Summer in Love 2017 : "LA LUNA DI PERSIA" di Rosa Forte



Ecbàtana, residenza estiva degli Achemenidi, Persia,
nel mese di Shahriva'r (479 a.C., 23 agosto)

Il vino traboccava dalle brocche incessantemente, coppe d'oro e d'argento dalle diverse forme scintillavano come stelle nelle mani dei commensali alla luce di mille fiaccole disposte in anelli d'argento. Lungo le colonne di marmo bianco drappi di bisso erano scossi da una brezza che contrastava deliziosamente il caldo opprimente di quella notte. Stoffe vermiglie e di pregiata fattura innalzavano un canto suadente ondeggiando sinuosamente. L'euforia di chi era sazio di vizi nonché di cibo era racchiusa nel vibrante frastuono di voci maschili che in modo sgraziato si raccontavano storielle oscene, fantasie delle più torbide mentre i suonatori di tar, un liuto a manico lungo a cinque corde, rendevano le loro risate meno sguaiate.
Serse, il gran re, osservava con orgoglio l'ebbrezza in cui erano caduti gran parte dei suoi nobili commensali, i più golosi stavano ancora leccando le dita dal succo d'uva e melograno. Dal suo posto, una nicchia di divani d'oro e cuscini variopinti, riluceva di sembianze divine. La tunica nera era intessuta d'oro e riluceva quasi quanto la pesante collana che il sovrano portava al collo: otto pendenti rotondi incrostati di schegge di diamanti. Sul petto, secondo la moda egizia, scintillava un pettorale d'oro a maglie piatte e perle nere. La pelle ambrata resa luminosa da massaggi con olio di mirra e argan era ricoperta da un leggero strato di sudore che sembrava oro liquido. Sul capo, brillava la corona reale, una tiara d'oro impreziosita di pietre d'onice nera.
«Guarda, mio fedele Memucàn. La sconfitta sul campo di Platea non è più che un vago ricordo per questi uomini» la sua voce era ebbra di fierezza.
Memucàn, uno dei sette prìncipi a cui era dato guardare il volto del re e di stare in sua presenza, rivolse al sovrano uno sguardo pietoso che nascose in fretta. Il suo cuore poteva certamente sbagliare ma sul suo onore poteva giurare che il re dentro di sé stava ribollendo di collera. Quel banchetto non era che un modo per dimostrare a se stesso la sua gloria. Il Re dei Re che peso poteva mai dare a una sconfitta in guerra; una sconfitta oggi avrebbe arrecato un'immensa vittoria domani.
Come quella che gli aveva riportato Arshia sul fronte di Samarcanda. Un intero popolo messo in catene e una famiglia reale sterminata.
Memucàn era un uomo saggio, uno che sceglieva con cura le parole da non pronunciare. «Nella mia vita non ho mai partecipato a un banchetto tanto sfarzoso. Il migliore che abbiate mai offerto, mio signore.»
Arshia allontanò dalle labbra la sua coppa di vino.
La corte persiana era un infido covo di vipere bevitrici del loro stesso veleno.
Il re gli rivolse un cenno da lontano e Arshia capovolse la sua coppa vuota prima di poggiarla sul basso tavolo. Era il segnale convenuto.
Non vi erano espressioni sospette fra i commensali presenti.
Il re parve rilassarsi tuttavia Arshia si allontanò dalla sua postazione, prediligendone un'altra con un'angolatura migliore. Non era il comportamento degno di un soldato abbassare la guardia.
I volti che lo circondavano non lasciavano trapelare nient'altro che non fosse dell'euforia.
Era un compito decisamente arduo intuire chi sarebbe stato il prossimo a indossare la maschera del tradimento.
*
Gli immensi corridoi del palazzo reale erano immersi in una penombra argentata, le mura di pietra alabastrina rilucevano sotto i teneri raggi di una luna languida.
L'aria era pervasa dall'odore agrodolce di pasta di mandorle e olio di sesamo nero oltre che da un caldo oppressivo. Il vento aveva messo a tacere la sua voce.
Una figura si scostò dall'oscurità facendo oscillare le palme contenute in un vaso basso e panciuto, una sagoma scura si allungò sul pavimento del cortile interno delimitato da un porticato di colonne.
Addormentarsi, quella notte, era impossibile. Setareh inspirò, la pelle velata da uno strato di sudore.
L'oscurità favorevole ai sicari se ne stava in agguato negli angoli del palazzo. Proteggeva chiunque con le sue spire tranne coloro a cui era destinato un esito fatale.
Una mano si richiuse sull'elsa di una kopis, una lunga spada curva.
Improvvisamente, un lampo argenteo squarciò la notte in due metà perfette.
Setareh indietreggiò e inciampò nelle sue stesse vesti e prima che potesse anche solo inspirare sentì la punta gelida di una daga sotto il mento.
Un urlo soffocato, quasi un singulto parve sollevarsi nel silenzio. Le mani aperte sul pavimento in pietra, le braccia tese e il mento all'insù Setareh incontrò lo sguardo di un soldato.
Degli occhi dorati emersero dall'oscurità, lunghi capelli neri frustarono le guance ricoperte di patina bruna. Sulle labbra di Arshia una sentenza di morte si tramutò in un ringhio che gli scoprì i denti come una tigre pronta all'attacco. La figlia adottiva di Memucàn, la principessa sacra.
Allontanò la spada espirando con forza, le nocche impallidirono sull'elsa. «Memucàn non ti ha mai detto che non puoi girare per il palazzo nel bel mezzo della notte?» ruggì.
In petto, ribollì il desiderio sordo di afferrare un delicato polso di quell'incosciente e scuoterla fino a farle mettere un po' di buonsenso in testa. Ma non poteva farlo.
Le mani di coloro che stroncano vite non possono toccare ciò che è sacro.
Il cuore le batteva forte come impazzito, lo spavento le impallidiva ancora la pelle tuttavia Setareh annuì con decisione. Il respiro corto non le dava alcun sollievo.
Contrariato, Arshia si piegò su di lei rimettendola in piedi. «E allora perché sei qui?» le chiese quasi sul volto, il suo alito le solleticò un angolo delle labbra.
Setareh avvertì un groppo in gola a causa della durezza nella sua voce. Battè le palpebre ma non prima che lui vi scorgesse delle lacrime.
Arshia si irrigidì. «Non temere. Non voglio farti alcun male.» I suoi occhi dorati la fissarono intensamente intanto che rinfoderava la spada come per rassicurarla. «Non devi aver paura di me.»
Era una verità nota a molti che l'acciaio delle spade persiane fosse come acqua ardente al contatto con la pelle, rilasciava una lacerazione che rasentava il piacere.
La stessa sensazione che Setareh sentiva intorno al cuore.
Arshia si allontanò da lei congedandosi con un cenno del capo. Prese posto su uno scalino di pietra e rimase turbato quando la vide ancora lì, immobile.
Setareh indossava una lunga tunica blu arricchita di ricami argentei, un argento molto simile al colore dei suoi occhi. Arshia aveva conosciuto ben poche donne con gli occhi grigi, forse era privilegio di poche possedere gli occhi del colore delle stelle.
Forse anche per questo le avevano dato il nome di Setareh, stella.
Gli occhi di Arshia furono attraversati da un bagliore. Il volto di Setareh era di un ovale perfetto, il naso dritto e sottile, la bocca piccola e rosea. Una lunga cascata di capelli scuri le sfiorava la vita sottile. Dovevano essere ribelli ad ogni tipo di acconciatura.
Lentamente, la vide avvicinarsi e come aveva visto fare ad alcuni Arshia gli porse il palmo della mano destra. Un sorriso triste piegò le labbra di Setareh mentre i suoi occhi scrutarono il palmo che le veniva offerto come se cercasse qualcosa fra le pieghe della pelle.
Un levigato polpastrello iniziò a tracciare sulla pelle del guerriero la sua giustificazione.
Il caldo le rendeva impossibile riconciliarsi con il sonno.
«E le stanze reali annoiano i tuoi sensi?» chiese Arshia, sprezzante.
Setareh piegò lo sguardo mortificata e scosse la testa.
Quella fanciulla era velata di mistero. Il suo silenzio, le sue parole tracciate solo sulle mani di coloro che riteneva degni di una “conversazione”. Setareh era sacra, quasi una dea fra i mortali.
Per ordine dello stesso re nessun uomo le si poteva accostare. Lei, era la stella più bella ai piedi del trono di Serse. Una stella intoccabile.
Una ruga si fece spazio fra le sue sopracciglia. «Torna nella tua stanza, Setareh» le ordinò brusco alzandosi dal suo posto.
La spada gli sbattè contro un fianco mentre i pantaloni di cuoio sembravano essersi ristretti. I lunghi muscoli della schiena nuda si fletterono quando si sistemò meglio la spada alla sua destra. Con ampie falcate, avanzò verso un corridoio e presto l'oscurità lo inghiottì.
Setareh lo guardò andare via, la voglia di richiamarlo a bruciargli in gola.
Non lasciarti ingannare da loro! I persiani sono nostri nemici!
Una voce aspra e madida di veleno squarciò il torpore in cui era ricaduta. Rivenne nella realtà con un sussulto e una miriade di brividi gelidi che le corsero lungo le braccia.
Non doveva allontanare i suoi pensieri dal suo vero e unico obiettivo, si ammonì.
Non doveva dimenticare chi era e i panni che indossava.
Farlo, equivaleva a compromettere la sua vita. Il suo sguardo venne catturato da una strisciolina di cuoio, l'altra metà che permetteva a un laccio di legare una spada alla cintura lungo i fianchi.
Arshia. La sua pelle saggiò il cuoio e, istintivamente, Setareh si chiese quanto potesse essere doloroso compromettere il cuore in quella battaglia che combatteva in segreto.
Solo dopo diverso tempo, nel silenzio della sua stanza, al riparo da ogni sorta di udito indiscreto diede modo alla sua voce di pronunciare un nome a lei caro.
*
Era consuetudine di Setareh recarsi almeno una volta al mese nella città di Shiraz a rilasciare la sua benevolenza ai più poveri. Negli ultimi periodi, quella terra era diventata territorio di scorribande e covo di briganti. Memucàn aveva cercato di esagerare nelle sue descrizioni sanguinose credendo di far desistere Setareh dal suo intento invece riuscì solo a scuotere maggiormente la sua pietà. Una terra messa in ginocchio da tanti delitti necessitava assolutamente di un aiuto.
Setareh era decisa a recarvisi immediatamente. Perlomeno, le parole dell'anziano principe ebbero un altro effetto sul cuore del re. Serse concesse un seguito di dieci guardie capitanate da Arshia per scortare la sua sacra stella. Era un viaggio che avrebbe richiesto almeno otto giorni di cammino e mentre la lettiga dondolava dietro le sue spalle, Arshia spronò il cavallo.
La calura dell'estate li costrinse a fermarsi quasi a ogni sorgente d'acqua gli capitasse sul sentiero, i cavalli diverse volte pigiarono il suolo nervosamente. Setareh molte volte incontrò lo sguardo di Arshia mentre si dissetavano ma nessuno dei due mantenne lo sguardo per più di un minuto.
Il cuore di Setareh sembrava riempire lo spazio della lettiga. Non era in ansia perché presto avrebbe rincontrato la cara vecchina Sammuramat che tanto le era cara. Il suo cuore si agitava per una verità che non doveva essere scoperta. Nascosta dietro il pannello intarsiato di una delicata porta aveva aspettato con tremore il momento in cui Memucàn avrebbe detto ad Arshia di lasciarla priva della sua presenza una volta condotta a casa della vecchia Sammuramat. La povera donna possedeva delle piaghe purulente che necessitavano di cure e attenzioni che poteva darle solo Setareh. Quando la notte si frappose fra loro e la strada ancora da fare, Arshia e i suoi uomini allestirono un angoletto con tappetti, cuscini e un piccolo fuoco che avrebbe mantenuto lontano ogni sorta di bestiola.
Setareh si poggiò contro la corteccia di una palma spingendo lo sguardo verso Shiraz.
 Avrebbe tanto voluto essere già a destinazione, ogni minuto lontano da Shiraz era un urlo sofferente di qualcun altro che lei non poteva aiutare.
«Non dovresti allontanarti.»
Setareh si voltò di scatto. Arshia emerse da dietro una palma, armato pesantemente. Non lo aveva sentito arrivare e intanto che calmava il suo cuore gli rivolse un timido sorriso.
«Memucàn non ha affatto esagerato sulla barbarie dei predoni. Sebbene non abbiamo oro a sufficienza per allettarli saranno ben contenti di offrire una tale merce al mercato degli schiavi.» la punta di un dito di Arshia si alzò a sfiorarle il mento.
Uno spasmo increspò le labbra di Setareh come se un suono dovesse traboccare da lei.
Arshia sollevò il palmo della mano. Setareh lo osservò per un lungo istante e quando Arshia ebbe la certezza che gli avrebbe comunicato qualcosa, Setareh scosse il capo e andò via.
*
Arshia di Susa era un nemico. Una mano di Setareh si aggrappò a un tronco argenteo d'acacia.
Le lacrime a pungerle gli occhi. Non aveva mai provato un sentimento tanto contrastante dentro di lei. Odiava Arshia per aver ucciso il suo popolo, la gente di Samarcanda. La sua famiglia!
Eppure, desiderava perdersi nei suoi occhi di tigre.
Da lontano, un ululato di qualche bestiola echeggiò infrangendo il silenzio intorno a lei.
Un richiamo al dovere.
Una lacrima le rigò una guancia, un singulto le echeggiò in gola.
Il suo popolo sarebbe stato rivendicato.
Avrebbe seguito il piano che si era imposta, fino alla fine. E poco contava se anche il suo cuore doveva perdersi nel tumulto della battaglia.
*
Una spada stava per colpire Arshia alle spalle.
Setareh vide davanti i suoi occhi la sua vendetta realizzarsi. Una fitta le dilaniò lo stomaco e non era data dal desiderio di infliggere con le sue stesse mani quella vendetta. Era puro terrore.
La voce le ribollì in gola ma si liquefece quando raggiunse la lingua, diventando veleno.
Arshia le si riflesse negli occhi e incontrando il suo sguardo vide nelle iridi offuscate dalla paura una lama alzata sopra la sua testa. Repentinamente, Arshia si voltò trapassando il petto del predone con un movimento brusco e violento. L'ultimo battito del cuore dell'uomo vibrò sull'elsa di Neshat. Gli occhi spalancati a  rilucere di stupore per una morte che gli si era rivoltata contro.
Setareh era come smarrita, guardava la scena pietrificata. Non aveva mai assistito alla morte di un uomo. E certamente era uno spettacolo a cui non avrebbe mai voluto presenziare.
Tutto quel sangue che sgorgava, il desiderio di privare l'avversario della vita, la ferocia a deturpare i lineamenti del volto.
Arshia non le era mai parso minaccioso come in quel momento. Il suo volto brillava di una luce vittoriosa. I suoi occhi, ferini come il ghigno sulle labbra.
Qualcuno le aveva detto che Arshia in realtà era un figlio illegittimo di re Serse, uno dei tanti che teneva relegati a Efeso sotto la guida di Artemisia di Alicarnasso. Setareh socchiuse gli occhi.
Aveva sempre dubitato di quelle parole e in quel momento che vide quanto era spietato nel combattere non potè che essere certa del legame di sangue con il crudele re persiano che la reputava un gingillo della sua corona. Strinse le mani in pugni, le unghie a conficcarsi nei palmi.
L'avrebbe ucciso con la stessa ferocia.
E quasi udendo il suo pensiero, Arshia si voltò a guardarla. Un lento sorriso gli piegò le labbra quasi accettando il suo invito. «Il riflesso dei tuoi occhi mi ha salvato la vita.»
Arshia le si avvicinò sollevandole il mento con un dito. «Come veri frammenti di luna.» sussurrò frugando fra le sue iridi con uno sguardo che le fece liquefare il sangue.«Aysan, colei che è come la luna.» pronunciò con un tono di voce solenne. «Da questo momento, il tuo nome sarà Aysan per me. Non dimenticherò mai che un giorno mi salvasti la vita.»
*
Sammuramat l'aspettava china, sulla soglia della sua porta. Il volto scuro e avvizzito fu illuminato da un bagliore quando la vide. Arshia la guardò da lontano, seguendo gli ordini ricevuti.
Setareh indossava una tunica argentea aperta dai lati su pantaloni larghi che andavano a stringersi sempre di più in corrispondenza delle caviglie. Dei minuscoli zaffiri scintillavano lungo l'orlo delle maniche e dei pantaloni. I capelli lasciati liberi sulle spalle, un finissimo ruband a coprirle metà del volto. Era bella da levare il fiato. Fin troppo bella per andare a curare delle piaghe purulente.
Arshia si acquattò nella penombra offerta da un folto albero d'argan.
I suoi uomini sparsi lungo le strade di Shiraz, nessuno di loro avrebbe perso di vista anche solo per un istante la bella Aysan.
*
Setareh nascosta da un pesante mantello corse lungo la stradina secondaria che portava alle carceri di Shiraz. La vecchia e cara Sammuramat non le negava mai di usare il sotterraneo che da casa sua conduceva alla parte più antica della città. Resti di antiche dimore in pietra si ergevano fra la sabbia cocente, da lontano giungevano gli schiamazzi delle taverne poste ai margini del sentiero.
Ad ogni passo il cuore le si alleggeriva. Era trascorso solo un mese ma a lei parevano anni. E come ogni volta l'euforia era sempre maggiore.
*
Setareh non si era mai interrogata riguardo al dolore che provocava una pugnalata al cuore. Tuttavia, era certa che non doveva essere molto diverso da quello che avvertiva in quel momento.
«Tu non sei Shereen. Non sei mia sorella.» la voce di Dara era affilata da sferzare l'aria.«Indossi anche i loro abiti. Ti hanno ridotta a una lurida persiana. Non mi sorprenderei se scoprissi che sei anche la loro puttana.»
Shereen frenò le lacrime richiamando l'antico contegno regale che le avevano strappato.«Il mio abbigliamento è solo la prova che ti porto per dimostrarti quanto loro si fidino di me. Non hanno alcun dubbio riguardo alla faccenda che io sia Setareh Safarian, la nipote del principe Memucàn. Nessuno sospetta della stella di Serse. Lui stesso non immagina che sono la figlia del suo tanto odiato nemico, Iskander, re di Samarcanda. L'uomo che ha fatto uccidere nel più brutale dei modi!»
«E il suo bastardo?» chiese Dara stringendo fra le mani le sbarre di ferro, gli occhi color caramello la scrutarono con avidità. «Cosa mi racconti di lui?»
Shereen non ne ebbe la certezza ma sentì di essere impallidita vergognosamente. Mille pensieri si ingarbugliarono fra loro, districarli era impossibile. Le parole a puntellarle la lingua ma nessuna sembrava quella giusta da proferire.
Una risata trionfante la fece sussultare. «E brava la mia sorellina. Con un silenzio così meraviglioso e perfetto raggireresti perfino me.»
Dara si passò una mano fra i capelli sporchi e scomposti. «Non diffidano di te eppure non sei riuscita a inoltrarti nelle stanze reali.» guardò gli occhi della sorella intensamente. «Uno solo. Un solo colpo nel bel mezzo del cuore e la morte di Serse ripagherà il sangue di nostro padre che grida dal suolo. E quando io riuscirò a fuggire di qui, mi occuperò personalmente del suo bastardo!»
Shereen sentì la gola bruciare improvvisamente tuttavia annuì.
«Sei riuscita a riprendere Neshat, la spada di nostro padre? Dov'è che la tiene nascosta quella specie di uomo effeminato?»
Shereen aprì la bocca ma non furono le sue parole quelle che squarciarono l'oscurità del tradimento fra le luride mura delle carceri di Shiraz.
«Pende al fianco del bastardo che ha scuoiato vivo tuo padre.»
Arshia emerse dalla penombra, Neshat splendette al chiaro di un raggio di luna che penetrò da una fessura. Gli occhi puntati su Dara e la spada su Shereen avanzò con una lentezza che fece ruggire il sangue nelle vene di Dara.
«Allontana quella spada da mia sorella, cane!» urlò Dara scuotendo il metallo che cigolava ma non desisteva sotto i suoi innumerevoli strattoni.
«Allontanarla?» chiese Arshia rivolgendo finalmente il suo sguardo su Shereen, un ruggito selvaggio per le sue orecchie da traditrice. «La piccola luna ha finalmente mostrato l'altra metà del suo volto. Prova pure del compiacimento per la voce e la figura di tua sorella, principe Dara. Non avrai modo di udirla e rivederla ancora.»
Una notte non molto lontana da quella Arshia le aveva detto di non aver paura di lui, che mai le avrebbe fatto del male. Ma in quel momento Shereen era cosciente che non avrebbe mai mantenuto quella promessa.
*
«Setareh,ehm... La prigioniera desidera parlarti, capitano.»
Arshia rivolse all'uomo uno sguardo che l'avrebbe incenerito se le fiamme delle sue pupille potessero raggiungerlo. Strinse forte il calice da cui stava bevendo del vino di palma prima di poggiarlo con estrema delicatezza su un basso tavolo. Per qualche strana ragione aveva deciso di accamparsi nei pressi di Shiraz per almeno due giorni.
La tenda di panno turchino e vermiglio gli sembrava una gabbia. I tappetti furono oggetto della sua attenzione mentre sentì dei passi avvicinarsi.
Shereen avanzò cauta ma non per timore di morire. L'unica cosa che temeva in quel momento era il suo sguardo, il suo giudizio. La posa rigida delle spalle comunicava disinteresse, le mani strette in pugni rendevano le nocche gelide. Lei che era maestra del silenzio soffrì terribilmente nel riceverlo.
Un tremore le piegò le labbra, le ciglia si imperlarono di lacrime, lo sguardo basso sulle scarpette che divennero poco nitide. Non le importava cosa ne sarebbe stato di lei quando Arshia l'avrebbe ricondotta ai piedi del re Serse con l'accusa di essere una traditrice, la figlia di Iskander di Samarcanda. Era impossibile temere qualcosa in quel momento che il suo cuore stava sanguinando terribilmente. In quella battaglia in cui aveva combattuto da sola ne usciva ferita e distrutta, un esito che non poteva essere differente.
«Non confido, nella circostanza in cui ci ritroviamo, che ascolterai le mie parole giudicandole veritiere. Ma...» un nodo le strinse la gola e dovette deglutire con forza. «...non avrei mai sollevato un'arma contro di te. Ne contro nessun altro. Dara ha pienamente ragione. Io non sono più Shereen di Samarcanda che un fortuito giorno incontrò la carovana della sorella di Memucàn e si riscoprì identica a sua nipote Setareh.»
Mentre parlava, Shereen rivisse quel giorno.
Il momento in cui, sofferente per le ferite ricevute da un predone, la sorella di Memucàn la invitò a fingersi la sua stessa figlia uccisa pochi istanti prima. Memucàn aveva bisogno di qualcuno che si prendesse cura di lui e per Shereen di Samarcanda era un dono venuto dal cielo quel fortuito modo di inoltrarsi alla corte di Serse sotto le mentite ma veritiere spoglie di Setareh Safarian..
«E chi sei?» chiese Arshia avvicinandosi repentinamente. Indossava solo un pantalone di stoffa candida, una lunga sciarpa drappeggiata sul torace. Gli occhi ardenti come braci.
Si odiò ammettendo che gli sarebbe mancato quel suo modo di comunicare. Lo faceva impazzire il modo in cui Aysan scrutava gli occhi del suo interlocutore l'attimo dopo aver tracciato con l'indice le sue risposte quasi cercando dell'approvazione. Che approvazione poteva mai chiedere la luna?
«Sono solo una donna.» rispose Shereen in un sibilo.
Le mani di Arshia si chiusero sui lati del suo volto, imprigionandolo per avvicinarlo al suo. «E cosa vuoi da me, donna?» chiese con il fiato corto, le viscere contratte.
Shereen inspirò, una lacrima su una guancia.«Che possa placarsi l'ira del cuore del mio signore.»
Un gemito roco e le labbra di Arshia si poggiarono sulla sua bocca. Un bacio non poteva essere più famelico e agognato di quello. Le mani di Shereen si chiusero sul leggero velo che attraversava il torace di Arshia quasi aggrappandosi a lui. La sciarpa cadde a terra con un leggero fruscìo, le mani di Arshia si richiusero sui polsi di Shereen portandoli dietro il suo collo prima di sollevarla da terra. Le mani di Shereen si inoltrarono nei lunghi capelli di lui, le bocche unite in un bacio che non possedeva nulla di casto.
Il cuore poteva mai sfuggirle dal petto?
Shereen se lo chiese molte volte quella notte mentre Arshia l'amò.
Che fosse al riparo delle stelle o delle dune del deserto, non vi era alcun tipo di odio, rancore o delitto che non potesse inchinarsi di fronte all'amore.

FINE


CHI E' L'AUTRICE

Rosa Forte vive in un paesino sovrastato da un delizioso feudo medievale di cui da piccola credeva di essere la principessa. Sognatrice appassionata di libri, sin da bambina non ha mai vissuto un solo attimo di realtà, confinandosi sempre in mondi e trame oniriche per assaporare le vite e le avventure di tanti personaggi. L'amore per la narrativa è sbocciato nel suo cuore leggendo, per un compito scolastico, il romanzo Piccole Donne di Louisa M. Alcott. Da quel momento non ha mai più smesso di leggere e ha così iniziato a trasportare i mondi fantastici su quaderni che custodisce gelosamente. Nell'antologia Profumi di Storia e d'Estate è presente il suo racconto "Il profumo delle notti sul Nilo" e nell'antologia Profumi di Storia e d'Amore, "Il sussurro di un cuore asservito". 
Rosa ama la sua famiglia, le amiche ed è alla continua ricerca di libri in grado di toccarle il cuore e farla sognare, nell'attesa di dar vita a un romanzo tutto suo. Predilige i romanzi storici, le leggende, le opere di Jane Austen e Brenda Joyce e tutti i libri che mirano ad insegnare il valore del vero amore.

*****
VI E' PIACIUTO "LA LUNA DI PERSIA"? LASCIATE I VOSTRI COMMENTI E DITECI COSA NE PENSATE. A FINE RASSEGNA SARANNO ESTRATTI LIBRI IN REGALO FRA CHI AVRA' COMMENTATO I RACCONTI. 



APPUNTAMENTO AL PROSSIMO RACCONTO...VI ASPETTIAMO!


10 commenti:

  1. Questo racconto mi ha proprio stregata! Una storia che mi piacerebbe leggere in un romanzo. Mary

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    1. Ciao Mary, sei gentilissima, grazie. Riguardo al romanzo, potrebbe essere un "progetto" in corso...=D

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  2. Un racconto che ci porta in una terra e in un tempo che ci fa ancora credere nelle favole: complimenti all'autrice!

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  3. Un racconto magico come magici sono quei luoghi e quelle atmosfere da mille e una notte. Peccato per la brevità. Avrei preferito leggere di più delle dinamiche sensuali e sentimentali dei due protagonisti. I miei complimenti all'autrice.

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  4. Bellissimo. Arrivata alla fine bramosa di conoscere cosa potrebbe accadere alla Stella di Serse e al figlio illegittimo del re.
    Un modo di scrivere delicato, raffinato, coinvolgente. Man mano si procede nella lettura, sembra di essere accanto ai personaggi, di vivere con loro, di camminare accanto a loro, di assistere alla passione che travolge i protagonisti in un mondo crudele e violento.

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  5. Brava, brava, brava. Trasportata in terre e tempi lontani, ho dimenticato il presente. Trama appassionante. Scrittura impeccabile. Ambientazione vivida. Complimenti!

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  6. Ciao Helena, grazie mille per le belle parole. =)

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