La sala era troppo piena. Nel mese di agosto avevano aumentato gli spettacoli, portandoli da due settimanali a quattro. Era di certo un mese molto festaiolo. La voglia di baldoria incendiava il sangue e le notti brave si facevano interminabili.
Si mosse tra la gente. Lo cercava, lo voleva. Lui, solo lui. Non era innamorato ma stracotto. Perso per un uomo dai capelli chiari, dolci occhi castani, e per una fossetta al centro del mento arrotondato. Era cotto di Francesco. Non era amore ma estasi e tormento allo stato puro.
«Posso offrirti da bere?» l’uomo che le sbarrò il passo non aveva occhi dolci ma neri. Non capelli chiari ma scuri e ricci. Non era Francesco.
«Perché no?» gli sorrise. Era il suo ruolo. Veniva pagato per intrattenere e quindi avrebbe intrattenuto. Lo precedette verso il bancone. Ordinò un drink leggero per sé, non si accorse di ciò che lo sconosciuto prendeva.
«Come ti chiami?»
«Missy» gli rispose guardando in giro.
«Non sono mai venuto in questo locale. Tu sei…»
Non lo incoraggiò a parlare, qualunque cosa avesse da dire non gli interessava. Non erano le parole di Francesco. «Ti troverai bene. Il Drag Moon è un posto interessante. Bella gente. Begli spettacoli.» Si sedette sullo sgabello e lo spacco sulla coscia si aprì fino all’inguine. Gli occhi dell’uomo si incendiarono. Sapeva che stava cercando la prova della sua femminilità, o della sua mascolinità, ma non l’avrebbe trovata. Missy aveva imparato da tempo le regole del tucking and taping: depilarsi per bene, spingere i testicoli a desta e sinistra nel canale inguinale, fissare lo scroto vuoto con del nastro adesivo e mettere slip stretti. In quel modo la biancheria intima mostrava un pube perfettamente liscio, senza protuberanze.
«Sei… sei libera stasera?»
«Perché me lo chiedi?» Missy passò la lingua sul bordo del bicchiere e seppe di averlo conquistato.
«Mi piaci da impazzire. Vorrei portarti a fare un giro in auto. Magari una corsa in autostrada, e poi potremmo… sei davvero un uomo?»
Missy abbassò gli occhi.
«Non voglio offenderti è che… sei così bella. Molto più bella delle donne con cui sono uscito finora.»
Lo trovò gentile. Un po’ impacciato nell’atto dell’abbordaggio e ciò non poteva che denotare l’inesperienza e la genuinità delle sue parole. «Cosa vorresti fare con me?» Missy aveva imparato a modulare la voce. Il timbro roco era già un buon punto di partenza. Bastava metterci più dolcezza, e il gioco era fatto.
«Mi piacerebbe fare l’amore con te. Me lo hai fatto diventare di ferro.»
Scivolò dalla sedia e gli si avvicinò. Con il palmo lo massaggiò sentendolo tremare. Lo arroventò con movimenti su e giù e poi si allontanò. Non era più interessata a incontri casuali da molto tempo. Aveva provato di tutto nella sua disastrata vita di… uomo? Donna? Bisex? Era Missy, e anche Marco. Missy, la drag queen che si esibiva al Drag Moon. Marco l’esperto informatico in un centro commerciale. Era una via di mezzo. Uomo e donna. Pudore e trasgressione. Santo e diavolo. Aveva consumato rapporti confusi, aperti, insolenti. Si era concessa anche a una gang band. Esperienze da infarto, certo. Però, ciò che stava scoprendo a trentotto anni era l’amore per un uomo. Il bisogno di continuità. Il desiderio di carezze e parole, non solo scopate pazze. La sua voglia andava a Francesco, e lui non si era ancora fatto vedere. «Mi spiace, dolcezza. Devo esibirmi e non ho tempo.» Vide la delusione negli occhi dello sconosciuto. Chissà se ce n’era anche nei suoi.
«Allora facciamo la prossima volta?»
«Forse sì. Forse no. Lasciamo che sia il destino a guidare i nostri passi.»
«Posso dirti che sei incantevole? Non importa se sei uomo o donna. Sei splendida.»
Come gli piacevano quei subdoli complimenti. Le lusinghe erano un toccasana per la sua anima incerta. «A presto, rubacuori.» Si allontanò. Francesco era la sua meta. Ma non c’era. Flavia aveva ragione: Le vacanze gli uomini le passavano in famiglia. Fece il giro della sala, guardò i gruppetti di uomini al bancone del bar, scrutò sui divanetti dove delle coppie se ne stavano appartate. Desiderò i suoi capelli chiari, gli occhi dolci e la fossetta sul mento, a volte coperta dalla barba crescente. Lo cercò solo per costringersi a capire che non sarebbe venuto, nonostante la promessa. Si mosse un po’ in giro fino a che non fu ora di salire sul palco.
Se mai fosse stato possibile avrebbe detto di avere cantato Alive Again molto meglio di Cher. Era prima entrato in scena per fare da spalla a Martina, la gatta morta dai piedi più puzzolenti del mondo, e poi aveva terminato con una canzone di Renato Zero. Quando Flavia era scesa dal palco si era accodato alla gente ed era uscito. Aveva voluto ritagliare quell’oretta per sé, per soffrire in pace. Le luci dei lampioni illuminavano il parcheggio nel cui centro c’era ancora l’albero addobbato dal natale scorso. L’abete triste nel suo grosso vaso di cemento puntava verso il cielo. Francesco non aveva rispettato il loro patto e non era ancora tornato.


Era uno splendore, lo sapeva. Un cesso dentro, ma con una bella faccia e un corpo ancor più prorompente. Aveva esagerato e non gli importava più nulla. Continuava ad aspettare Francesco mangiando biscotti e triturando fazzoletti che aveva lasciato cadere a terra in cucina. Erano ancora lì, non li aveva tolti, privo di forza di volontà.
Iniziò la vestizione come al solito. Flavia, o Luigi, a seconda del luogo e del vestito, non era ancora arrivata. Trasgressione era la parola che aveva sempre caratterizzato Missy. Be’ quella sera era andato oltre, intontito dal dolore aveva osato più del solito. Invece di una veste aveva optato per un jeans attillato, strappato e sfilacciato all’inverosimile, e aveva messo una rete trasparente sul torace. Niente tette finte sotto, ma aveva ingioiellato i capezzoli piatti con un glitter fucsia che ricoprì di altra polvere luccicante.
Truccò con attenzione il viso: appiattì le sopracciglia, le ridisegnò e vi passò sopra una cera dello stesso colore cangiante che aveva usato per il seno. Il pezzo forte della serata era il filo di barba che si era intestardito a non radere. Lo ridisegnò con un rasoio elettrico e poi lo cosparse di glitter e polvere scintillante fucsia. Era un Conchita appariscente. Natalizio, quasi. Peccaminoso. Ma gli occhi verdi, che spiccavano tra il colore, erano troppo grandi, troppo spaventati.
Francesco aveva schiacciato per sempre il desiderio di redenzione che gli era nato dentro.
Flavia fece il suo ingresso mentre Missy continuava a truccarsi.
«Cosa stai tentando di fare?»
«Sto bene, grazie. Com’è andata la tua giornata?» le rispose mettendo il gloss sulle labbra.
«Non mi frega un cazzo della mia giornata e tu lo sai. Ma mi spiace per te.»
«Perché? Non mi trovi bello? Ah, già, ho scordato la parrucca. Ora la metto.» Ne scelse una bionda e lunga e accese l’arricciacapelli. «Mi piace un casino questo fucsia. Con i miei occhi è uno sballo.»
Flavia si slacciò il giubbotto, sfilandosi gli scarponi con i piedi. Si liberò dell’intimo restando solo con gli slip contenitivi che usavano per gli spettacoli. «Quella barba in evidenza ti serve per mandare qualche messaggio subliminale? Sai che i nostri clienti non apprezzano il pelo.»
«Io non ho clienti. Non mi vendo. Sono un performer e tale resterò.»
«Missy, sai di cosa parlo. Finché ti cercano e fanno delle proposte per te resterai nel gruppo. Al contrario tornerai a essere un trans di appartamento qualunque.»
Missy mise ancora uno strato di polvere fucsia sulla barba. «Forse è proprio ciò che voglio.»
«Ma vallo a dire a tuo fratello!»
«Non parlo più con lui da tempo.»
Flavia scelse un abito rosso e, portandoselo dietro, si accomodò alla sedia per la fase trucco. Aveva un viso spigoloso. Le uniche linee tondeggianti erano le sopracciglia depilate. Flavia era bella come uomo e come donna. Corpo maschile e anima femminile e una voglia di apparire che le derivava direttamente da Lucifero.
«Non è venuto perché non poteva venire. È sposato. Lo sai qual è il nostro destino, Missy. Lo hai combattuto troppo a lungo. Sei così. Amen. Gli uomini non vogliono un rapporto stabile con noi a meno che non si tratti di scopate al cardiopalma. Ma anche dopo quelle, se ne tornano a casa a fare finta che nulla sia successo.»
Le fasi del trucco iniziarono e Flavia si concentrò sullo specchio dandogli un poco di sollievo. Laiza si aggiunse al loro fianco. Si entrava in quel camerino con le sembianze più o meno maschili e se ne usciva con una pelle da drago. Se ne stettero in silenzio. Non era piacevole discutere davanti alla troietta del padrone.
«Carina questa tua caricatura, Missy. Stasera cosa sei? Un indeciso?»
«Sono e sarò sempre l’unico che non si fa sbattere dal capo.»
Gli occhi di Laiza si incupirono. Anche Flavia aveva avuto il suo momento di gloria tra le gambe del farabutto. Ma mai si era lasciata irretire dal suo potere. Quando la loro storia era finita aveva detto un semplice: «Amen!»
Si lasciò guardare dagli occhi di Laiza. Non erano poi così diversi loro due. Innamorati di due uomini che avrebbero fatto a pezzi la loro anima. A lui era già successo. Per Laiza sarebbe presto arrivato il momento. «Che vi piaccia o no. È questa la mia divisa, questa sera.»
«Ti tireranno dietro i drink con tutto il bicchiere.»
«Saprò incassare, Laiza. Io vado» disse e uscì lasciandole nel camerino.
Non passò inosservato. Non lo faceva mai. Quella sera avrebbe fatto qualcosa di memorabile. Magari si sarebbe prenotato per uno spettacolo di sesso live. Non lo gradiva ma voleva martoriarsi fino a stordirsi, fino alla morte.
Non c’era Francesco. Non esisteva più Marco. Solo Missy tentava di sopravvivere nel modo che conosceva. Facendosi ammirare, desiderare, fottere.
«Marco.»
La voce lo colse di spalle. Chiuse gli occhi assaporando le note roche. Era in ritardo di molti giorni. «Non puoi chiamarmi così. Non qui.»
«Non mi importa. Non userò quel nome da puttana.»
Missi strinse tra le mani un boccolo. Se restava voltato non avrebbe incontrato i dolci occhi castani che l’avevano conquistato. «Il mio essere puttana ti piaceva da impazzire. Te lo ricordi?»
«Cazzo! Guardami, Marco.»
«Ho uno spettacolo, e poi un incontro con…»
«E quando mai non ne hai?»
«Sono una star.»
«Sei uno stronzo.»
«Vedo che non è cambiato nulla tra noi. Sei andato via insultandomi e sei ritornato con la stessa intenzione. Goditi lo spettacolo. Se vuoi, puoi unirti a me durante il sesso live.»
«Non ne facevi più. Me lo avevi promesso.»
«E tu mi avevi promesso di tornare.»
«Continuerai a non guardarmi, Marco?»
Missy si volse di scatto. I capelli della parrucca gli volarono attorno. Il fuoco della rabbia, della delusione e della vergona addosso.
«Oddio… sei bellissimo» gli disse Francesco. «Sei sempre stato stupendo.»
«Ma sono un uomo e questo è un limite.»
«Non capisci che non è ciò che mi blocca?»
«Non voglio più sapere. Hai fatto la tua scelta.»
«Ho bisogno di te, Marco.»
E io dei tuoi capelli chiari, dei tuoi dolci occhi castani, della tua bella fossetta sul mento. Del modo in cui mi mostri il mondo scopandomi alla pecorina, oppure viso a viso. Di come mi accarezzi le guance dopo che hai goduto. «Non posso aiutarti, Francesco.» Si volse per andare via. Non c’era futuro per loro. Non ce n’era mai stato. Gli aveva promesso di tornare e di provare insieme in modo diverso. Di sistemare le cose con la moglie e di diventare qualcosa di stabile e duraturo. Sesso scontato non ne voleva più. Non capiva neanche come aveva fatto a prendere in considerazione una simile illusione.

Portare a termine lo spettacolo gli era costato una fatica incredibile. Aveva steccato un acuto, inciampato sul filo del microfono e trattenuto il pianto per tutto il tempo. Ma mai una volta lo aveva cercato tra la gente. Non c’era più nulla da cercare.
Si trascinò fino alla fine della serata. L’idea di uno spettacolo di sesso live gli mise la nausea. Non ne aveva fatti da tanto tempo e non ne voleva fare più. Era stato solo un pensiero per punirsi. La nottata scivolava via. Anzi, era già scivolata via. Alle quattro del mattino aveva solo voglia di dormire. Con ancora gli abiti di scena e il trucco sulla faccia lasciò il Drag Moon. Si sarebbe tolto tutto appena giunto a casa. Oppure l’indomani. Forse tra una settimana. L’aria afosa lo inzuppò di sudore. Le solite luci natalizie rimaste a tempo indeterminato sull’albero al centro del parcheggio sembravano vive. I vetri delle auto erano coperti da uno strato di umidità. Raggiunse la sua macchina posteggiata in una zona riservata. Non c’erano gocce sul parabrezza. Qualcuno le aveva tolte. Per lui. Per agevolargli la guida.
Francesco lo aspettava appoggiato a un’auto.
Si chiese se fosse uscito da poco o se lo avesse atteso per ore.
«Marco, dammi una possibilità.»
«A quante siamo? Alla decima?» Marciò verso la sua auto e sbloccò la chiusura centralizzata.
«Fammi venire da te.»
Rise. Una risata strana. Non da donna. Non da uomo. Una risata da disperato. «A fare cosa?»
«L’amore.»
«E dopo? Correrai da lei?»
«No, ho una settimana di libertà. Io…»
Lo fissò perché voleva che le sue bugie gli facessero male. «Mi hai riempito di false speranze, Francesco. Mi dedichi una sola settimana quando mi avevi promesso di restare. L’hai lasciata? Le hai detto di noi?»
«Non ancora. Stiamo riflettendo su come impostare…»
«Come al solito.» Si avvicinò e lo spinse via. «Vattene, scopare con te non mi interessa.» Ma il dolore navigava libero. Francesco era stato per molto tempo il suo traguardo. Il suo sostegno. Il brivido della trasgressione non gli bastava più, voleva la solidità di un affetto nel tempo.
«Missy, ti prego.»
Lo guardò. L’aveva chiamato con il nome d’arte. Quello da drag queen. Poche volte lo aveva fatto, principalmente all’inizio del loro rapporto, prima che si stabilisse tra loro un legame più forte di quello sessuale. Si conoscevano da anni ma la loro storia si era arenata.
«Missy.»
No, accidenti. Non posso portarti ancora da me, dove lascerai il tuo odore e io finirò per cercarlo ogni giorno come un cane disperato. «Vieni per un po’, ma poi scompari per sempre dalla mia vita.» aveva ceduto. Fottuto che non era altro.
Aveva guidato cercando le luci dietro la sua auto. Spaventato e incazzato per come era crollato. Ammetterlo di nuovo in casa, nei suoi spazi personali era uno sbaglio. Ma quanti ne aveva fatti per lui?
Micia, la gatta randagia raccolta per strada, sterilizzata e diventata obesa, era acciambellata sul divano. Non alzò nemmeno gli occhi per guardarli. Francesco era un uomo conosciuto e accettato anche da lei. Il silenzio era l’unica certezza nell’appartamentino, fatto salvo per il ronzio del frigorifero e lo sciacquio delle bolle d’aria nell’acquario, dove i pesci tropicali non stavano fermi nemmeno di notte. Respirò l’aria del suo mondo. Qualche giornale di gossip sparso sul tavolino e una montagna di coriandoli di fazzolettini a terra, vicino al divano. Le sue lacrime e il suo muco per Francesco. I loro passi furono attutiti dal tappeto. Non aveva ancora il coraggio di voltarsi. Neanche ora che era al sicuro. Si tolse la borsa a tracolla, il vestito di scena ancora addosso, la parrucca bionda ancora in testa.
Poi le mani di Francesco furono sulle sue spalle. Assaporò quel momento. Il loro primo contatto dopo tanto tempo. Quasi tre mesi di nulla. Ma era solo un incontro qualunque. Lui era tornato per poi andarsene via. Mancate verità. Promesse da marinaio. Questo era Francesco. Se doveva essere sesso, che lo fosse allo stato brado.
Si volse e fu la sua rovina. Gli occhi dolci di Francesco dovevano appartenergli. Quella espressione disperata che aveva addosso doveva essere per lui. Doveva fare in modo che quella sera fosse indimenticabile per entrambi. Si accosciò senza mai lasciargli lo sguardo.
«Marco, prima parliamo.»
«Non ho nulla da dirti ma molto da farti.» Gli slacciò i pantaloni. Non sarebbe uscito da lì per un bel pezzo, si ripromise. Avrebbe inventato mille giochi, mille modi nuovi di amarlo. In fretta gli scostò pantaloni e slip. Lo prese in bocca come sapeva piacergli. Lo tenne al caldo con piccoli colpetti di lingua. Avrebbe voluto baciargli la bocca ma i baci erano per gli innamorati. Lo sentì rispondere, crescere, reagire. Si gloriò di quella sensazione. Percepì una carezza sulla testa, tra i capelli finti, e poi uno strappo improvviso che gli portò via la parrucca. Urlò sentendo il dolore spandersi dalla cute incollata alla plastica. Sapeva di avere i capelli appiattiti alla testa ma non gli importava. Mai Francesco gli aveva chiesto di togliersi la parrucca. La sua anima era nuda, non solo la sua testa. Il dolore si attenuò quando le dita di Francesco gli massaggiarono la fronte, il ciuffo, riavviandolo all’indietro. Erano ancora dolci i suoi occhi. I palmi scesero alle guance, passarono furiose sulla barba. Non si scostò quando lui si inumidì il palmo con la saliva e tornò a strofinare. Il risultato sarebbe stato disastroso. La cera e il glitter si sarebbero sparsi per tutto il viso rendendolo un pagliaccio. «Lascia fare a me. Mi strucco in un momento» gli disse volendolo accontentare. Se lo voleva scoperto del tutto, e non solo fisicamente, si sarebbe donato a lui.
«No, stai qui.» Francesco si riallacciò i pantaloni e Missy vide sparire all’interno l’erezione.
Se ne restò in ginocchio a chiedersi il perché di tutto ciò, mentre lui entrava in cucina. Cosa stava succedendo? In Francesco aveva scorto un accenno di rifiuto per come gli aveva staccato la parrucca, per come le mani lo avevano impastato fino quasi a togliergli uno strato di pelle.
Non ebbe la forza di alzarsi. Lo guardò mentre gli tornava davanti con uno strofinaccio in mano. Rabbrividì al contatto con la stoffa bagnata sapendo che il glitter non sarebbe andato via spandendosi dappertutto, e nemmeno sarebbe scomparsa la cera che aveva usato per incollare sopracciglia e barba. Ma lo lasciò fare. Si fece sfregare il viso. Quegli occhi dolci seguivano il percorso dello straccio: sul dorso del naso, sulla bocca, sulla mascella, sugli occhi, sulla fronte. Insisteva e per un po’ si chiese cosa gli stesse togliendo. Il trucco? La pelle? L’identità di drag queen? «Cosa mi stai facendo, Francesco? Sono sempre stato truccato. Mai mi hai detto di volermi vedere senza.»
«Lasciami fare.»
Chiuse gli occhi quando un dito gli passò sulla palpebra e sulla ciglia finta. Avrebbe provato dolore, lo sapeva. Missy lo accettava. Marco lo desiderava anche. Serrò l’occhio mentre lui le tirava via le setole artificiali. Trattenne il gemito di dolore. Lo guardò fisso. Si stava mettendo nelle sue mani, gli concedeva il pieno potere.
«Voglio vederti nudo. Non mi servono questi cosi» gli disse sfilandogli la rete che aveva usato come maglia per lo spettacolo. Respirò forte mentre si sottometteva ai suoi occhi. Di nuovo la pezza le passò addosso, sul collo, sui capezzoli. Strofinava, graffiava via il glitter, faceva male. Era senza fiato quando lui lo tirò in piedi. Solo in quel momento i loro occhi furono alla stessa altezza. Paritetici, sofferenti, speranzosi.
Fu Francesco a inginocchiarsi e a slacciargli i jeans aderenti, a farglieli scendere sulle gambe e a buttarli lontano. Gli slip contenitivi lo rendevano piatto. Si era abituato al dolore per la costrizione eppure il fastidio tornò con più forza sentendo le dita di lui scivolare sulla stoffa. Non si ribellò, non mosse un dito per agevolarlo. Francesco voleva togliergli la pelle di drago e lui glielo avrebbe permesso. Avere la sua testa all’altezza dell’inguine lo fece tremare. Avrebbe voluto fare l’amore con i suoi capelli chiari, con gli occhi dolci, con la fossetta sul mento. Scoparglieli, renderli succubi di un atto materiale e sporco, ma tanto dolce. Quando Francesco gli strappò il nastro adesivo con cui aveva tenuto schiacciati i testicoli urlò. Micia fuggì. Il dolore si intensificò propagandosi a tutto il corpo mentre le dita dell’uomo cercavano di sistemarli al loro posto naturale, e li massaggiava permettendo al sangue di tornare a far vivere parti del corpo che non accettava fino in fondo. Chiuse gli occhi mentre la sua punta dolorante e maltrattata entrava nella bocca di Francesco. Gli piacque starsene sulla sua lingua. Mai prima di allora lui gli aveva reso quel servizio. Tutti avevano preteso che fosse la drag a essere serva e schiava. E quel ruolo gli piaceva, ma Francesco stava pian piano rompendo i confini che delimitavano il suo essere drago. Tutto finì troppo in fretta. Venne spinto sul divano mentre l’odore di Micia gli colpiva le narici.
«Ti voglio in questo modo, senza travestimenti. Ti voglio nudo.»
Sapeva che non stava parlando solo di abiti e trucco, ma della sua anima era drag, esibizionista fino al limite. Ne aveva bisogno.
Il bacio che Francesco gli diede non aveva eguali. Non era mai stato baciato con una tale disperazione.
«Non volevo tornare da te, Marco. Era mia intenzione lasciarti perdere, ma non ce l’ho fatta.»
Si morse, lo morse, raccolse e succhiò la saliva che Francesco gli fece scendere in bocca.
«Non riesco ad accettare che tu vada anche con altri uomini. Non lo sopporto. Voglio che tu sia mio.»
Si tirarono fino a scambiarsi di posto. Sentiva le sue mani sulla schiena, sui glutei, sul fiore di carne del culo. Buttò la testa all’indietro dondolando il bacino sul suo. Sesso su sesso. Umido sui pantaloni che ancora Francesco indossava.
«Sono già tuo ma non puoi chiedermi di essere ciò che non sono. Ho già combattuto contro di me e ho perso. Mi sento molto più donna che uomo.»
«Fallo solo con me. Vestiti come vuoi e spogliati per me. Truccati solo per farti desiderare da me. Concedimi tutto, Marco, non solo Missy. Ma mai più spettacoli per altri uomini, mai più sesso live. Dammi un’altra possibilità e io ti concederò tutto me stesso, ma a queste condizioni.»
«Mi chiedi tanto.»
«Ti chiedo tutto.»
Missy lo baciò. Era ciò che poteva fare in quel momento. Era giunto di nuovo a un bivio. Ne aveva incontrati così tanti. A ogni svolta aveva perso qualcosa: le amicizie, la parentela, la stabilità, un pezzo dell’anima di Marco. Ma aveva anche guadagnato cose nuove: un nome d’arte, un’identità simil femminile, la consapevolezza di voler amare ed essere amato da un uomo. Da Francesco. La sua mente ora era piena di capelli chiari, dolci occhi castani, fossetta sul mento e parole d’amore. Gli slaccio i pantaloni e si alzò su di lui. Non aveva profilattici o gel lubrificante. Non gli importava, voleva un amore sofferto nel corpo e nella mente. Si sarebbe fatto bruciare le viscere ma sarebbe stato suo. Si scostò portando il viso all’altezza della sua punta gonfia. Raccolse in bocca quanta più saliva poté e poi gliela fece colare sopra. Si posizionò di nuovo e si spinse fino a che i muscoli contratti urlarono e poi si schiusero.
Era in quel momento che gli piaceva guardarlo. Francesco buttava la testa all’indietro, stringeva gli occhi come se insieme al piacere ci fosse un po’ di dolore, socchiudeva la bocca lasciando intravedere la lingua. Era in quel momento che lo amava. Lo cavalcò piano, libero da parrucche e con uno strato di creme luccicanti spalmato dappertutto. Aumentò il ritmo fino a che Francesco non gli prese l’asta iniziando a toccarlo. Solo allora si permise di allentare il controllo. Solo allora lo unse del suo succo.

«Incredibile. Qui sembro in tutto e per tutto una troia.»
Francesco rise. Erano rimasti a letto abbracciati, petto contro schiena, lombi contro pancia. Missy scorse le foto che lui aveva conservato sul proprio telefonino.
«Non sono foto da troia. Sono… scostumate.»
«Pensi che sia una cosa brutta?» Quando stavano insieme la loro differenza veniva a galla. Una differenza di istruzione e di opportunità.
«No, anzi. Mi piaci da morire. Mi sono quasi ucciso guardandola. Non riuscivo a smettere di toccarmi.»
Missy vide comparire sul display un fondoschiena tondo avvolto da uno slip di pizzo chiaro. Le spalle un po’ incurvate mentre la parrucca corta mostrava il collo. La molla rossa di un reggiseno sulla schiena. «È la meno erotica di tutte» disse osservandosi con attenzione.
«È la più realistica. Guarda che espressione hai.»
Era stata scattata di profilo mentre guardava in basso, c’era una tristezza strana sulla parte del viso visibile, perso in chissà quali pensieri. Non si era messo in posa quindi Francesco gliela aveva fatta di nascosto. «Non ci vedo nulla di diverso» mentì. «Sono sempre lo stesso.»
Si sentì stringere forte. Le braccia di Francesco erano dolorose attorno al corpo. Paradisiache. Quando erano entrambi nudi non si poteva fare finta di essere ciò che non si era. Il corpo di Missy gridava a gran voce il suo essere uomo ma la mente si ribellava. Si coprì meglio con il lenzuolo.
«No, non è vero. Quando ti dimentichi di essere Missy assumi quell’aria spaventata. Hai la stessa espressione anche quando facciamo l’amore.»
Strinse forte gli occhi sapendo che lui non doveva vedergli il volto. Si era dimenticato che tra loro doveva esserci solo una secca scopata. Tentò di scordarlo di nuovo stringendosi a Francesco che gli accarezzava il collo con la punta del naso.
«È da troppo tempo che sono Missy. Io non posso, e forse non voglio neanche, tornare indietro.»
«Non ti sei mai trasformato del tutto, mia crisalide.»
Il fiato sul collo gli faceva venire i brividi. Non si mosse per paura di perdere tutto. «Ne abbiamo parlato fino alla nausea. Sono così…»
«Mai una volta ti ho sentito usare per te un aggettivo femminile» lo interruppe Francesco.
«E cosa c’entra?»
«Pensaci, Marco. Non parli di te come se fossi una donna. Nella tua mente sei maschio e quindi non hai terminato la mutazione, non nella mente.»
Missy si districò dalle sue braccia. La rilassatezza sulle linee del viso di Francesco parlava di sesso soddisfacente. Il loro post amplesso era sempre stato dolce, a volte divertente.
«Sei un professore universitario e io un semplice esperto informatico. Siamo diversi. Tu vedi cose che io…»
«Sono Francesco e tu Marco. Io riesco a vedere solo questo.»
«Mi distruggerai. Stai facendo a pezzi Missy, e poi farai cadere anche Marco.» Guardarlo era così importante in quel momento che non si mosse per alcuni minuti. «Se fossi più donna mi vorresti di più» gli confessò mentre la voce tremava. Non una voce di uomo. Non una voce di donna. Una voce di bambino colpito a morte. Quando il palmo della mano di Francesco gli accarezzò la guancia sentì di potergli offrire il mondo. Tutto il suo mondo fatto di pezzi di Marco e di Missy. Ma lo avrebbe accettato?
«Voglio un Marco libero. Un Marco che non si vende. Un Marco che sia mio.» Francesco guardò lontano. «Quest’anno e stato tutto uno strazio, Marco.»
«A chi lo dici!»
Il sorriso di Francesco era adorabile. Stropicciato tra le lenzuola, con i capelli scompigliati e lo sguardo tranquillo. «Davvero?»
«Sì.»
Le palpebre di Francesco tremarono un po’. Sarebbe rimasto a guardarlo una vita intera. Ma si trovò sul suo torace, stritolato, mentre respirava sulla sua pelle con la bocca vicino a un capezzolo. Quando tra loro la passione si spegneva restava un sentimento dolce, altrettanto sconvolgente.
Non c’era risposta opportuna da dare. «Cosa penserebbero i tuoi studenti vedendoti a letto con una drag queen?»
Francesco si strinse nelle spalle. «Non sono loro i veri bigotti, ma gli altri docenti e il Rettore. Marco…»
Se possibile lo stava stringendo con ancora più forza. «Sto divorziando da lei e voglio te. Ma sei troppo lontano. Non posso continuare a vederti quattro volte l’anno. Non mi basta.»
«Vengo via con te» gli disse in un soffio di getto, La paura di un rifiuto. «Troverò un altro lavoro e un appartamentino. Potremmo stare insieme quando…»
«Con me. Se ti sposti sarà solo per venire a stare con me. Ma se decidi è solo per essere Marco. In privato potrai fare ciò che vuoi. Ti vestirai e ti truccherai solo per me.»
«Ci massacreranno. L’hai appena detto. I tuoi colleghi e il Rettore ti manderanno via.»
«Sì, è probabile.» Francesco gli solleticò la nuca. I brividi correvano sulla pelle. Sapeva di non essere mai stato così giusto come in quel momento tra le braccia di un uomo. «Ma solo tu hai il potere di farmi male. Ho provato a scordarti. Ero deciso a non venire da te. Questi tre mesi sono stati così inutili. Lasciami provare ancora, Marco.»
«Saremo una coppia?»
«Lo siamo già.»
Erano un marinaio e un drago. Due esseri che si facevano del male e che si cercavano, nonostante il mondo continuasse a girare per conto proprio.
«Ci proveremo davvero?» gli chiese.
Erano mani e braccia intrecciate, cuori pulsanti, speranze annodate.
«Proviamo. Io non posso farne a meno. Sono tuo anche se sono lontano. Ma sono morto se non posso toccarti.»
Missy seppe di avere conquistato gli occhi dolci, i capelli chiari e la fossetta sul mento di Francesco. Ma era Marco ad avere l’intero pacchetto, cuore compreso.

FINE


CHI E' L'AUTRICE

EMILIANA DE VICO (1973) vive in un paesino nell’entroterra abruzzese, insieme al marito e ai due figli. Laureata in scienze sociali, lavora presso i Servizi Sociali di zona. Appassionata di romance, approccia questo filone dall’adolescenza. Alcuni suoi racconti sono contenuti in antologie della Delos Books a cura di Franco Forte (365 Storie d’amoreSpeciale SFIl Magazzino dei Mondi 2).Vincitrice della terza edizione di “La vie en rose” 2012 con Indaco. Il racconto Rose sui tratturi è stato segnalato dalla giuria del Premio Romance 2013 indetto da Mondadori. Ha scritto diversi racconti per la collana Senza Sfumature di Delos Digital e per Sperling Privè e ha partecipato ad alcune rassegne su questo blog.


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7 commenti:

  1. Sarah Bernardinello01/11/16, 23:37

    Stupendo!

    RispondiElimina
  2. Crudele questa forzatura sulla sua identità, un po possessiva, un po' per presunzione. Lo costringe a mettere una maschera per le apparenze, laddove lui se ne era appena liberato (o forse messa una nuova... ma chissà che coraggio aveva richiesto questo passaggio). Che ne sa Francesco del suo tormento interiore? Che ne sa del genere con cui si chiama nei suoi pensieri?
    Complimenti per il tema difficilissimo, nel cui dilemma ci hai fatto entrare senza giudizi e senza risposte.
    E molto dolce, pure.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Aina. E sì, sembra che io non conosca storie facili. Il mio lieto fine non sempre aggiusta tutto.
      Emiliana

      Elimina
  3. La storia è scritta bene, ma il personaggio di Francesco non mi è piaciuto. Ho sperato che Marco lo mandasse a quel paese fino alla fine. "Voglio un Marco libero" "Un Marco che sia mio" mette in luce la contraddizione di Francesco, lui non vuole un Marco libero, ma uno che si conformi alla sua idea di Marco. Non mi sembra vero amore. Insopportabile poi il modo in cui pensa di poter capire meglio del diretto interessato il modo in cui si identifica. Un finale diverso l'avrei apprezzao di più.

    RispondiElimina

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