I RACCONTI DI ROSSO FUOCO: 'LA REGINA DI GHIACCIO' di Georgette Grig

*Attenzione! La lettura di questo racconto è consigliata ad un pubblico adulto.*



5 ottobre.

“Sei invitata a un cocktail party da amici scrittori,” le aveva detto la sua nuova collega Jenny. “Ci sarà un sacco di bella gente, tutta dell’ambiente, soprattutto maschi single e disponibili,” aveva aggiunto come se le prospettasse il paradiso. “Devi per forza venire.”
Come se a lei potesse importare qualcosa: alla sua età, trentacinque suonati, di maschi disponibili, nel senso di non sposati o ingarbugliati in una relazione, non se ne trovano più. Si trovano uomini pronti a tradire mogli e fidanzate e a farsi una sveltina nel ripostiglio della padrona di casa o sul pianerottolo. Per quanto non avesse niente contro le sveltine, quel tipo di materiale umano non faceva per lei e poi, inutile illudersi, non sarebbe riuscita a incrociare le gambe intorno ai fianchi di uno sconosciuto neppure se fosse stato il fratello gemello di George Clooney.

Ondeggiando su un paio di scarpe rosse dai tacchi tanto alti da darle le vertigini (un’altra idea della sposatissima Jenny), Madeline si dirige verso la terrazza con in mano il suo terzo margarita. O forse è il quarto? Non che sia solita bere, ma quello, in fondo, è un cocktail party, tanto vale darci dentro. Inala con voluttà l’aria ancora tiepida di inizio ottobre e con il vestito nero – da cocktail, naturalmente – che le ondeggia intorno alle gambe si dirige verso una chaise longue nascosta in una rientranza del terrazzo. Foglie di palma la isolano dal resto del mondo.

Se avesse notato quel nascondiglio prima, ci si sarebbe piazzata subito e avrebbe evitato tante inutili chiacchere e troppi sguardi curiosi.

Madeline chiude gli occhi, beve un sorso e le sue labbra si piegano in un sorriso. Quel margarita è fantastico! Le va giù come ambrosia. Quasi quasi abbandona per un attimo la sua trincea e si alza per prenderne un altro. Meglio di no, domani deve lavorare.

Madeline lavora da poco come editor in una prestigiosa casa editrice e certo non è il caso che arrivi in ufficio malferma sulle gambe e puzzolente di alcool. Magari con una fettina di lime che le penzola dalla bocca. No. Ha lavorato sodo per ottenere quel posto, Madeline, e per nulla al mondo, men che meno per un altro delizioso margarita ghiacciato, se lo sarebbe giocato.

Il vento le accarezza le gambe infilandosi sotto la gonna, regalandole un inatteso brivido di piacere. Chiude gli occhi e rovescia il capo, preda di una fantasia eccitata dall’alcool. Immagina che a sfiorarla sia la bocca di un uomo. Un uomo forte, possessivo ed esperto, capace di farle perdere la ragione. Di farla urlare di piacere. Come da troppo tempo non le capita. Colpa sua, naturalmente, della Regina di Ghiaccio, come l’aveva chiamata l’ultimo stronzo che ci aveva provato con lei.

Non era sempre stata così, algida e distaccata, un’ammosciacazzi, come l’aveva chiamata lo stronzo.

Una volta il sesso le piaceva. E anche parecchio.

Ma i casi della vita e quel figlio di puttana del suo ex fidanzato l’avevano trasformata nella regina di ghiaccio. Qualcosa si era rotto in lei quando aveva scoperto che porco fosse; quando lui aveva cercato di metterle le mani addosso e il suo uccello dentro dopo che lei lo aveva scoperto a letto con un’altra. Il ghiaccio era allora penetrato in lei distruggendo ogni scheggia di fiducia.

Eppure, regina di ghiaccio o no, questa sera Madeline è diversa. Si sente eccitata, libera, pronta. Pronta per cosa ancora non lo sa. Colpa dei margarita, senza dubbio.

Sospira, in quel suo antro isolato e tranquillo, e il vento risponde, l’accarezza ancora, gioca con la pelle delle sue cosce, si insinua dentro di lei come nessuna bocca o mano, se non la sua, da mesi si azzarda a fare.

Lei si abbandona a un gemito e reagisce a quel tocco etereo in modo molto fisico. Le sue mutandine, le semplici mutandine bianche che sempre indossa, sono ora tutte bagnate.

Madeline, un po’ brilla e molto soddisfatta, si appisola.
Sono passati solo pochi minuti dalla sua avventura erotica con Eolo o ha dormito per ore? 
Madeline apre gli occhi di soprassalto, riportata al presente da alcune voci maschili. Sono molto vicine, a pochi metri da lei, sulla terrazza. Istintivamente si mette a sedere e si paleserebbe anche a quelle voci sconosciute se la sua timidezza non la fermasse. E poi, cosa potrebbe dire a quel gruppo di sconosciuti saltando fuori dalle frasche? Hola! Come va? Che si dice?

Naaaa. Meglio aspettare che se ne vadano, anche perché è ormai certa di essere brilla.

Alza gli occhi al cielo e si accoccola di nuovo, dicendosi che appena quelli se ne vanno lei se ne ritornerà al party, saluterà Jenny, i padroni di casa e i disponibili che non ha incontrato.

Il gruppetto di uomini comincia a parlottare. Lei non li può vedere, ma d’istinto allunga l’orecchio.

Una voce sexy.

Una voce acuta.

Una voce nasale.

Una voce con la erre moscia.

Quattro maschi adulti. Soli. Probabilmente un po’ su di giri. Argomento? C’è forse da chiederlo? Donne, o meglio quella parte di loro che sta in mezzo alle loro cosce. Loro la chiamano nei modi più svariati, ma il più usato è quello classico con la effe. Seguito sempre, chissà perché, da cazzo.

Perfetti gentlemen, senza alcun dubbio.

“Per fortuna sei arrivato. Qui si muore di noia. Te la senti di farlo?” chiede la voce nasale. Gli altri incitano il nuovo arrivato con vari dai e probabili pacche sulle spalle.

“I miei cento dollari sono pronti,” aggiunge la voce acuta.

“Ma ragazzi, non mi sono ancora guardato intorno,” fa la voce sexy.

“Abbiamo già trovato noi quella giusta, anche se temo che se ne sia già andata. È da un po’ che non la vedo.”

“E com’è, bella?”

“Ce la sbatteremmo tutti volentieri, se vuoi saperlo.”

Dio che stronzi. Quarantenni che si comportano come ragazzini. Che diavolo hanno in testa?

Madeline se ne rimane immobile sulla sua chaise longue, pregando che non le venga uno sternuto o un colpo di tosse. Non vede l’ora che quegli stronzi se ne vadano.

“Allova, scommettiamo?” dice quello con la erre moscia.

“Sono appena arrivato, su ragazzi…” protesta voce sexy.

“Dai, non farti pregare. Cento dollari che non riuscirai a toglierle le mutandine. Tu perdi cento dollari, ma ne guadagni trecento, se ce la fai.”

“Perché vi ostinate a scommettere? Ogni volta perdete un sacco di soldi!” dice voce sexy.

Madeline trattiene il respiro. A chi quei disgraziati vogliono togliere le mutandine? Vuole capire chi sarà la loro vittima. Avvertirla.

“Questa volta non ce la fai, quella è un osso duro,” dice voce nasale.
“Quanto tempo ho per conquistare il trofeo?”

Il trofeo? Già, le mutandine.

“Un’ora,” fa voce acuta.

“Un po’ poco, non credete?”

“Pev te? Quanto è stato il vecovd, venti minuti?” chiede erre moscia.

“Quindici,” risponde voce sexy, tronfio. Poi aggiunge:

“E va bene, datemi i dettagli.”

“Castana, capelli dritti, appena sotto le orecchie, con frangetta,” fa voce nasale.

Madeline si tocca la frangetta.

“Occhi scuri da cerbiatta, labbra carnose senza rossetto. Altezza media, tacchi alti, rossi, vestito nero, sexy.”

Voce sexy fa un fischio di approvazione. “A questa non tolgo solo le mutandine, me la scopo anche se ci riesco.”

Madeline si siede di scatto, chiudendosi la bocca con entrambe le mani per paura di mettersi a urlare. Si guarda le scarpe, il vestito. Si tocca le labbracarnose.

Bastardi schifosi! Era di lei che stavano parlando?

Col cuore che batte all’impazzata Madeline abbandona la sua tana (ora si sente come un animale braccato!) e rientra alla festa un po’ barcollante. C’è musica, allegria e un sacco di gente. Si guarda intorno, cerca di captare voci e volti, ma il baccano sovrasta ogni suono. I bastardi e le loro corde vocali si sono perfettamente mimetizzati nella folla.

Vede Jenny e la raggiunge.
“Devo andare, Jenny, subito. Domattina mi alzo presto.”
La sua amica la prende per il braccio.

“Andare adesso? Sono appena arrivati almeno due uomini da sballo. Età giusta, portafoglio giusto, sexy come i vampiri di True Blood.”

Madeline alza un sopracciglio. Qualcosa scatta dentro di lei. Voglia di fargliela pagare a quello stronzo di voce sexy.

“Vampiri, eh?”

“Ecco uno dei due, alla tua sinistra. Sembra che ti stia anche spogliando con gli occhi.”

Voce sexy, senza alcun dubbio. La sta fissando come si fissa una preda.

Pezzo di merda.

Certo, non è male. Almeno un metro e ottantacinque di muscoli non pompati, capelli scuri leggermente brizzolati e lunghi sul collo e sulla fronte, naso regolare, labbra dannatamente invitanti, occhi verdi da perdercisi dentro. In tre parole, un figo pazzesco.
Figo, ma pezzo di merda. Certo non può essere certa che sia lui, non lo ha ancora sentito parlare. E non vuole neppure sentirlo.

“Jenny, devo andare, ci vediamo domani in ufficio.”

“E i due principi della notte appena arrivati?”

“Si cerchino altri colli candidi da mordere. Io porto il mio a casa.”

Madeline bacia l’amica, poi saluta la padrona di casa e, senza più vedere il figo pazzesco con occhi verdi, si dirige verso la stanza dove su un letto si è creata un’ammucchiata di giacche e soprabiti.

Dio che casino! Madeline si mette a frugare nel mucchio cercando la sua giacca. Nera, come il novanta per cento di quelle presenti. Mentre sposta maniche e colletti, sente la porta della camera aprirsi e richiudersi dietro di lei. Un brivido le corre giù per la schiena, si gira di scatto, trattiene il fiato.

Figo pazzesco è davanti a lei e le sorride.

“Buona sera,” dice lui, con voce più sensuale di quella del diavolo.

Sì deve essere lui, quello stronzo di voce sexy, pensa Madeline, ma non è del tutto convinta. Gli scocca comunque un’occhiata non amichevole.

“Buona sera,” risponde, rimettendosi a cercare il giacchino nero.

“È come una caccia al tesoro, vero?”

“Già.”

Figo pazzesco/voce sexy si avvicina e comincia anche lui a rovistare tra maniche e colletti.

“Sono arrivato da meno di mezz’ora, ma il mio impermeabile sembra essere già stato inghiottito da questo buco nero,” dice. La voce è davvero sexy, un distillato di testosterone doc.

“Già,” ripete Madeline senza osare guardarlo in faccia, la voce ormai incrinata dalla disperazione.

“Mi chiamo Marcus,” fa lui. “Non credo che ci conosciamo.”

Lei capisce che lui ha allungato il braccio per stringerle la mano, ma fa finta di niente. Continua a rovistare tra le giacche sul letto.

“Difatti. Non ci conosciamo.”

“E…a quanto pare continueremo a non conoscerci, Jane? Anne? Sophie?”

“Madeline. E…sì, continueremo a non conoscerci.” Se non trova subito la giacca le viene un attacco di panico.

“Un vero peccato, Madeline.”

Dio sia lodato! Dal mucchio sporge la sua manica. La tira fuori come se alla fine l’avesse avuta vinta contro Moby Dick.

“Perché dovrebbe essere un peccato, Marcus?”

“A volte dagli incontri occasionali nascono le amicizie più belle.”

“Le amicizie. Già.”

“Mi sembri scettica.”

“Sono la regina degli scettici.”

E quella di ghiaccio.

Madeline sta lottando con tutta la sua forza per infilarsi quella dannata giacca che proprio non vuole saperne di fare il suo dovere.

“E se il destino avesse in serbo qualcosa per noi?”

Madeline scrolla il capo e alza gli occhi al cielo.

“Di tutti i modi per provarci questo è davvero impagabile.”

“Non ci sto provando! Be’, forse un pochino. Ma è colpa della situazione. Non era previsto.”
“Come se tu non mi avessi seguita!” sussurra lei e cerca di passargli di fianco. Lui la blocca, prendendola per un braccio. Lei si irrigidisce, lui la lascia andare. Lei si dirige alla porta.

“Scusa, non volevo spaventarti. Ma ti giuro, non ti ho seguita. È stato il caso a farci incontrare in questa stanza. Alla ricerca della giacca perduta,” ironizza lui.

“Vuoi anche farmi credere che sei Indiana Jones, adesso?”

“Servirebbe?”

Madeline si blocca e fa dietro front a passo di marcia. Si ferma proprio davanti a lui, gli punta un indice contro.

“Non fare il finto tonto con me. Vi ho sentito, te e quegli altri stronzi dei tuoi amici, mentre scommettevate. C’ero anch’io sul terrazzo, proprio dietro di voi.”

Lui la fissa perplesso, indignato, quasi.

“Sul terrazzo? Una scommessa? Di che diavolo stai parlando?”

“Non fissarmi come se fossi una pazza. Mi chiedo come alla vostra età possiate essere così…immaturi, stupidi e maschilisti!”

“Ti giuro, non so di cosa parli.”

“Ah no? Ecco di cosa sto parlando!”

E così dicendo, furente, si solleva la gonna e comincia a sfilarsi le mutandine.


Lui rimane senza fiato.

Quella donna deve essere pazza. Desiderabile e pazza.

Il suo sguardo risale dalle scarpe rosse sino al bordo delle autoreggenti e poi si ferma su un paio di mutandine bianche, di cotone. La loro semplicità le rende ancora più sexy.

“Che diavolo stai facendo?” chiede esterrefatto.

“Ti risparmio la fatica e ti faccio vincere trecento comodi dollari. Forse dovrei chiedertene la metà.”

“Sei la donna più svitata che io abbia mai incontrato.”

“E tu lo stronzo più stronzo!”

“Perché insisti a insultarmi? Cosa diavolo ti ho fatto?”

“Ti ho già detto che vi ho ascoltato mentre parlavate, ero a pochi metri da voi!”

“Chi hai ascoltato, e mentre parlavamo di cosa?”

“Hai una gran faccia tosta!”

“Che diavolo…È forse uno scherzo, o una candid camera?” fa lui sempre più perplesso guardandosi in giro.

Madeline alza gli occhi al cielo e saltellando sul posto comincia a sfilarsi le mutandine cercando di tener il più possibile abbassata la gonna, ma i tacchi sono troppo alti e all’improvviso perde l’equilibrio. Un solo passo e lui le è accanto, la sorregge. Quando la sua mano le stringe il braccio, la scossa che la percorre è da alta tensione. Un lungo brivido le corre giù per la schiena e scatena un’ondata di ormoni che si propaga come uno tzunami in tutto il corpo, per concentrarsi infine dove ormai la sua pelle è nuda, umida ed esposta.

Madeline non riesce a respirare. Si sforza di parlare, ma dalle labbra le esce solo un gemito, un ansimo che è solo un invito.

Lui, al contrario di Madeline, respira ancora. Ma il suo respiro è elaborato, difficile, entra ed esce come un rantolo disperato. Ora che Madeline ha ritrovato il suo equilibrio, si inchina davanti a lei e con lentezza esasperante le solleva la gonna. Insinua le mani sotto la seta del vestito e le accarezza le cosce, poi con delicatezza aggancia il bordo delle mutandine e gliele abbassa sino alle caviglie. Lei solleva un piede, poi l’altro, lui gliele sfila come non avesse fatto altro in vita sua. E aspetta scosso da un leggero tremito un segno.
Il segno arriva subito. Madeline solleva la gonna, la tiene arrotolata ai fianchi e lo guarda, invitandolo in silenzio a fare qualcosa, qualsiasi cosa. Anche il suo respiro è ora elaborato, difficile, ed entra ed esce come un gemito sottile.

Sempre in ginocchio davanti a lei, Marcus le afferra le natiche e l’avvicina a sé, poi porta le sue labbra a quelle intime di lei. Le bacia. Una volta, due, un tocco leggero della lingua dopo l’altro sino a quando sente il piacere fluire in lei, prepotente e improvviso. L’orgasmo di lei accresce la sua eccitazione fino a limiti di cui non ha neppure consapevolezza. Forse finirà ucciso dal suo stesso desiderio, pensa, ma rimane immobile mentre, un passo dopo l’altro, lei gli sta sfuggendo. I loro sguardi rimangono incatenati, i loro respiri l’uno l’eco dell’altro.

“Devo andare,” mormora Madeline sistemando l’abito e le autoreggenti. “Restituiscimele, per favore,” aggiunge allungando una mano.

Lui la fissa incredulo.

“Devi andare? Mi usi come un sex toy e poi mi lasci… così?” Il riferimento alla sua erezione è ovvio, tanto che lei non può evitare di abbassare lo sguardo dove i suoi jeans sembrano sul punto di esplodere.

“Dovrei forse rammaricarmi perché rimarrai insoddisfatto?” dice Madeline ironica. “Non penserai forse che io debba ricambiarti il favore, vero? Non ho cominciato io questa storia, la tua insoddisfazione non è un mio problema.”

“Non l’hai cominciata tu, forse, ma l’hai finita tu, a quanto pare. E in modo alquanto brusco. E poi, se vuoi saperlo, non sono stato neppure io a cominciarla. Chi si è tolto le mutande, io o tu?”

Ancora Madeline è colta dal dubbio che voce sexy non sia l’uomo arrabbiato che le sta davanti, ma è un dubbio assurdo, deve essere lui. Di nuovo stende la mano verso Marcus.

“Dammele per piacere.”

“Ah no! Se le vuoi indietro, vienitele a prendere,” risponde lui, e se le infila in tasca. “Allora? Sto aspettando! Su, fammi vedere che sai fare!” dice lui sarcastico.

“Sai cosa?” risponde lei furente, “tienitele. Mostrale ai tuoi amici. Ridete insieme di me. Così verrai ricompensato con i 300 dollari della scommessa. Non male, mi pare, per un lavoretto di qualche secondo.”

A queste parole lui reagisce male. È irritato, arrabbiato. Le si avvicina, e non con buoni propositi. Con una mano le afferra il braccio, con l’altra le alza il viso costringendola a guardarlo negli occhi. I loro corpi si toccano, la sua erezione spinge contro di lei.

“Di che cazzo stai parlando?” le chiede.

I loro respiri si fondono. Le loro vene pulsano troppo veloci mentre lo sguardo furente di Marcus si incolla alle labbra di Madeline. Per un istante lei teme che voglia divorarle la bocca. Forse lo spera. Quel contatto improvviso e bollente riaccende il suo desiderio e una scia umida le scivola tra le gambe.

Non ha mai provato nulla di simile in vita sua.

Deglutisce, sperando di ingoiare così anche la voglia vergognosa che lui la baci e che la stenda su quel maledetto letto e che la scopi. Cerca di assumere l’espressione di Miss Sarcasmo dell’anno e dice:

“Non lo sai, vero, di cosa sto parlando? Che angioletto! Della tua scommessa, sto parlando! Pare che togliere le mutandine alle sconosciute sia la tua specialità.”

L’espressione di stupore che compare negli occhi verdi di Marcus le sembra sincera.

“Non so di cosa parli,” fa lui, secco, lasciandola andare. Spingendola via, per la verità.

“Che stronzo che sei,” risponde lei. Poi prende la giacca e si dirige alla porta. “Tienitele pure,” dice senza neppure guardarlo in faccia.

“Ci puoi giurare che me le tengo. Saranno come la scarpetta di Cenerentola: mi aiuteranno
 a ritrovarti, e quando ti troverò, te la farò pagare.”

“E come no!”

La porta si apre, poi sbatte dietro di lei.

15 dicembre.

“Madeline, ti vuole il direttore,” le dice l’assistente di redazione, un guizzo di curiosità negli occhi.

La Thatcher vuole me?

Madeline si alza di scatto, mandando a gambe all’aria la sedia.

Poi si incammina verso l’ascensore, temendo che dall’ultimo piano per lei non possano venire che pessime notizie.

Quando entra nell’ufficio del direttore generale Kim Hackman, detta Thatcher per il pugno di ferro con cui dirige la casa editrice, sta parlando al telefono. Le fa cenno di avvicinarsi e di sedersi. Madeline si siede. Rigida, impettita.

Licenziata prima di Natale. Splendido!

Perché, se non è per licenziarla, non c’è ragione per cui la Thatcher l’abbia convocata. La Tatcher continua ad abbaiare nel microfono con la sua boccaRouge Dior. Chiude la chiamata, ma l’auricolare blue tooth le rimane sul viso, pronto per un’altra battaglia.

“Dunque Madeline, te la senti di fare l’editing al nuovo romanzo di Mark Sonfield?”

“Di chi, mi scusi?”

“Mark Sonfield, alias Jack Crocket.”

Madeline crede di non aver compreso bene, o forse crede che la Thatcher la stia prendendo per il culo.

“Quel Jack Crocket?”

“Sei forse sorda o stupida, carina?”

Madeline sente il pavimento oscillare sotto le sue incertezze.

“Io mi occupo di pubblicazioni per la prima infanzia, Mrs Hackman.”

Lei la tacita con un gesto della mano.

“Lo so, lo so. Non credere che affidarti Mark mi faccia piacere.”
“Ah, no?” si lascia scappare Madeline irritata. Tatcher la guarda male.

“Sonfield rappresenta quasi la metà del nostro budget, carina, e affidarlo a te potrebbe essere un suicidio. Spero che capirai…”

“Capisco.”

“Ma lui vuole te, è un suo diritto per contratto, quindi tu sarai la sua editor. E farai un ottimo lavoro, altrimenti dopo Natale ti ritroverai fuori di qui.”

Madeline si sente gelare. Non capisce. Non c’è nulla che possa connetterla a Jack Crocket, o Mark Sonfield, o come diavolo si chiama.
“Posso chiedere perché Mr Sonfield abbia scelto proprio me?”

“Chiediglielo a lui. Domattina prenderai un aereo, e andrai nella sua tana in culo al mondo. Maine.”

“Maine?”

“Già, ora sparisci, ho da fare.”

16 dicembre

La casa di Mark Sonfield a Hart Harbor, Maine, è a strapiombo sul mare. Se non fosse per il vento gelido e la neve ghiacciata che la colpisce di striscio con la forza di un kalashnikov, sarebbe un paradiso. Ora le pare un inferno gelido. Il taxi la lascia di fronte alla porta e lei, seguita dal suo trolley rosa, sale i quattro scalini del portico.
La porta si apre.
“Benvenuta cara!” Ad accoglierla non è Sonfield, ma una donna anziana dal sorriso gentile.

“Si accomodi. Incontrerà Mr Sonfield a cena. Venga che le mostro la casa e la sua camera. Poi corro via prima che il brutto tempo mi blocchi qui.”

“Non c’è nessun altro in casa?”

“No, quando lavora Mr Sonfield vuole rimanere nel più completo isolamento.”

Oh! La cosa le puzza di vecchio bavoso o di serial killer.

“Quasi dimenticavo: la cena è pronta in cucina, dovrete solo scaldarla e questo è per lei!” Le mette in mano una chiavetta USB. Il manoscritto, pensa Madeline.
Madeline prende possesso della sua camera, una bomboniera di cinz rosa imbottita di cuscini di ogni dimensione, poi si avventura in giro. La casa è splendida, grande, solida. Sa di tradizione, più che di innovazione, sa di famiglia. Probabilmente Sonfield è un uomo di una certa età, di buona cultura, legato al passato. Entra nel grande salotto; ha vetrate incorniciate di bianco che si aprono su un oceano irrequieto. Lo spettacolo è da togliere il fiato. Si guarda attorno. Su un tavolino ci sono delle foto incorniciate, le osserva con attenzione sperando di trovarne una di Mark Sonfield. Tutte ritraggono una famiglia all’apparenza felice, madre, padre e un bambino di varie età, dal viso vagamente familiare. Se Mark è il ragazzino presente nelle foto, dovrebbe ora avere una quarantina d’anni, a meno a giudicare dal modello della Ford che si intravede sullo sfondo. Ancora una volta Madeline si chiede perché proprio lei sia stata la prescelta. Fortuna, probabilmente. Ba!, meglio non pensarci. Si accomoda sul divano e decide di aprire il laptop e di inserirvi la chiavetta. Il Mac si illumina e lei si concede qualche minuto di relax al tepore delle braci ancora ardenti nel camino.

Cinque minuti più tardi, dorme come un ghiro.

“Deduco che tu abbia trovato il mio nuovo romanzo alquanto noioso…”

Madeline sussulta, poi spalanca gli occhi, è costernata. Anche un po’ spaventata, per la verità. Da quella voce. Sexy. Testosteronica. Familiare.

“Mi spiace,” dice, e bofonchia qualcosa sul fatto di essersi alzata presto quella mattina. Poi scatta in piedi e si gira su se stessa col cuore che batte troppo veloce.

E sbianca. Il respiro le si blocca in gola. Il suo stomaco si aggroviglia in un nodo inestricabile e il cuore perde un battito, e poi un altro. E un altro ancora.

Davanti a lei non c’è Mark Sonfield, ma Marcus. L’uomo di quella notte, colui il cui solo ricordo la infiamma di desideri proibiti. Colui che le ha regalato il più incredibile orgasmo di tutta la sua vita.

Marcus.

Merda.

Lui allunga una mano. “Benvenuta a Hart Harbor, Madeline. Grazie per aver accettato questo lavoro. Sono Marcus e lui è Dog,” dice indicando un grosso cane di razza e colore incerti.

Lei gli offre la mano e lo fissa come si fissa un fantasma. Non riesce a pronunciare una sola parola.
Lui gliela stringe e le sorride, gli occhi verdi che brillano innocenti come quelli di un bambino. Dog scondinzola e indifferente all’etichetta si mette ad annusarla.
“Ciao Dog,” gli dice accarezzandolo. Dog pensa bene di leccarle una mano.

“Ti va di mangiare qualcosa, Madeline?” le chiede. “Io sono affamato e Miss Cupper è una cuoca fantastica. Seguimi in cucina, così facciamo conoscenza.”

Come se non l’avessero già fatta.

Madeline, sempre senza dire una parola, lo segue mentre mille domande le attraversano la mente e lo stomaco. Che non sia lui? Impossibile. Che si sia dimenticato di me? Impossibile. Che voglia vendicarsi per quello che è successo fra noi quella notte? Possibile. Che sia davvero un serial killer? Possibile. In fondo è di serial killer che scrive.

Raggiungono la cucina. Dopo aver servito di croccantini Dog, lui prende nel forno la cena e la porta in tavola.

“Prendi tu due birre dal frigo?” le chiede come se vivessero insieme da sempre.

Lei obbedisce, apre le bottiglie, si siede. Lui la serve di arrosto e patate poi incomincia a parlarle del romanzo, di cosa si aspetta dal suo editor, di come intende procedere con il lavoro. Molto professionale, corretto, ineccepibile nel suo comportamento, tanto che ancora una volta Madeline si chiede se non sia tutto un sogno. Decide anche che non parlerà del loro precedente incontro, aspetterà che sia lui a scoprire le carte. Si limita a piccoli cenni con il capo, dice solo qualche parola e in pratica non tocca un boccone di quell’ottimo cibo. Solo alla fine, davanti ad una tazza di caffè, si decide a chiedere: “Perché io?”

Per tutta risposta lui le sorride, ma è un sorriso pericoloso, affamato, il suo. Ingordo. Come ingordi sono i suoi occhi quando si posano sulle labbra di Madeline. E in quell’esatto momento, lei capisce di essere persa.

17 dicembre. 

La mattina Madeline scende in cucina, jeans, maglione rosso e un paio di Timberland. Il caffè è pronto e diffonde il suo aroma delizioso in tutta la casa. Madeline se ne serve una tazza abbondante, mangia un muffin e apre il Mac. Si mette a leggere - Capitolo Primo – in attesa del momento in cui lui si materializzerà nella stanza inondandola di feromoni.

Passano pochi minuti e la porta d’ingresso si apre e si richiude accompagnata dal tintinnio delicato di un campanello. Lui entra in cucina, preceduto da Dog che si butta sulla ciotola d’acqua. E’ in tuta, bagnato di neve e sudore, attraente da far paura. Maschio da far paura. Si leva il berretto di lana e i suoi capelli scuri gli ricadono sugli occhi verdi che brillano divertiti.

“Buongiorno,” biascica lei imbarazzata.

Merda! Mark è ancora Marcus.

“Buongiorno Madeline, vedo con piacere che sei già al lavoro,” dice lui servendosi di caffè e chinandosi sopra di lei per dare un’occhiata allo schermo. Lei è invasa dal suo calore e dal suo profumo. Ma non dovrebbe puzzare come un caprone uno che ha appena finito di fare jogging? Perché lui profuma?
Si irrigidisce. Quell’uomo esercita uno strano potere sui suoi ormoni e lei deve tenerli a bada. Perché le sta così appiccicato?

Vorrebbe alzarsi in piedi, ma i pettorali di lui, ampi e solidi, premono sulle sue spalle e glielo impediscono. Il suo respiro le solletica la nuca.

“Mi piace da impazzire,” mormora lui a un millimetro dalla nuca di Madeline.

“Cosa ti piace da impazzire?” chiede lei socchiudendo gli occhi e riempendosi i polmoni dei suoi feromoni. Per un istante è certa che le labbra di Marcus le abbiano sfiorato il collo. Per un istante spera che lui smetterà di torturarla e la bacerà di nuovo.

“Il mio incipit! Che altro?” risponde lui con voce sonante allontanandosi di scatto.

L’incipit!

“Vado a farmi la doccia e mi metto al lavoro. Tu considerati a casa, Madeline” aggiunge lui.

A casa? Già.

Verso le sei del pomeriggio Madeline ha terminato di leggere il manoscritto. Gli occhi le bruciano, è stanca. Si alza dal divano e va alla finestra chiedendosi che fine abbia fatto Marcus. La neve ha smesso di cadere e la sera è luminosa e serena. L’aria profuma di buono.

Quando, qualche minuto più tardi, Marcus entra nella stanza seguito da Dog, Madeline è ancora lì, immobile davanti alla finestra. In un paio di falcate lui le è al fianco, silenzioso come un predatore. I suoi occhi la osservano attraverso il riflesso del vetro e a lei basta incrociare il suo sguardo per sentire un calore pericoloso diffondersi nel ventre, e anche un po’ più in basso.

Sente l’urgenza di rompere quel silenzio, pesante di cose non dette.

“Uno spettacolo da togliere il fiato,” sussurra allora, riferendosi all’Oceano sotto di loro, ma invece di andarsene come dovrebbe, rimane lì, in attesa che qualcosa accada. Lui si gira verso di lei, con una lentezza che la soffoca. Lei continua a fissare davanti a sé l’oceano.
“Anche tu mi togli il fiato, Madeline. Sei pronta?” le sussurra con voce roca e bassa sfiorandole per un attimo l’orecchio con le labbra.

Un gemito, Madeline non ce la fa proprio a ingoiarlo. Si gira verso di lui, alza il volto e si perde in quei suoi occhi verdi, infiammati di desiderio. Non riesce quasi a respirare.

“Come?” mormora con labbra tremanti e ginocchia sempre più deboli.

“Ti ho chiesto se sei pronta. Andiamo a prendere l’albero di Natale,” risponde lui con un sorriso innocente e una voce per nulla sexy.

L’albero di Natale?
Anche qui, nel cortile dell’emporio, tra decori natalizi e abeti in vendita, l’immagine di Madeline che si scioglie sulle sue labbra gli incendia la mente, il sapore del suo orgasmo gli riempie la bocca. Erotismo allo stato puro.

Marcus la osserva camminare, esaminare abete dopo abete, incerta su quale scegliere, seria, determinata. Le sorride. Euforico, eccitato. Forse anche felice. È impaziente di trasformare la toccata e fuga di quella notte in una sinfonia traboccante passione.

Forse ha fatto l’errore più stupido della sua vita a portarsela a casa con la scusa dell’editing. Ma che occasione imperdibile e golosa! Certo, invece di organizzare quella messinscena sarebbe stato più facile incappare in lei per caso negli uffici della casa editrice, fingersi sorpreso, farsi due risate e offrirle un caffè. Ma l’ipotesi di averla tutta per sé per alcuni giorni, di divertirsi a tormentarla prima di prendersi ciò che lei gli deve, è molto, molto più allettante. Vuole scatenare il desiderio e la passione che sente vibrare in lei. Vuole che sia lei a implorarlo. A supplicarlo di essere sua.

Ed è sicuro che non dovrà aspettare ancora molto prima che lei lo faccia.
Madeline gli si avvicina. Ha le gote rosse, le labbra umide, gli occhi brillanti. “Ne ho trovato uno perfetto,” dice, con la gioia di una bambina. Lo prende per mano, impaziente, e lo conduce in fondo al cortile dell’emporio dove si ferma a qualche metro da un gruppo di abeti.

“Quello!” indica. “È perfetto, vieni.”

Lo esaminano insieme e anche Marcus è d’accordo.

“Sì, hai ragione, è perfetto. Diamogli un’occhiata dall’altro lato,” dice. Lei ci casca, lo segue, e mentre controlla che tutti i rami siano interi lui la prende di spalle, la circonda con le braccia e l’attira contro di sé. Sono soli, i loro corpi sembrano fondersi e non è difficile per Madeline sentire l’erezione di Marcus contro di lei. Vorrebbe liberarsi da quell’abbraccio così intimo e sensuale, ma non ci riesce perché le piace. La eccita sapere di essere desiderata da lui, le fa provare l’ebbrezza della vertigine. Madeline chiude gli occhi e abbandona il capo sulla spalla di Marcus mentre lui comincia a tormentarle il lobo dell’orecchio con labbra affamate. Dalla gola gli esce un gemito roco e il suo respiro, caldo e irregolare, è petrolio sul fuoco che brucia in Madeline.
Infischiandosene del proprio orgoglio e di almeno una ventina di persone che si trovano a pochi passi dal loro improvvisato nascondiglio,“Sì,” mormora Madeline mentre la bocca di Marcus le divora l’incavo del collo, “Sì,” ripete mentre le sue mani si infilano sotto la giacca accendendo in lei mille scintille che neppure quel freddo può spegnere.

Madeline sogna quel momento da tanto tempo. Sogna di essere sua come non è mai stata di nessuno, come mai ha osato fantasticare. Ma il sogno si interrompe proprio in quel momento e la voce di Marcus la colpisce come una doccia gelata.

“Allora è deciso, prendiamo questo,” le dice, poi la libera senza troppa delicatezza dal suo abbraccio e sparisce a cercare un venditore.

Madeline perde quasi l’equilibrio e impreca, mentre la risata di Marcus le rimbalza come un uppercut nel cuore, nella mente e dove ancora il desiderio non si spegne.

Forse Mr bestseller non ha ancora capito con chi ha a che fare.


È la guerra che lui vuole? L’avrà.

Madeline non ha più dubbi: Marcus l’ha trascinata fin nel Maine per vendicarsi, il destino non c’entra nulla. È stato ingegnoso a inventarsi una situazione all’apparenza ineccepibile e un rapporto di lavoro formale e corretto fino alla nausea, e a trasformarli subito dopo in una bomba ad orologeria.

Avrebbe potuto affrontare l’argomento da adulti, pensa ancora Madeline. Dirle qualcosa tipo: vogliamo parlare di quella notte, quando dopo avermi accusato di avere preso parte ad una vera e propria congiura contro di te e le tue mutandine ed avermi dato dello stronzo più volte, te ne sei andata lasciandomi lì come un cretino dopo esserti sciolta sulle mie labbra?

Invece no. Mr Sandford si sta comportando come un teenager dispettoso. Per puro sadismo, probabilmente. O per sete di possesso. O forse per confermare il suo potere di maschio dominatore.

Alpha man del cazzo.

18 dicembre. 
L’abete ora si trova in salotto e Marcus sta rovistando dentro due casse di addobbi natalizi. Fischietta Bianco Natale. Madeline è seduta sul divano, le gambe piegate sotto di lei, il computer acceso. Dog è accucciato tra lei e il camino e russa beato.

“Scusa, la smetteresti di fischiettare, per favore?” sbotta Madeline. “Se non te ne fossi accorto, sto cercando di lavorare. Al tuo romanzo. Vorrei tornarmene a casa prima di Natale.”

Marcus la fissa con quel suo sguardo da serafino innocente e continua a fischiettare.

“Allora sarà meglio che vada in cucina,” borbotta tra sé Madeline. Si alza per andarsene, ma lui la blocca con un deciso NON MUOVERTI, gli occhi che la sfidano a fare altrimenti.

Lei rimane interdetta, si alza dal divano e l’abito di maglia rossa le rimane incollato alle cosce. Lui non si perde lo spettacolo: alza un sopracciglio, sospira e poi prende un’altra pallina da uno scatolone.

“Non muoverti? Ho capito bene,” chiede Madline mentre gli si avvicina con passo lento e sguardo incredulo.

“Hai capito benissimo. Se devi chiedermi qualcosa sul manoscritto, almeno sei già qua. E poi ormai mi sono abituato ad averti intorno. E mi piace.” Sistema una pallina su un ramo.

“Hai già Dog se hai bisogno di qualcuno che ti tenga compagnia.”

Dog alza per un attimo il muso speranzoso, poi ci ripensa e torna a dormire.

“Vero, ma non è proprio la stessa cosa. Lui non è un bravo editor.”

“Sarebbe un complimento?”
“Sì, ma non montarti la testa. Di solito la tua indubbia professionalità non popola le mie fantasie.”

Madeline si morde la lingua per non replicare. E’ a disagio. Un’onda di piccole scosse le corre lungo la schiena e si sposta come un piccolo terremoto verso il basso. Sono brividi pericolosi che si prendono gioco di lei, la tentano, la spingono a osare.

“Se aspetti che ti chieda cosa popola le tue fantasie, ti sbagli,” dice con un sorriso sarcastico sulle labbra.

“Non ti interessa neppure sapere che da un paio di mesi ti coinvolgono?”

Madeline fa finta di nulla, prende dalla scatola una decorazione, un piccolo adorabile alce di legno, e gli chiede. “Qui va bene?” indicando un punto su un ramo. Poi, come per caso, lo lascia cadere.
“Ooops! Che sbadata. Spero non si sia rotto!”

Gli occhi di Marcus seguono il piccolo alce rotolare sotto l’albero, poi ritornano a fissarsi in quelli di Madeline. Lei sorride e aspetta. Lui si china per raccoglierlo. Lei fa un passo in avanti in modo che i loro corpi siano ancora più vicini. Lui si rialza, con lentezza esasperante, sfiorando ogni centimentro del corpo di Madeline prima con gli occhi, poi con la bocca. Quando è di nuovo in piedi di fronte a lei il suo volto è arrossato e il suo respiro affannato.

“Ecco a cosa mi riferivo parlando di fantasie,” le sussurra con voce roca, senza nasconderle il proprio desiderio.

“All’albero di Natale?” lo provoca lei, quindi si sporge verso di lui per sistemare un addobbo. Il suo seno gli sfiora il braccio, la sua nuca si ferma a pochi centimetri dalla sua bocca. Sorride soddisfatta mentre gli si strofina contro con la malizia di una gatta e già immagina la sua espressione quando lo lascerà con un niente di fatto. Lui, il suo albero e il piccolo alce natalizio. O forse no?

“Cosa credi di fare?” dice lui, solleticandole la nuca con le labbra e passandole il braccio destro intorno alla vita.

“Voglio sistemare quella pallina,” ribatte lei sperando che la voce non le tremi troppo.

“Lascia, ci penso io,” dice lui e approfitta del momento propizio per cingerla con entrambe le braccia. “Va bene così?” le chiede mentre la mano sinistra accarezza come per caso il seno di Madeline.

“Sarebbe il paradiso, se solo non dovessi andare a cercare qualcosa in camera tua. Qualcosa che mi appartiene,” risponde lei sarcastica, sperando in realtà che lui continui a stringerla così per tutta la vita.

“Qualcosa che ti appartiene?” insiste lui, lasciandole una scia bollente di baci sul collo.

Madeline non ha più voglia di sarcasmo. Geme e strofina le natiche contro il suo membro eretto. Lo sente trattenere il respiro e poi abbandonarsi a un lamento di pura sofferenza. Una sofferenza che forse autorizza la sua mano destra a spingersi tra le gambe di Madeline.

Madeline trattiene a sua volta il respiro. “Qualcosa di molto intimo, sì, ooohhhssì, così!” aggiunge con un filo di voce.

“Intimo come il paio di mutandine bianche che sto per toglierti?”

“Già, ma questa volta le rivoglio indietro,” risponde Madeline coprendo la mano di Marcus con la sua e guidandolo dove il suo desiderio implora ormai di essere soddisfatto.

Marcus la tocca, la bacia, la accarezza. Poi la spinge verso il divano dove le prende la bocca. Non c’è incertezza, ma solo primitiva passione in quel bacio, un duello a colpi di lingue per il possesso dell’altro. Entrambi si cercano, si esplorano, si mordono, sino a quando la necessità di respirare li costringe ad allontanarsi. Sui loro volti rimangono mille sublimi e forse indecenti promesse.

Prima di rovesciarla sul divano, Marcus le sfila l’abito e le succhia i capezzoli attraverso il reggiseno di pizzo. Madeline si inarca per offrirsi a lui completamente. Non ha mai provato nulla di simile.

“Ho paura di venire se continui così…” mormora tenendo la testa di Marcus ben stretta al seno.

“E… non vuoi venire?” le chiede lui senza staccare le mani e la bocca dai suoi capezzoli.

“Non così, ti voglio dentro di me, questa volta.”

Quando lui smette di baciarla, lei gli apre la camicia: gli accarezza le spalle possenti, i pettorali, l’addome piatto e muscoloso come se tutto quel ben di Dio fosse solo suo. Poi la sua mano scende più in basso, gli abbassa la zip e si stringe intorno a lui.
Lui non riesce a parlare. Ha appena la forza per un aspetta e per prenderle la mano e togliergliela dal suo membro, pronto ad esplodere. Le appoggia la fronte contro la sua e sorride, cercando di riprendere fiato.

“Se vengo adesso, è un vero disastro, per cui …” La spinge sul divano, poi si inginocchia davanti a lei, le divarica le cosce e appoggia le labbra su quelle intime di lei.

“E’ da tre mesi che non penso che a questo momento,” mormora lui con voce roca, quasi disperata. “Il tuo sapore, non riesco a togliermelo dalla mente e dalla bocca.”

Lei rovescia il capo e si abbandona a lui. Si lascia baciare. Una volta, due, e ancora e ancora, un tocco leggero della lingua dopo l’altro sino a quando sente il piacere fluire, prepotente, vivo. Questa volta non si trattiene, urla e gli accarezza i capelli mentre le onde dell’orgasmo la scuotono dentro e fuori, infrangendosi con violenza sulle labbra di lui.

Marcus.

“Dio, quanto ti desidero,” mormora lui non ancora sazio.

Madeline lo fissa e gli sorride maliziosa, il respiro ancora incerto, il viso sudato, ma appagato del godimento che lui le ha appena donato.

“Spostati,” gli dice. Lui ubbidisce, ogni secondo più eccitato. Ma Madeline prende l’abito e se lo preme contro il petto, poi si infila le scarpe.

“Che diavolo fai?” le chiede lui allibito, cercando di inseguirla, con i pantaloni che gli cadono e gli impediscono di muoversi.

“Vado a vestirmi. Non abbiamo forse finito? Non vorrai che ti ricambi il favore, vero?” gli risponde lei, seria.

Marcus sbianca in volto. Si sente un cretino, con l’uccello di fuori e la faccia da pesce lesso. Preso in giro per la seconda volta.

Lei fa qualche passo verso la porta, poi si gira e lo guarda come fosse un imbecille. E scoppia a ridere. Corre di nuovo da lui, gli salta in grembo, gli cinge il collo con le braccia e i fianchi con le gambe.

“Credi che potrei rinunciare a te? Neppure per cento orgasmi al giorno rinuncerei a fare l’amore con te, a sentirti dentro di me, parte di me,” gli sussurra tra un bacio e una risata. Anche lui scoppia a ridere.
“Ci ero cascato in pieno,” dice, mentre la penetra come se lei fosse la prima donna e lui il primo uomo. “Ci ero cascato proprio come un cretino.”

Dopo. Ancora su quel divano.

“Quando hai capito che io non c’entravo con la scommessa?” le chiede Marcus senza riuscire ancora a staccarsi da lei.

“Non so. Probabilmente fin dal principio, ma non ho mai voluto dare retta al buon senso. La regina di ghiaccio tende a essere algida e alquanto spocchiosa, a volte.”

“La regina di ghiaccio, tu? Ma se vado in fiamme solo a starti vicino!”

“Be’, così mi ha chiamata il mio ultimo corteggiatore. Un vero stronzo.”

“Pare che tu ne abbia incontrati parecchi nella tua vita. Io non sono uno stronzo, Madeline.”

“Lo so.”

“Spero che mi darai il tempo per dimostrartelo.”

Si accarezzano, si preparano a fare ancora l’amore.

“Posso chiederti una cosa molto, molto personale?” le sussurra lui sulle labbra, tra un bacio e l’altro.

Lei annuisce e gli sorride, felice.

“Cosa fai il giorno di Natale?”




FINE

CHI E' L'AUTRICE

Viviana Giorgi (aka Georgette Grig aka Vivienne) vive a Milano, dove lavora come giornalista free lance da molti anni. Sul versante romance collabora con la Romance Magazine e il blog La Mia Biblioteca Romantica. Solo negli ultimi anni si è dedicata prima alla lettura e poi alla scrittura di romanzi storici di genere rosa. A febbraio ha pubblicato con Emma Books un romance contemporaneo, Bang Bang Tutta colpa di un gatto rosso.
Per la stessa casa editrice uscirà nelle prossime settimane il romanzo breve contemporaneo: Cranford, Alaska, Abitanti 647. Un racconto di Natale. Firmati Georgette Grig, sono apparsi sulla Writers Magazine e sulla Romance Magazine due racconti: Il Tepore dell’Illusione  e Lady Adele, oggi pubblicati anche su questo blog e Miss Dorée, qualificatosi al terzo posto alla prima edizione del Premio Romance.  Un suo racconto, La 203, comparirà infine nell' antologia di prossima pubblicazione 365 Racconti d’Amore, edita da Delos Books.


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11 commenti:

  1. Mi è piaciuto! Sensuale e anche un pizzico divertente...
    Brava!
    Cassie

    RispondiElimina
  2. Inconfondibile!! Puro stile Georgette Grig :-D
    Mi è piaciuto tantissimo, brillante, sensuale e spiritoso...proprio il mix che adoro .-D
    Complimenti!!
    Juliet

    RispondiElimina
  3. Ah puoi usare lo pseudonimo che vuoi ma il tuo stile è inconfondibile Viv!
    Spiritosa ironia e sexy sarcasmo condiscono un racconto sensuale e divertente. Certo da un racconto erotico mi aspetto qualcosa di diverso, ma tutto il resto fila che è una meraviglia.

    Libera

    RispondiElimina
  4. Bellissimo! Bravissima!
    C'è sensualità ed erotismo dall'inizio alla fine, comprese le parti in cui non dovrebbe esserci! Forte, di carattere, intrigante!

    RispondiElimina
  5. Cristina M24/11/12, 18:17

    Ecco un esempio di come uno stile brillante fa passare in secondo piano l'erotismo. Decisamente divertente, scorrevole e due protagonisti che avresti voglia di conoscere di più.
    Brava!!!

    RispondiElimina
  6. alessandra24/11/12, 20:07

    molto molto molto bello. non è erotico ma è comunque molto sensuale e ben strutturato. la sensualità costante non fa sentire la mancanza di una più marcata parte erotica. in più è ironico e divertente. i vocaboli forti presenti non stonano poichè non sono usati nell'intimità, ma nel parlato quotidiano con un pizzico di irriverenza e autoironia da parte della protagonista.... e sono comunque di uso comune. complimenti!!!

    RispondiElimina
  7. Un racconto veramente delizioso! È letteralmente pervaso di sensualità, l'erotismo è giusto appena accennato, ma chi se la sentirebbe di definirlo un difetto? E poi c'è quell'ironia, anzi autoironia della protagonista, che è la cifra stilistica di G.G. e la rende inconfondibile. Divertente, sexy e anche un po' emozionante.

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  8. Divertente, davvero molto, personaggi delineati benissimo, pochi semplici tocchi qua e la e la scrittrice ha ottenuto un personaggio realistico e credibile. Madeline mi è piaciuta molto, rappresenta la donna in carriera del ventunesimo secolo senza però dover per forza apparire come una persona che ha sposato il proprio lavoro mandando in malora tutto il resto. Marcus invece, forse perché i suoi POV sono molto pochi, mi è sembrato un po' meno delineato, come personaggio. Interessante al punto giusto, anche lui sembra rappresentare l'uomo Alpha senza però doverlo essere per forza, e però non mi ha preso allo stesso modo.
    Di erotismo a mio avviso non ce n'è molto, è più che altro una lenta opera di seduzione, qualche guizzo in più verso la fine... ma di per se l'intento della scrittrice non sembra quello di scrivere un racconto erotico, ma una specie di commedia romantica venata da leggeri contorni un po' più piccanti.
    Scritti benissimo e quanto basta a scatenare l'immaginazione di chi legge, però molto più velato rispetto agli altri racconti letti di questa rassegna.
    Silvia

    RispondiElimina
  9. Potrei leggerti senza nome, riconoscendo il tuo stile fresco, privo di fronzoli, pulito. Tu devi scrivere contemporanei Viv. Hai il talento giusto per le storie romantiche e divertenti, quelle che proprio ti mettono il buonumore addosso. Non è propriamente un erotico (sai, io ci vado giù strong) ma mi è piaciuto tanto. Per me il migliore di tutti!
    Simona Liubicich

    RispondiElimina
  10. Che gioia leggere i vostri commenti! Grazie a tutte!

    E avete ragione. Io con l'erotico ho poco a che vedere (non come te Simo!), magari con la sensualità sì, ma non riesco ad andare molto più in là. Ma sono contenta di averci provato. Chissà, magari prima o poi riuscirò ad osare di più!
    Grazie a Francy per essersi inventata ROSSO FUOCO (e anche per la cover, quella sì erotica) e alle giurate della rassegna che hanno lavorato davvero sodo.
    Un abbraccio a tutte
    Viv

    RispondiElimina
  11. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina

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