CHIAMALO, SE VUOI, AMORE di Sarah Bernardinello



Prologo
18 Agosto

Era notte fonda e c'era un'afa terribile, nonostante l'aria condizionata. Martin si allargò il nodo della cravatta e si sistemò meglio sullo sgabello del bar. Era al suo terzo John Collins e cominciava ad avere caldo. Al party di Grant Arnold non si era tirato indietro nel bere champagne, e tutto quel mescolare si stava facendo sentire. Aveva lasciato presto la festa, si era stufato di guardare quella gente ben vestita e talmente snob da fargli venire l'orticaria. Il taxi l'aveva lasciato davanti al G Lounge, ma lui non si era lasciato intimidire dalla fila. Il buttafuori aveva fatto un cenno e l'aveva fatto passare. Martin aveva ignorato le occhiatacce di chi stava aspettando, così come aveva ignorato gli sguardi di apprezzamento.
La musica era assordante, con la coda dell'occhio vedeva la marea di corpi sulla pista da ballo che si dimenava e si strofinava.
Un ragazzo si appoggiò al bancone accanto a lui e fece un cenno al barista.
Martin si concesse una lunga occhiata al giovane, girandosi verso di lui in maniera spudorata. Non che avesse bisogno di un incentivo, ma l'alcol gli stava dando una bella spinta. E poi, aveva voglia di scopare. Soprattutto di dimenticare quanto gli avesse fatto male vedere quei due al party di Arnold scambiarsi quello sguardo. Oh, non lo avrebbe mai ammesso. Negare sempre. Ma, in fondo in fondo, avrebbe voluto essere al posto dell'architetto, per farsi guardare con la stessa intensità.
Scolò il bicchiere e lo posò sul bancone, alzando un dito per chiederne un altro. Nel frattempo, continuò a guardare il ragazzo appoggiato al bancone: pantaloni di pelle, niente maglietta, capelli ricciuti e biondi. Oh, proprio quello di cui aveva bisogno, un angelo caduto.
Ti prego, fa' che non sia minorenne.
Il ragazzo girò la testa e gli sorrise. «Ciao.»
Martin ricambiò il sorriso, e sollevò una mano per sfiorargli i riccioli sulla fronte. «Ciao a te.»
L'altro si spostò un po' più vicino. «Mi offri una birra?»
Martin chiamò il barman e riferì l'ordine, poi tornò a dedicarsi al suo angelo. «Come ti chiami?»
«Tu come vorresti chiamarmi?»
«Credo che Angelo vada bene.»
Il ragazzo rise e si intrufolò fra le sue gambe aperte, allacciandogli le braccia intorno al collo. «Allora sarò il tuo Angelo, se vuoi...»
Martin si sporse e gli appoggiò le labbra sul collo. Aveva un buon odore. Era abbastanza per farlo andare avanti. Almeno per quella notte.

Martin si tirò su la zip dei pantaloni, e guardò il ragazzo ancora inginocchiato sull'asfalto. L'Angelo si era rivelato piuttosto bravo, e lui si congratulò con se stesso per la scelta. Poteva andargli peggio.
Il ragazzo si leccò le labbra, mentre si rialzava e gli sfiorava il petto attraverso la seta della camicia.
«E adesso?» gli chiese, allungandosi per baciarlo.
Martin girò la testa, così che le labbra gonfie e rosse incontrassero la sua guancia.
«Adesso, cosa?»
Il ragazzo si staccò. Alla tenue luce del lampione che arrivava dalla strada, Martin indovinò la rabbia negli occhi chiari dell'Angelo.
«Sei uno stronzo, lo sai?»
Lui si concesse un lieve sorriso. «Sì, mi chiamano spesso così.»
Il giovane fece uno sbuffo e se ne andò. Niente piagnistei, bene.
Martin si sistemò la giacca e i pantaloni e si incamminò per uscire dal vicolo. Doveva trovare un taxi. Un'occhiata al Rolex gli disse che erano le due passate. Sperò di essere fortunato. Uscì dal vicolo e si guardò attorno. Il traffico era ridotto all'osso, nonostante i locali a Chelsea fossero aperti fino a tardi. Si avviò, le mani nelle tasche dei pantaloni. Non c'erano nemmeno autobus, non che lui ne avrebbe preso uno, comunque.
Il colpo gli arrivò da dietro, facendolo incespicare. Martin boccheggiò, il dolore alla testa che arrivava a ondate. L'aggressore lo afferrò per i capelli e lo tirò indietro, quasi trascinandolo. Stavano tornando verso il vicolo che aveva appena lasciato. Martin cercò di liberarsi dalla presa ai capelli e riuscì a girarsi su se stesso, ma gli arrivò un pugno alla mascella. Il buio del vicolo lo accolse improvvisamente. Si ritrovò a terra, un ginocchio premuto sul petto e una mano che gli afferrava la giacca. Una rapina. Un luccichio gli fece indovinare la presenza di un coltello.
«Prendi quello che vuoi.» Ormai aveva abbastanza paura per capire che non sarebbe finita bene. Nossignore.
«Certo che me lo prendo.»
Non riusciva a vederlo, ma vedeva la lama. Martin faceva fatica a respirare, ma avrebbe tanto voluto urlare. Sentiva la mano sconosciuta frugare nella giacca, ma il portafoglio era nella parte opposta. Lui gemette quando il ginocchio si spostò e si guadagnò un altro pugno. Le stelle esplosero davanti ai suoi occhi. Poi fu libero di respirare. Sbatté le palpebre, mentre sentiva dei colpi arrivare da un punto imprecisato. Si spostò sul fianco e in controluce vide due uomini lottare, prima che uno dei due sparisse dalla sua vista.
Un attimo dopo, si ritrovò vicino un'ombra. Una grossa ombra.
«Sei un gigante...» sussurrò Martin.
Una breve risata accolse le sue parole. «Come ti senti?»
«Ammaccato.» Lo sconosciuto lo aiutò a mettersi a sedere. Si tastò la tasca interna della giacca, il portafoglio era ancora al suo posto. Lo smartphone era nella tasca posteriore dei pantaloni, ma non era quello da lavoro.
Lo sconosciuto stava armeggiando con qualcosa e Martin si sentì rizzare i capelli sulla nuca.
«Cosa stai facendo?»
«Chiamo la polizia.» Aveva una voce profonda, del tutto appropriata alla stazza. «E un'ambulanza.»
«No!» Martin si accorse che l'uomo lo stava guardando. «Sto bene, non mi ha rubato niente. Non ce n'è bisogno. Neanche dell'ambulanza.» La testa gli faceva male, ma non lo disse. «Devo solo prendere un taxi e andare a casa.»
Una mano si strinse intorno al suo braccio e si ritrovò in piedi in un attimo. Una breve vertigine lo fece barcollare, ma l'uomo che lo aveva salvato non lo fece cadere. Tenendolo saldamente, si avviò verso l'uscita e si ritrovarono sulla Ventunesima. Di nuovo.
Senza lasciarlo, il gigante si guardò attorno e poi alzò un braccio. Un taxi accostò al marciapiede. Martin era sorpreso, quando lui era uscito non ne aveva visto passare neanche uno.
L'uomo aprì la portiera posteriore e lo spinse dentro gentilmente. Martin si ritrovò seduto sul sedile, sotto lo sguardo perplesso del tassista.
«Dove?» gli chiese questi, facendo vagare lo sguardo da lui all'uomo sul marciapiede. Alzò la testa e riuscì a vederlo abbastanza bene. Barba, occhi scuri, almeno un metro e novanta.
«Sicuro di non voler andare all'ospedale?» chiese nuovamente quella voce profonda.
«Sì.» Martin si passò una mano sulla faccia.
«Allora, riguardati.» La portiera venne chiusa e Martin si ritrovò solo con il tassista.
«Dove?» si sentì chiedere nuovamente. Sospirò e glielo disse.
Mentre l'auto si immetteva in strada, lui si girò a guardare. Il gigante non c'era più. Con una lieve punta di rammarico, si rese conto di non averlo neanche ringraziato.

***

4 Dicembre

Will finì di legare i sacchi della spazzatura, la voce di Thelma che giungeva dal bancone.
«Possiamo chiudere, Will.»
La cucina era già stata pulita, i fuochi spenti. Dubitava che qualcuno si sarebbe avventurato fuori con quel tempaccio, ed erano già le undici. Una vera sera da lupi.
«Manda a casa Rosie, Thelma,» le disse, mentre si infilava il giubbotto per portare fuori i sacchi. Mentre apriva la porta dell'uscita di servizio, gli giunsero le voci delle donne. Charlie era andato via un'ora prima, l'indomani avrebbe dovuto sostenere un esame alla NYU. Will aveva dovuto quasi spingerlo fuori, il ragazzo voleva finire di pulire, ma lui si era imposto e lo aveva salutato.
Di solito era lui che chiudeva, non gli andava di lasciare Thelma da sola, malgrado sapesse che la zona era sicura.
Trascinò i sacchi verso i cassonetti e li buttò dentro. La pioggia continuava a scrosciare. Will alzò la testa coperta dal cappuccio e sentì le gocce pungergli la pelle del viso come se fossero aghi. Erano gelide.
Si girò per tornare dentro, quando un rumore si fece strada in mezzo a quello dell'acqua che continuava a scendere. Forse era qualche topo, nascosto tra i cassonetti. Aveva appena fatto due passi in direzione della porta, quando lo risentì. Un colpo attutito e un gemito.
Will sentì la scarica di adrenalina fargli scendere un brivido per la schiena. Tirò fuori il cellulare dalla tasca del giubbotto e azionò la torcia, avanzando verso il vicolo da cui aveva sentito provenire il rumore. Alzò il telefono con la sua luce e lo puntò sul buio della stretta viuzza.
Un altro gemito e un'esclamazione soffocata, poi li vide: un uomo piegato e un altro a terra, che si copriva la testa con le braccia.
«Ehi!» gridò, avanzando veloce. L'aggressore fuggì senza indugi, abbandonando la sua preda sull'asfalto bagnato.
Will non perse tempo a inseguirlo. Si inginocchiò accanto alla persona rannicchiata in posizione fetale, continuando a tenere la torcia del telefono accesa. Sfiorò la spalla dell'uomo e lo sentì irrigidirsi.
«Ehi,» ripeté. «Va tutto bene. È scappato.» Strinse la mano sul braccio dello sconosciuto aggredito. «Riesci a muoverti?»
L'uomo abbassò lentamente le braccia, mostrando una porzione di faccia. Era stato pestato in maniera pesante, riconobbe Will. Spense la torcia e si rimise il telefono in tasca, prima di prendere l'uomo per un braccio e sollevarlo. L'altro si lasciò alzare, ma sembrava intontito.
«Credo di sì,» biascicò.
Will lo sollevò senza troppo sforzo, anche se l'uomo era tutt'altro che piccolo e magro. «Andiamo, sei fradicio. Ti porto al caldo.»
L'altro sembrò opporre resistenza per un istante, quasi pensasse di essere caduto dalla padella nella brace, ma lui gli strinse gentilmente il braccio intorno al corpo e lo costrinse a seguirlo.
Le luce della lampadina sopra la porta di servizio gli permise di vedere meglio dove metteva i piedi e gli consentì di gettare un'occhiata all'uomo: il cappotto nero ed elegante che indossava era fradicio e sporco, i capelli erano incollati alla testa. Non riusciva a vedergli bene il viso, però.
Will aprì la porta e lo trascinò dentro, lasciandosi dietro le impronte scure sul pavimento appena lavato. Al diavolo.
«Thelma!» L'uomo gemette, ma lui lo ignorò. Tenendolo stretto, spinse la porta a vento che divideva la cucina dalla sala ristorante.
«Che c'è, Will?» Thelma stava pulendo il bancone, ma posò subito lo strofinaccio e gli andò incontro, mentre lui entrava nella sala. Sentì l'esclamazione della donna, ma preferì far sedere il suo carico prima di rispondere. L'uomo si accasciò sulla panca imbottita e sospirò quasi di sollievo.
Will ne approfittò per valutare le ferite: la parte sinistra della faccia era già gonfia, l'occhio quasi completamente chiuso. Il labbro inferiore era spaccato e sanguinante.
«Ti ha conciato proprio per le feste, quel tizio,» commentò a bassa voce.
L'uomo sollevò appena la palpebra dell'occhio sano, rivelando un'iride verde. La richiuse e la riaprì, fissandolo. «Sei un gigante...»
Will inarcò le sopracciglia. Quando aveva sentito ancora quelle parole?
«Non ci posso credere,» mormorò, il ricordo che si faceva strada nella sua testa. «Il mondo è davvero piccolo.» Si raddrizzò, trovando Thelma alle sue spalle, sul volto un'espressione spaventata.
«Chiama tuo marito, tesoro. È di pattuglia, stasera. Digli che c'è stata un'aggressione nel vicolo dietro il ristorante.» Gettò un'occhiata all'uomo stravaccato sulla panca. «Cercherò di farmi dire cos'è successo, intanto,» aggiunse, prima di andare a prendere la cassetta del pronto soccorso dietro il bancone. Quando tornò dal ferito, Thelma abbassò il telefono e fece un sorriso tremulo.
«Stanno arrivando.»
«Bene.» Will mise la cassetta sul tavolo e l'aprì, prendendo garze e disinfettante. «Togliti quel cappotto bagnato. Adesso provo a pulirti un po',» disse. Alzò gli occhi e si accorse che l'uomo lo stava guardando. «Quel taglio sulla fronte avrebbe bisogno di qualche punto, però.»
«Niente ospedali.» La voce roca dell'uomo era colma di stanchezza, mentre si spostava in avanti per far scendere il cappotto dalle spalle e lo gettava sulla panca. Una smorfia gli contorse il viso.
«Vedremo,» ribatté Will, fissandolo. Bagnò una garza con il disinfettante e sfiorò il labbro, guadagnandosi un gemito e un'imprecazione da parte dell'uomo.
«Brucia, cazzo!»
Le luci azzurre della volante entrarono nel suo campo visivo, al di là delle vetrate, e Will si raddrizzò. Tom era arrivato.
Qualche secondo, e Thelma girò la chiave della porta d'ingresso, facendo entrare due poliziotti.
«Che è successo, Thelma?» La voce preoccupata del sergente Tom Harris giunse fino a lui. Thelma abbracciò il marito, prima di indicargli lui e l'uomo seduto. Tom gli si avvicinò, lo sguardo fisso sul ferito.
«Will.»
Rispose al saluto, e fece un cenno con la testa all'altro poliziotto.
«Quando ho portato fuori i sacchi della spazzatura ho sentito dei rumori nel vicolo. Ho trovato lui,» e indicò l'uomo, che stava cercando di raddrizzarsi, «lo stavano pestando.»
«Chi? L'hai visto? Sei riuscito a fermarlo?»
Will scosse la testa in risposta. «Avevo acceso la torcia, era buio pesto. L'aggressore è scappato e non sono riuscito a vederlo in faccia.»
«Sto bene, agente,» borbottò il ferito. «Non è riuscito a rapinarmi, il mio cavaliere, qui, ha impedito che finisse male.»
Tom gli si sedette di fronte, il tavolo a separarli, e tirò fuori un blocchetto e una penna. «Lei è?»
«Cobbs, Martin Cobbs.»
Tom scrisse il nome, poi rialzò la testa. «Will, hai già chiamato l'ambulanza?»
«No, la chiamo adesso.»
Martin Cobbs gli afferrò il polso, e Will lo fissò. «No, davvero. Non serve.»
«Hai bisogno di punti, amico. Per quanto sia preparato, quelli non li so dare.» Will si allontanò per telefonare, conscio dello sguardo dell'altro sulla schiena. Benché impegnato con l'operatrice del 911, riuscì a sentire cosa gli stesse chiedendo il marito di Thelma. John Bennet, l'altro poliziotto, era rimasto in piedi vicino al compagno di pattuglia. Will diede l'indirizzo all'operatrice, spiegò il problema e chiuse la telefonata, tornando verso il trio. Thelma stava preparando del caffè.
«Ero appena uscito,» stava spiegando Cobbs. «Avrò fatto sì e no un isolato, quando questo tizio mi si è avventato contro, intimandomi di dargli il portafoglio e il cellulare. Sono riuscito a colpirlo e a scappare, ma lui mi ha inseguito e ha cominciato a picchiarmi.» Fece un pausa, alzando una mano a sfiorarsi l'occhio pesto e facendo una smorfia. «Mi ha trascinato in quel vicolo e poi è arrivato lui.» Lo indicò con la mano, e Will annuì.
Tom finì di scrivere e lo guardò di nuovo. «Lo conosceva?»
Martin scosse la testa, lentamente. «Aveva il cappuccio calato sulla fronte, ma no, non credo di averlo mai visto.»
«Ha nemici? Qualcuno che potrebbe volerle far del male?»
«Nemici?» gli fece eco l'altro. «Lavoro a Wall Street, per la maggior parte del tempo sono in ufficio.» Alzò le spalle. «Compro e vendo azioni, è quello che so fare meglio.»
«Dove abita?»
Cobbs sembrò esitare. «Nell'Upper East Side.»
Will alzò gli occhi al cielo, e Tom aggrottò la fronte. «Cosa ci faceva da queste parti?»
«Un appuntamento con una persona,» sbottò l'uomo. L'arrivo dell'ambulanza impedì a Tom di fargli altre domande.
«Vado all'ospedale se ci viene anche lui.» Cobbs alzò l'occhio buono su di lui, ma Will cominciò a scuotere la testa.
«Continueremo la deposizione quando l'avranno visitata.» Tom si alzò, mentre i paramedici entravano nel locale, portandosi dietro le borse. Salutarono e si occuparono del ferito.
Will si accorse dell'occhiata che gli diede Cobbs, quasi una richiesta di aiuto, ma restò fermo dov'era.
Dopo una decina di minuti, uno dei paramedici si raddrizzò. «Ha bisogno di punti e dobbiamo fargli fare delle radiografie.»
Il sergente Harris annuì. «Dove lo portate?»
«Al Bellevue.»
«Bene, vi seguiamo, allora.»
Il paramedico si dedicò nuovamente all'uomo ferito, mentre Will cercava di starsene in disparte. C'era qualcosa che non gli tornava, ma voleva parlarne con Tom. E non aveva alcuna intenzione di fare da baby sitter a quel tizio, per quanto carino fosse, anche con tutti quei lividi. Si chiese da che parte girasse l'universo, per fargli incontrare, tra milioni di persone, due volte proprio quell'uomo.
Martin Cobbs si alzò in piedi, aiutato dai paramedici, e lo guardò, una luce d'attesa nell'occhio buono. Will non aveva idea del perché lo volesse accanto, e Tom gli venne in aiuto.
«Stavate chiudendo, vero, Will?»
«Sì.»
«Accompagneresti Thelma a casa?»
Il sollievo lo investì, mentre annuiva, insieme a una punta di senso di colpa, quando vide la delusione sul volto tumefatto di Martin. Espressione che sparì all'istante, quasi se la fosse sognata.
I paramedici e il ferito uscirono e i due poliziotti li seguirono, ma, prima che Tom si chiudesse la porta alle spalle, Will gli appoggiò una mano sul braccio.
«Tom...»
Il sergente si girò a guardarlo. «C'è qualcosa che non va?»
Lui fece una smorfia. «Ho una mezza idea che non fosse una rapina.»
Harris alzò le sopracciglia. «Cosa te lo fa pensare?»
«Il cappotto era abbottonato. Se avesse voluto davvero il portafoglio, avrebbe strappato i bottoni per aprirlo.»
«Hmmm...» Il poliziotto si girò verso l'ambulanza. «Devo riuscire a farmi dire cosa è successo.»
Will annuì. «Chiedigli se conosce Gary Robards, secondo me era da lui, stasera.»
Tom ridacchiò. «A volte mi chiedo se sei un sensitivo, o cosa.»
«O cosa,» ribatté Will. «Me ne starò anche in cucina, ma so cosa succede nella sala ristorante. Potrei raccontartene delle belle.»
«D'accordo, glielo chiederò.» Tom gli diede una pacca sul braccio. «Chiudi tutto e andate a casa. Di' a Thelma che ci vediamo dopo.»
«D'accordo.» Si strinsero la mano e Will guardò Martin Cobbs seduto sulla stretta panca nel retro dell'ambulanza. L'uomo lo stava fissando, ma Will non riusciva a vedere bene la sua espressione. Il portellone venne chiuso e l'ambulanza partì, seguita dalla volante della polizia.
Con un sospiro, lui tornò dentro, chiudendo a chiave la porta. Chissà perché Cobbs lo voleva accanto, non gli sembrava tipo da chiedere aiuto. In ogni caso, non lo avrebbe più rivisto.

9 dicembre

La folla dell'ora di pranzo si era diradata. Alle due del pomeriggio, Will aveva finito di lavare le pentole e Tammie aveva messo l'ultima serie di bicchieri e piatti sporchi nella lavastoviglie. La pausa pranzo era veloce, pochi si attardavano a parlare o mangiare.
Il locale non chiudeva, ma Will aveva alcune ore di tranquillità prima di riprendere per il turno serale.
Quel lavoro gli piaceva. Non era andato al college, dopo il diploma, ma si era arruolato nell'Esercito e ci era rimasto per otto anni, rinnovando la ferma una volta. Poi aveva deciso di congedarsi. Lo aveva fatto con il grado di sergente, una scheda valutativa con Eccellente a caratteri cubitali e la sola scelta di cosa fare della propria vita.
Will lavorava nella tavola calda di Thelma Harris da due anni. Passando davanti al locale, aveva letto un cartello dove si cercava un cuoco e si era buttato. Dopo aver lasciato l'esercito, era tornato a vivere dai genitori, a Staten Island, ma ora poteva rendersi indipendente di nuovo. Non che a casa stesse male, ma, per quanto amasse la propria famiglia, voleva camminare da solo. Finora c'era riuscito. Thelma l'aveva preso a benvolere e suo marito Tom, scoperto il suo curriculum, si era tranquillizzato nel sapere la moglie in buone mani, con un ex militare a lavorare per lei.
Will legò il sacco della spazzatura e si raddrizzò.
«Hai finito, Tammie?»
«Tra poco.» La ragazza si girò a guardarlo, sbattendo le ciglia. «Stasera hai da fare?»
Non di nuovo, per favore.
«No. Solo pace e tranquillità,» rispose Will. Aveva già detto e ripetuto a Tammie che non era interessato. Era gay, punto.
«Sei sicuro? C'è un locale a Chelsea, carino. Ci vado con Charlie, il mio ragazzo, stasera. Viene anche un nostro amico. Sai, è gay anche lui.»
Will la fissò. Lo stava invitando a un appuntamento al buio? Era divertente.
«Da quando hai un ragazzo?» le chiese.
Tammie arrossì. «Un mese. Mi stava dietro da un po'. È carino, gentile.»
«Bene, perché se non lo fosse mi arrabbierei.»
Lei scosse la testa. «No, no. Davvero. È un bravo ragazzo.» Saltellò fino a lui e sorrise. «Te lo farei conoscere, se uscissi con noi. E poi c'è anche Chris...»
Questa volta fu lui a scuotere la testa. «No, ma grazie lo stesso, Tammie. Gli appuntamenti al buio non fanno per me.»
Lei fece una smorfia, ma Thelma bloccò la sua risposta, entrando dalla porta a vento.
«Will, c'è qualcuno che ti cerca.»
Sorpreso, lui si indicò. «Me?»
Thelma sorrise. «Sì, te.»
Will si tolse il grembiule. La maglietta bianca che indossava non aveva macchie, e in sala c'erano solo un paio di clienti. Si avvicinò alla titolare.
«Chi è? Qualcuno che conosco?»
«Penso proprio di sì,» replicò la donna, facendolo passare.
Will entrò nella sala, vedendo i clienti seduti a mangiare, poi il suo sguardo fu attirato dall'uomo vestito con eleganza in piedi vicino al bancone. Cappotto color cammello, capelli castani corti. Lividi in via di guarigione sulla bella faccia seria. Trasalì, perché non pensava di rivedere Martin Cobbs. Soprattutto, non di vederlo lì.

*

Martin era uscito dall'ufficio con la ferma intenzione di tornare in quel ristorante del Village, ritrovare il suo salvatore e ringraziarlo come si doveva, almeno quella volta. La coincidenza di incontrarlo gli era parsa eccezionale. La sua bugia sulla presunta rapina era stata smantellata quasi subito: il poliziotto gli aveva fatto qualche domanda mirata e, malgrado fosse piuttosto scafato, non aveva potuto fare altro che ammettere quello che era successo. Di sicuro non avrebbe più seguito dei ragazzi carini e disponibili a casa loro, sospettando un fidanzato geloso nei paraggi. Non aveva sporto denuncia per l'aggressione, ma il sergente Harris gli aveva comunicato che avrebbe comunque detto due paroline a Gary Robards, il ragazzo che aveva accompagnato a casa. Da parte sua, Martin si era ripromesso di non avventurarsi più in casini del genere. Il suo naso aveva subito un brutto colpo, anche se la parte peggiore era toccata alla fronte, appena sopra il sopracciglio sinistro: quattro punti e ancora gli doleva, quando lo toccava.
Il taxi che aveva preso lo aveva scaricato davanti al ristorante “Da Thelma”. Si era scoperto agitato, anche se non sapeva perché.
Adesso, in piedi vicino al bancone, lo guardava avvicinarsi con un'aria circospetta sul viso. Era davvero un gigante. La barba accentuava il suo fascino rude, maschio. Martin si sentì attraversare da un brivido, immaginandolo sopra di sé, intento ad accarezzarlo. Ringraziò il fatto di indossare il cappotto. Cercò di assumere la sua espressione più amichevole e sorrise. Il labbro gli tirava ancora.
«Salve, Will.» Si ricordava il suo nome.
«Salve, Martin. Come mai da queste parti?» La voce era profonda, ma lui si stupì di sentire una nota  seccata.
Era vicino, ma non così tanto, eppure dovette alzare la testa per guardarlo in faccia. Doveva essere almeno dieci centimetri più alto di lui.
«Volevo ringraziarti.» Il sorriso gli si allargò, ma l'altro rimase serio.
«Non ce n'era bisogno. L'avrei fatto per chiunque.» Gli occhi blu, che lui aveva pensato fossero scuri, lo fissavano cupi. Non sembrava contento che fosse lì.
Martin strinse i guanti tra le mani. «Ti volevo ringraziare comunque.» Fu lieto di vedere l'espressione di Will ammorbidirsi.
«Ti va un caffè?»
Annuì, mentre l'uomo gli indicava il tavolo vicino alla vetrata e si girava per chiedere due tazze alla donna dietro il bancone. Era la stessa donna che c'era quella domenica sera, la moglie del poliziotto. Martin se la ricordava, non era così malmesso da non rendersi conto di quello che succedeva intorno a lui.
Andò a sedersi, aspettando Will, che lo raggiunse mettendo le due tazze sul tavolo, insieme a un bricco di latte e un barattolo. Ne approfittò per dare una lunga occhiata alle braccia muscolose e ai tatuaggi che spuntavano dalle maniche corte. Non riusciva a vederli bene, e desiderò poter sfiorare quella pelle nuda.
Martin prese la tazza e se la portò alle labbra, cercando di pensare ad altro, senza aggiungere niente, al contrario di Will. Lo guardò mentre versava il latte e due cucchiaini di zucchero e mescolava in silenzio il suo caffè. Un silenzio che gli dava sui nervi, a dirla tutta. Quell'uomo non sembrava felice di averlo visto. O rivisto o come voleva metterla. Di solito non era quella l'emozione che suscitava. Il suo abbigliamento gridava denaro, e lui era contento di quello che aveva. Più che contento. Soldi, conoscenze e una buona posizione grazie alla sua laurea in Economia e al suo fiuto per gli affari.
«Come stai?» La voce dell'uomo di fronte a lui lo fece trasalire e lo strappò ai suoi pensieri.
«Bene. Come vedi mi hanno ricucito, proprio come avevi detto.» Sorrise appena. «Spero che non resti la cicatrice.»
Will lo guardò. «Ti preoccupi di questo?»
Alzò le spalle. «In effetti, potrebbe aggiungermi fascino.»
L'uomo inarcò le sopracciglia, ma non rispose. Sì, sembrava proprio seccato. Martin decise di andarsene, non aveva senso rimanere lì con quel musone, per quanto attraente fosse.
Infilò la mano nel cappotto e ne trasse il portafoglio
«Come dicevo, volevo ringraziarti per avermi aiutato.» Lo aprì e prese un biglietto da cento, allungandolo a Will.
«Che cos'è?» L'uomo lo stava guardando, lo sguardo ancora più cupo.
«Come, che cos'è?» Martin ridacchiò. «Sono pochi?» Prese un altro biglietto. «Vanno bene duecento dollari per il tuo disturbo?»
Will scivolò fuori dal tavolo e si alzò, incombendo su di lui. «La mia pausa è finita.»
Martin lo seguì, prendendolo per un braccio. «Ehi! Non volevo offenderti. Era solo un modo...»
L'uomo guardò la sua mano che ancora gli stringeva il braccio e si abbassò, inchiodandolo dov'era. «Bastava un grazie, coglione.» Si sfilò dalla sua stretta e indietreggiò. «Adesso puoi andartene.»
Gli girò le spalle e se ne tornò in cucina, sparendo oltre la porta a vento.
Martin si accorse che la donna dietro il bancone lo stava guardando con un'espressione disgustata sul viso. Bene. Non gli era mai capitato che qualcuno rifiutasse dei soldi, non i suoi, comunque. Fino ad allora, era bastato allungare una mancia per ottenere qualsiasi cosa, da un tavolo al 21 ai biglietti per la finale di basket. E adesso, quel tizio aveva rifiutato i suoi soldi con aria schifata. Voleva mostrarsi orgoglioso? Ma lui sapeva quanto finte fossero quelle manifestazioni di presunta onestà. Lui ci sguazzava, in quel mondo. Aveva sempre agito alla luce del sole, a volte magari ai limiti della legalità, ma conosceva anche chi non era così scrupoloso.
Trovare qualcuno che lavorava e che si tirava indietro di fronte a un guadagno facile era qualcosa che non si aspettava. Le azioni disinteressate erano piuttosto rare, di quei tempi.
Doveva pagare il caffè, e si avvicinò alla cassa, sotto lo sguardo della donna al bancone.
«Quanto devo?»
«Niente.» La signora si mise dietro la cassa. Gli occhi azzurri lo trapassarono.
Martin serrò le labbra. «Ne è sicura? Perché...»
«Will ha detto che va bene così.»
Lui trasalì. Cos'aveva quell'uomo che veniva ascoltato da chiunque, persino dalla polizia?
Cercò di apparire noncurante. «Allora grazie.» Rimise il portafoglio nella tasca interna del cappotto e fece un cenno di saluto, prima di voltarsi e uscire dal locale.
Voleva capire perché si sentisse abbattuto. Si era immaginato il colloquio con Will in modo diverso, magari un'evoluzione di quella conoscenza così strana. Lui lo intrigava, con quella barba, l'altezza, i muscoli evidenti. Forse, l'idea di ripagarlo per quello che, evidentemente, era qualcosa di normale per lui non era stata una buona idea. Era stata una pessima scelta. Se lo voleva avvicinare, doveva trovare un altro modo. Perché non si sarebbe liberato di lui così facilmente.
Lieto della decisione presa, alzò la mano e un taxi si fermò accanto al marciapiede. Meglio andare in ufficio, almeno per quelle poche ore che lo separavano dal weekend.

*

Will afferrò il giubbotto e se lo infilò con rabbia. Non voleva pensare alla meschinità di quel gesto. Martin Cobbs poteva prendere i suoi soldi e infilarseli dove non batteva il sole. Che diavolo gli era venuto in mente di volerlo pagare per qualcosa che avrebbe fatto per chiunque, fosse stato anche solo un barbone? Una testa di cazzo, ecco cos'era. Abituato ad avere tutto con uno schiocco delle dita e un fascio di banconote in mano.
Beh, lui non era in vendita. Non decideva di aiutare qualcuno per avere una ricompensa, altrimenti quella sera avrebbe ignorato i lamenti e se ne sarebbe ritornato in cucina al caldo, senza affrontare la pioggia battente. Faceva volentieri a meno di quel tizio, e avrebbe ignorato l'istinto di protezione che gli si era scatenato dentro quando lo aveva alzato da terra, subito dopo aver fatto fuggire il suo aggressore. A proposito... Tom Harris gli aveva detto di aver parlato con Gary, il ragazzo che viveva a qualche isolato dal ristorante con il suo manesco e geloso fidanzato. Doveva ricordarsi di parlargli, quando fosse venuto a prendere il suo caffè mattutino, il giorno dopo.
Will prese il sacco della spazzatura, ignorando l'occhiata stupita di Tammie e quella consapevole di Thelma, e uscì dalla porta sul retro. L'aria gelida calmò un poco la sua rabbia, ma non la fece sparire. Così come non sparì il desiderio.
Buttò il sacco nel cassonetto e si passò la mano nei capelli. Doveva dimenticarsi che avrebbe tanto voluto togliere il cappotto a Martin e anche tutto il resto. Era stato una bella tentazione, fermo in piedi, con quegli occhi verdi così luminosi. Tale sarebbe rimasto, per quanto lo riguardava.
Will si girò e tornò dentro. Il tempo di tornare a casa e sarebbe andato a correre per scaricarsi, prima di riprendere il lavoro per il turno serale.

*

Martin stava fissando il panorama dalla finestra del suo ufficio al quattordicesimo piano, senza realmente vederlo. Non che ci fosse qualcosa di suggestivo, sul palazzo di fronte. Semplicemente, i pensieri stavano volando in un'unica direzione, che non era il vendere o comprare azioni. Quei cupi occhi blu continuavano a invadergli la mente. Doveva rivederlo, o sarebbe diventato matto. Non era abituato al fatto che qualcuno si sottraesse al suo interesse come aveva fatto Will quel pomeriggio. L'idea che fosse proprio quello a spingerlo verso di lui lo disturbava un po', era abituato a ottenere quello che si prefiggeva, quando gli importava. Un po' come il lavoro. Aveva lottato con le unghie per arrivare dov'era, lui che era cresciuto passando da una casa famiglia all'altra. L'aspetto burbero di Will non lo avrebbe fermato.
Alle sei sarebbe uscito dall'ufficio e sarebbe tornato al ristorante. Mancava poco meno di un'ora, poi avrebbe cominciato la scalata per raggiungere la torre, in quel caso quell'uomo stupefacente e assolutamente irresistibile. Lo avrebbe costretto a capitolare, ne era sicuro.
Con un lieve sorriso, rimise a posto la cuffia, ascoltando le notizie dal NYSE.
Ancora un po' di pazienza...

*

Thelma aveva uno sguardo strano, quando gli disse che c'era ancora Martin Cobbs che chiedeva di lui.
Will non riusciva a crederci. Due volte nello stesso giorno? Ma cosa voleva?
Marciò nella sala ristorante e lo ritrovò nella stessa posizione del pomeriggio. Accidenti a lui: come faceva a essere così sexy in giacca e cravatta?
«Sto lavorando. Che cosa vuoi?»
Cobbs accennò un lieve sorriso. «Possiamo sederci un attimo?»
Will avrebbe voluto sbatterlo fuori, ma Thelma non ne sarebbe stata contenta. Fece un cenno con la testa, e andò a sedersi a un tavolo. Martin lo seguì e si accomodò di fronte a lui.
«Mi spiace per oggi. Non sono abituato a…»
«Vedere rifiutare i tuoi soldi?» Will lo interruppe e non poté evitare il tono sarcastico. Lo vide sbattere le lunghe ciglia scure, lo sguardo sorpreso.
«Sì, in effetti non capita spesso. Anzi,» Martin sorrise appena, «quasi mai, direi.»
«E sei tornato per...?» Will lasciò in sospeso la frase, guadagnandosi una lunga occhiata da parte dell'uomo che aveva di fronte.
«Scusarmi, credo. E chiederti di darmi un'altra possibilità.»
Lui inarcò le sopracciglia, alla richiesta. Una possibilità di che tipo? Cosa mai potevano avere in comune, loro due, a parte forse una certa attrazione? Will non poteva equivocare lo sguardo che l'altro gli aveva rivolto. Non aveva nessuna intenzione, però, di farsi coinvolgere da Cobbs. Era molto carino, ma finiva lì. Li conosceva, gli uomini come lui, ed era meglio starci alla larga.
«Non ho tempo da perdere,» sbottò alla fine, muovendosi per uscire dal tavolo. Quelle panche non erano fatte per quelli della sua stazza, pensò. Una mano dalle dita curate si posò sul suo braccio.
«Una cena, d'accordo? Poi magari un giro in qualche locale.»
«Come il G Lounge?» non poté fare a meno di chiedere Will. Vederlo arrossire gli diede una soddisfazione maligna. Non solo aveva confermato i suoi sospetti, ma anche il suo carattere.
«Ci sono altri posti,» sussurrò Martin. Sembrava imbarazzato. Will ricordava perfettamente quella notte di agosto: il vicolo dove Cobbs era stato aggredito era molto vicino al locale. Non ci sarebbe stato da stupirsi se, una volta individuata una preda, si fosse allontanato dal locale per consumare la conoscenza.
«Indubbiamente,» rispose. Quell'uomo aveva qualcosa in mente, anche se non sapeva cosa. Non si riteneva così attraente da attirare qualcuno come lui, soprattutto sapendo con chi era stato pochi giorni prima. Gary era un twink biondo e delicato, difficile che, d'un tratto, Cobbs ritenesse lui degno di attenzione. Doveva essere un maniaco del controllo, incapace di accettare un no come risposta.
«Non ho molto tempo,» riprese. «Lavoro quasi tutti i giorni, tutto il giorno. Finisco verso le dieci di sera, a volte più tardi. Non credo tu abbia modo di offrirmi la cena.»
«Magari puoi uscire prima, per una volta,» obiettò Martin. Aveva uno sguardo speranzoso, che lo irritò. Tuttavia, si sentiva anche lusingato. Quell'uomo l'avrebbe fatto diventare pazzo, se non avesse accettato.
«Dimmi la verità: cosa vuoi da me?» Meglio usare un approccio diretto, prima di doversi difendere da un potenziale stalker.
«Solo ringraziarti.» Improvvisamente, Martin si raddrizzò. «Lo so cosa stai pensando. Che ho un atteggiamento strano, sospetto. Beh, ti posso assicurare che non è così. Forse sono abituato a ottenere un sacco di cose, ma mi piacerebbe davvero offrirti una cena e parlare un po' con te.» Alzò le mani, i palmi in alto, in una   posa remissiva. «Andiamo, basterebbe che mi spingessi per gettarmi a terra. Non sono davvero pericoloso, per te.»
Will lo fissò. «Cena sia, allora. Dove?»
«Pensavo al 21.»
«Qualcosa di meno chic?» ribatté Will.
Martin spalancò gli occhi. Doveva essere davvero sorpreso, questa volta. «Mi sembrava-»
«Dai, va bene,» capitolò lui. «Però non voglio sentire commenti sul mio abbigliamento. Non sono tipo da giacca e cravatta.»
«Oh, casual andrà benissimo.» Era sollievo quello che sentiva nella sua voce? Will sogghignò.
«L'hai voluto tu.» Finalmente uscì dal tavolo. «Quando? Devo chiedere al mio capo il permesso di uscire prima.»
«Martedì prossimo andrebbe bene?»
Will annuì. «Vedrò cosa posso fare.»
Martin estrasse il portafoglio dalla tasca interna del cappotto e prese un biglietto da visita. «Qui ci sono i miei numeri, per qualsiasi cosa. Posso venirti a prendere a casa tua, se vuoi.»
«No. Ci vediamo là. Alle otto. D'accordo?» Non aveva alcuna intenzione di farlo avvicinare più del dovuto.
«Va benissimo.» Martin sorrise e gli tese la mano. Gliela strinse, sentendo sotto le dita la pelle morbida del dorso. Era una sensazione strana. Strana, ma bella. Anche troppo.
Will sfilò la mano. «Ci vediamo martedì.» Gli voltò le spalle e tornò in cucina. Avrebbe dovuto parlare con Thelma, non sarebbe stata troppo contenta. Inoltre, doveva trovare qualcosa da mettersi, il casual non si adattava al locale che Martin aveva scelto. Però poteva sempre declinare, no? Aveva un migliaio di scuse pronte, ma non era nel suo carattere fuggire.
Mentre la porta a vento si chiudeva dietro di lui, Will si sentì piuttosto euforico. Almeno avrebbe rimediato una cena con i fiocchi.

*

Martin uscì dal ristorante soddisfatto. Gli aveva strappato l'invito, dubitava che un uomo come quello si sarebbe tirato indietro, ora che aveva accettato. Almeno lo sperava.
Alzò una mano per chiamare un taxi. Una volta seduto sul sedile posteriore, pensò a Will e si sentì riscaldare. Avrebbe già voluto che fosse martedì. Quell'uomo aveva una strana influenza su di lui. Avrebbe dovuto combattere il desiderio, per quanto incredibile fosse.
Con un sospiro, si appoggiò allo schienale. Quella sera si sarebbe concesso un giro nei locali di Chelsea. Come lo ebbe pensato, si rese conto che la cosa non lo attirava. Non come prima.


13 dicembre

Martin era fermo in piedi davanti al 21. Era arrivato da pochi minuti, ma preferiva aspettare fuori, anche se il freddo gli stava congelando le guance. Sperò che il suo ospite non gli desse buca. Non sapeva con cosa sarebbe arrivato, ma gli sembrava maleducato rimanere dentro al caldo ad attendere il suo arrivo. C'era voluta tutta la sua forza di volontà per non tornare al ristorante. Aveva voglia di rivederlo, cosa che non era affatto comune, per lui.
Batté le mani per scaldarsele, anche se era del tutto inutile. La cappa di gelo che aveva avvolto la città non sembrava volersene andare.
Forse era meglio andare dentro, non credeva che Will si sarebbe offeso se fosse rimasto al caldo.
Il tepore lo avvolse immediatamente, quando si ritrovò nell'atrio. Un cameriere gli andò incontro, ma lui scosse la testa.
«Sto aspettando qualcuno.»
«Certo, signor Cobbs.» L'uomo si allontanò e Martin tornò a guardare la porta. Adesso erano cinque minuti di ritardo. La sua sicurezza vacillò: forse Will non aveva intenzione di uscire con lui, dopotutto. Se fosse stato semplicemente in ritardo, lo avrebbe chiamato. O forse no?
Serrò le labbra. Bell'idea aveva avuto, di incontrarsi lì. Avrebbe dovuto insistere per andarlo a prendere.
Trasse un respiro e la porta si aprì.
Will gli andò incontro, un berretto di lana scura schiacciato sulla testa e un giubbotto nero.
«Scusa il ritardo.» Si tolse il berretto e si ravviò i capelli. «Ho perso una corsa della metro, ho dovuto aspettare.»
Martin cercò di respirare, cosa che l'altro dovette notare, perché alzò un sopracciglio.
«Stai bene?»
«Cosa?» Lui si riscosse. Stava benissimo, ora che lo vedeva. Anche troppo. «Scusami tu per non averti aspettato fuori.»
«Hai fatto bene a entrare. C'è un freddo terribile. Potrebbe anche nevicare.»
«Davvero?» Martin lo scrutò in viso. La barba era più curata, forse accorciata. Diede una veloce occhiata dell'insieme: niente jeans né scarpe da ginnastica, ma pantaloni grigio scuro e scarpe nere. Era curioso di vedere cosa avesse sotto il giubbotto.
«Vuoi toglierti il giaccone?» Nel dirlo, cominciò a sbottonarsi il cappotto, fino a sfilarselo. Will lo imitò, rivelando un maglioncino nero a collo alto sotto una giacca di pelle scura. Era più che attraente.
«C'è qualcosa che non va?» La voce dell'uomo lo distrasse dai pensieri.
«Stai bene,» ammise. Will sorrise appena.
«Grazie. So che uno stile sportivo non è apprezzato, qua dentro.»
«Hai ragione.» Martin sorrise di rimando.
Consegnarono gli indumenti all'addetta del guardaroba ed entrarono nella sala ristorante. Era martedì e non era particolarmente affollata, tranne che per gli sgabelli al bar, quasi del tutto occupati.
«Carino,» commentò Will, guardandosi attorno.
«È un bel posto, si mangia bene.» Martin non aggiunse altro. Il giovane che gli stava venendo incontro gli aveva fatto bloccare le parole in gola.
«Qualcosa non va?» La domanda di Will era legittima, ma non riuscì a rispondergli.
«Signor Cobbs? Martin?» Il bel ragazzo alto e bruno sorrise, mettendo in mostra i denti bianchi.
«Antonio Alessandri,» disse lui. Certo che ne stavano capitando di coincidenze, ultimamente.
«Meno male, non ero sicuro fossi tu.» Il ragazzo gli tese la mano. «Ma sono solo Tony.»
Martin gli strinse la mano, poi vide avvicinarsi l'affascinante e brizzolato uomo che era al party con lui e che si mise al fianco di Tony.
«Nigel, ti ricordi di Martin? Al party di Grant, ad agosto?»
«Ma certo.»
Martin gli strinse la mano, poi si ricordò di Will, in paziente attesa al suo fianco. Si girò a guardarlo, alzando la testa fino a incontrare i suoi occhi blu.
«Tony, questo è il mio amico Will-» Si interruppe. Non conosceva il suo cognome.
«Will Scott,» si intromise lui, tendendo la mano ai due uomini.
Tony sorrise. «Il mio fidanzato, Nigel Howard.»
Martin cercò di sorridere. «Non immaginavo di trovarvi qui.»
Nigel reclinò la testa, guardando da lui a Will. «Siamo qui con Grant Arnold.» Quasi avesse sentito il suo nome, il magnate comparì al loro fianco.
«Ah, ecco dove siete.»
Martin si sentì lo sguardo dell'uomo più anziano addosso. Sapeva di non andargli a genio, alle feste gli parlava a malapena.
«Cobbs.» Gli strinse la mano con cortesia, ma il suo volto restò serio. «Sei in compagnia.»
Lui si schiarì la voce. «Il mio amico Will Scott.» Si accorse dello sguardo che Arnold rivolse all'uomo al suo fianco e quasi si pentì di averlo portato lì.
«Lavora a Wall Street anche lei?» La domanda sottintendeva un sacco di cose, nessuna delle quali gentili, ma Will sorrise appena.
«No, signore. Lavoro come cuoco in un ristorante al Village.»
«Oh, ma senti.» Arnold sorrise per la prima volta. «E come ha fatto a conoscere Cobbs?»
Stava diventando tutto molto imbarazzante. Martin stava quasi per interrompere lo scambio di battute, rendendosi poco cortese e trascinando Will al loro tavolo, quando sentì una mano gentile ma ferma posarsi sulla sua schiena e rimanervi. Un senso di calore si propagò da quel tocco fino ad arrivargli al petto.
«Ho salvato Martin da un pestaggio, così lui, per ringraziarmi, mi ha offerto una cena.» La voce profonda e roca lo accarezzò e lo tranquillizzò.
«È una cosa carina,» interloquì Tony, scrutandolo. Martin annuì.
«Non sapevo cosa fare, per sdebitarmi. Will è refrattario a qualsiasi segno di riconoscenza.»
L'interessato sorrise, mantenendo la mano dov'era. Martin non sapeva che pensare, tranne che si sentiva assolutamente al sicuro, e anche molto eccitato. Sperò che la giacca nascondesse abbastanza.
«Un uomo tutto d'un pezzo,» fu il commento di Arnold. Continuava a guardare Will e questi non aveva ancora abbassato lo sguardo.
«Cerco di esserlo.»
Il magnate annuì. «Mi piace, ragazzo. È raro trovare degli uomini disinteressati, al giorno d'oggi.»
Era una frecciata? Doveva commentare? Martin sapeva di non essere nelle grazie di Arnold, sebbene avesse alle dipendenze diversi agenti di borsa che si occupavano dei suoi investimenti. Non sapeva perché proprio lui non gli andasse a genio.
«Vogliamo andare al nostro tavolo?» chiese, ma gli uomini lo ignorarono.
Arnold era ancora occupato a fare domande a Will.
«Ha studiato per diventare cuoco?»
«No, signore. Ho risposto a un annuncio dopo che mi sono congedato. Non è un ristorante vero e proprio, più una tavola calda.»
Martin lo guardò. «Congedato?»
Gli occhi blu si fissarono nei suoi. «Sì. Ero nell'esercito.»
«Interessante.» Nigel Howard sorrise e si spostò. «Grant, Tony, dobbiamo andare.» Tese la mano e la strinse a lui e Will, gli occhi azzurri assolutamente sereni. «È stato un piacere.»
Tony li salutò, ma Grant Arnold si fermò un attimo. «Quale ristorante, al Village?»
«”Da Thelma”.» Will sorrise. Quando lo faceva era magnifico. Martin si chiese se sarebbe sopravvissuto a quella serata.
«Hmmm... magari uno di questi giorni potrei venire a pranzo lì.»
«Gli hamburger sono più che mangiabili,» ribatté Will.
L'uomo anziano rise. «Allora vale la pena provarci. Buona serata.» Si accomiatò e seguì gli amici. Mentre lo guardava andarsene, Martin ricominciò a respirare.
«Tutto bene?» La voce roca era vicina al suo orecchio. Quasi saltò quando la sentì. «Ehi, mi sembri un po' turbato.»
Aveva le guance accaldate. Forse era colpa dello sbalzo di temperatura dall'esterno all'interno. Martin cercò di sembrare sicuro di sé.
«Va benissimo.»
«Poco fa non sembrava.»
Già. Indossò la sua faccia più indifferente e fece un cenno. «Andiamo al tavolo. Ti ho promesso una cena.»

*

Will scese alla sua fermata e camminò lungo la banchina per arrivare alle scale. Aveva mangiato dell'ottimo cibo, ma la conversazione aveva lasciato un po' a desiderare. Martin Cobbs sembrava aver perso da qualche parte la maschera dell'uomo d'affari disinvolto e smaliziato, cercando di assumerne un'altra senza ottenere successo. Qualcosa lo aveva turbato, forse l'incontro con quei presunti amici non era stato molto piacevole, anche se condito da strette di mano e sorrisi cortesi. Soprattutto quando era arrivato Grant Arnold. Tra quei due non correva buon sangue, ma Will non avrebbe saputo dire di più. Martin non ne aveva parlato.
Si era reso conto che l'uomo nascondeva qualcosa, ma non aveva ancora capito cosa fosse. Di certo, dietro il tentativo di offrirgli una ricompensa e poi la cena c'era il tentativo di farsi piacere. Come se ne avesse avuto bisogno. Aveva bellezza, soldi, una posizione: era da invidiare, eppure sembrava essere lui a invidiare gli altri. Nella fattispecie, quel ragazzo, Tony, e il suo fidanzato che, tra l'altro, stavano molto bene insieme.
Dopo il dessert, Will aveva annunciato che sarebbe andato a casa. L'indomani era di turno per le colazioni, avrebbe dovuto alzarsi prima del solito. Martin si era riscosso quel tanto che bastava per ringraziarlo di avere accettato. Poi, Will aveva sorpreso se stesso chiedendogli se avrebbe voluto il suo numero. Cobbs era sembrato stupito, ma aveva accettato e se lo era salvato nella rubrica del telefono.
Mentre saliva le scale, Will si chiese se lo avrebbe chiamato, ma ne dubitava. La novità si era dissolta, Martin si era sdebitato. I loro mondi sarebbero tornati a correre paralleli, senza convergere più.

14 dicembre

Martin aveva passato la notte girandosi e rigirandosi nel letto. Alle sei si era alzato e aveva preparato il caffè. Mentre se ne stava seduto al bancone della cucina, aspettando che fosse pronto, aveva fissato lo schermo dello smartphone chiedendosi se la serata avrebbe potuto essere peggiore. Eppure... l'unico ricordo che meritava di restare era quello di una mano calda posata sulla sua schiena. Il calore lo pervase di nuovo, come se fosse stato marchiato. Era una bella sensazione.
Will gli aveva dato il suo numero. Per quattro giorni, Martin si era aspettato una telefonata o un messaggio, ma non c'era stato niente, a parte l'appuntamento già fissato. Ora, quell'uomo, che minacciava di entrargli dentro senza che se ne rendesse conto, gli aveva fornito i mezzi per contattarlo. Oh, era sicuro che l'altro non se lo aspettasse, forse era come Arnold, assolutamente rigoroso e severo: in fondo, erano sembrati andare d'accordo, mentre parlavano. O forse era lui, con la sua insicurezza di fondo, mai completamente scomparsa nonostante i successi lavorativi, a  essere diffidente nei confronti di chi gli si avvicinava senza chiedergli niente in cambio.
Aveva passato anni a scavarsi un fossato intorno e a delimitare i confini. Nessuno gli era mai andato troppo vicino. Almeno fino alla sera prima.
Si versò una tazza di caffè e prese il telefono. Compose il messaggio in fretta, prima di cambiare idea. Una volta fatto, lo appoggiò sul tavolo e finì il caffè. Era ora di prepararsi e andare in ufficio.

*

Grazie per la serata. È stata bella. Mi piacerebbe rivederti, ma se non vuoi, capirò. Martin.

Will lesse due volte il messaggio. Durante la mattina non aveva avuto tempo. Il messaggio era stato inviato poco dopo le sei, Martin doveva essersi alzato presto.
Era sorpreso. Alzò lo sguardo sulle file di pentole ben allineate, lucenti, senza vederle. Ricordava solo il corpo rigido accanto a sé, il suo tentativo di sostenerlo, la stoffa morbida della giacca quando gli aveva posato la mano sulla schiena e i muscoli tesi sotto di essa. Quell'uomo lo attraeva, anche se sapeva che non avrebbe dovuto. C'era qualcosa di dolce e indifeso, in lui, nascosto sotto la scorza cinica.
Avrebbe dovuto voltare pagina e dimenticarsi di Martin, come gli suggeriva la sua parte razionale, ma l'altra parte, quella più sensibile, era intrigata. Voleva rivederlo.
Quegli occhi verdi erano limpidi, quando si scordava di essere un uomo d'affari alle prese con milioni di dollari. Will avrebbe voluto che fossero sempre così luminosi, ma qualcosa gli diceva che lui non fosse abituato a lasciarsi andare. In nessun caso. Eppure, per quanto il messaggio potesse essere stato costruito ad arte, conteneva una richiesta che lui non voleva ignorare. Così, forse avrebbe potuto sapere che cosa lo legava agli uomini incontrati la sera prima e cos'erano per lui. E perché ne fosse rimasto turbato.
Cominciò a digitare il messaggio e sorrise. Lo avrebbe sorpreso, pensò. E lo avrebbe fatto sorridere. Ne aveva bisogno, e anche lui, solo per vedere quella luce negli occhi di Martin.

15 dicembre

Will aspettava fuori del Caffe Reggio. I ruoli si erano invertiti, ma non gli dava molta importanza. Quella serata non era un modo per ringraziare qualcuno, bensì per conoscersi. Voleva farlo, perché sentiva che forse ne valeva la pena. Sperò che fosse davvero così.
La gente entrava e usciva dal locale e, quando la porta si apriva, sentiva la musica. A Martin sarebbe piaciuto.
Un taxi si fermò accanto al marciapiede e ne uscì proprio lui. Niente cappotto, quella sera, ma un giubbotto di pelle nera. Non aveva berretto, e i capelli castani sembravano arruffati.
Martin chiuse la portiera e lo raggiunse.
«Ciao! Aspetti da molto?»
Will scosse la testa. «Qualche minuto. Andiamo dentro?»
Il locale era affollato, il bancone del bar pieno. Si spinsero tra la gente per raggiungere un angolino e si appoggiarono alla superficie lucida. Il caldo li aveva già avvolti.
«Cappuccino?» chiese Will, abbassandosi verso l'uomo al suo fianco. Il profumo della colonia gli accarezzò le narici. Gli occhi verdi incontrarono i suoi e ammiccarono. Accidenti, si stava eccitando.
«E cosa, sennò?»
Will si concesse di osservarlo un attimo. Quello non sembrava l'uomo che aveva conosciuto poco più di dieci giorni prima. Sembrava più giovane, spensierato. Contento.

Martin non era mai stato al Caffe Reggio. Il Village lo conosceva bene, ma non certi locali. Mentre si guardava attorno e osservava la gente, si chiese cosa mai si fosse perso. Will era riuscito a ordinare due cappuccini e li stavano aspettando, in piedi vicino al bancone. Non c'erano tavolini liberi, ma, una volta in possesso delle loro tazze, si spostarono per riuscire a berli e a parlare un po'.
Will si era già liberato del giubbotto, e lui lo guardò di sottecchi: le spalle larghe, enfatizzate dalla maglia nera, i fianchi stretti, le gambe lunghe. Era stupendo. Deglutì un sorso di cappuccino insieme al desiderio improvviso di essere aggrovigliato a lui.
«Tutto bene?»
Martin alzò la testa per guardare negli occhi blu. Glielo chiedeva davvero troppo spesso.
«È buono,» si risolse a dire, alzando la tazza. «Diverso.»
«Sì. Piace molto anche a me.» Will ammiccò. «Mi fa piacere che tu abbia accettato di uscire.»
Come faceva a dirgli che il cuore aveva quasi smesso di battergli, quando aveva letto il suo messaggio? Non si aspettava di vederlo ancora. Da quando aveva cominciato a tormentarlo perché accettasse l'invito a cena, tutte le sue abitudini erano state sconvolte. Niente più locali a Chelsea, gli bastava pensare per un attimo all'alto uomo che ora aveva al fianco per sentirsi travolgere dal desiderio. E non era neanche sicuro che Will fosse gay.
«Mi sembra di vedere le rotelline girare.» La voce profonda interruppe i suoi pensieri. «Non mi sembri felice di essere qui.»
«Ti sbagli.» Martin bevve un sorso. «Lo sono. È solo che-» Alzò le spalle, interrompendosi. «Non mi sembrava di esserti simpatico,» terminò, a bassa voce.
«Lo sei. Quando smetti di fare lo stronzo,» ribatté Will. Si abbassò verso di lui. «Quando smetti di pensare a cosa vorrebbe la gente da te.»
Avrebbe dovuto sentirsi offeso? Martin inarcò le sopracciglia. Quell'uomo lo leggeva come se fosse un libro aperto.
«Sono stato uno stronzo, vero?»
L'altro rispose con una breve risata. «Abbastanza. Ma non per molto.»
«Ah, sì?»
Will annuì. «L'altra sera, al ristorante. Quando hai visto quel ragazzo, sei cambiato.» Sembrò esitare un momento, poi continuò: «Ti piace, non è così?»
Martin avrebbe voluto non rispondere. In fondo erano affari suoi. Tuttavia, la domanda era legittima, e sapeva di avere perso un po' del suo formidabile controllo, quella sera.
«No,» rispose. Sorrise appena allo sguardo perplesso dell'altro. «Non mi fraintendere, è un gran bel ragazzo, ma è già occupato, e di solito non mi intrometto in una coppia.» Chinò lo sguardo sulla sua tazza vuota. Sentiva la gente parlare, ma era conscio soltanto della presenza di Will. «Forse è stata la sorpresa di trovarli lì.» Non era tutta la verità, ma non gli avrebbe mai detto qual era il suo più profondo desiderio.
Doveva trovare il modo di cambiare argomento.
«Da quanto lo sai?»
«Sai cosa?»
Martin alzò le spalle. «Di essere gay.»
«E cosa ti fa pensare che lo sia?»
Lui spalancò gli occhi. Aveva equivocato? Lo aveva dato per scontato, la sera al ristorante, quando quella mano calda si era posata sulla sua schiena. Era un gesto troppo intimo.
Will rise. «Non fare quella faccia.» Finì di bere il suo cappuccino e posò la tazza sul bancone. «Quando ho cominciato a trovare più interessante il ragazzo di mia sorella invece delle sue amiche, ho capito di avere un problema. Avevo sedici anni, più o meno.»
«E l'esercito?»
«Quando ho voluto arruolarmi o per il fatto di essere quello che sono?»
Martin alzò le spalle. «Entrambe le cose.»
«Avevo appena finito il liceo, ma non volevo andare al college. Sono capitato per caso davanti a un ufficio di reclutamento. Fine. Per quanto riguarda il resto, penso siano solo fatti miei.» Gli diede un colpetto con la spalla. «E tu?»
Martin fece una smorfia. «Ero al liceo anch'io,» si limitò a dire. Era più impegnato a capire come abituarsi alle case famiglia e alle persone che lo accoglievano. Will aveva avuto una vita normale, al contrario della sua.
«Di dove sei?»
Martin posò la tazza quasi troppo forte. Per un attimo temette di averla rotta. Non voleva parlare del suo passato, era un capitolo che riteneva chiuso. Poi sospirò. Era passato, no? Adesso era un professionista affermato, doveva solo affrontare il presente.
«Brooklyn, credo.» Lo sguardo perplesso di Will gli fece desiderare di scappare. «Ho cominciato a entrare nel circuito delle case famiglia quando avevo tre anni. Ne sono uscito a diciotto. Lavoravo e studiavo. Mi sono laureato summa cum laude a ventiquattro. E ora eccomi qui.» Guardò verso la porta d'ingresso. «A ventisei avevo già saldato il debito studentesco.» Alzò lo sguardo sull'altro uomo. «Vuoi sapere altro?»
«No. Credo che basti. Andiamo via.» Will fece un cenno verso uno dei baristi e pagò le loro consumazioni, prima che lui potesse anche solo parlare. Poi lo prese per un braccio e passarono tra la gente fino a guadagnare l'uscita.
L'aria gelida li accolse e Martin si rese conto di aver trattenuto il respiro.
«C'è sempre così tanta gente?»
«Nei fine settimana anche di più.»
Deglutì. Parlare di se stesso non gli piaceva, e a Will non doveva essere piaciuto starlo ad ascoltare. Martin si preparò a cercare un taxi.
«Domani mattina è il mio turno delle colazioni.»
Martin annuì. Un modo gentile per dirgli che la serata, e anche tutto il resto, era finito.
Will gli si mise davanti, e lui fissò per un attimo la barba, prima di alzare lo sguardo.
«Domani sera finisco tardi, ma sabato si chiude alle dieci. Potremmo prendere un altro cappuccino, se vuoi, o andare al Bitter End, in Bleecker Street.»
«Non sei obbligato a uscire con me, Will. Sarai stanco. Non c'è bisogno di-»
Labbra calde gli fecero morire le parole in gola. Martin sbatté le palpebre, prima di abbandonarsi contro il petto dell'altro. Il bacio finì prima che lui riuscisse ad abituarsi al contatto. Will si raddrizzò.
«Sabato sera. Ci vediamo per le undici. E smettila di preoccuparti, o comincerò a chiedermi se hai un gemello da qualche parte.»
Lui alzò le sopracciglia, ma l'altro sorrise. «Forse i pugni sono stati troppo forti. Ti hanno cambiato la personalità.»
O forse era la sua vicinanza. Ma non glielo avrebbe detto, nossignore. Non era sicuro di quello che gli stava succedendo, al momento.

21 dicembre

Il lavoro al ristorante era stato piuttosto impegnativo, in quei giorni. La corsa ai regali non si era fermata, anzi, era peggiorata. Le persone impegnate negli acquisti si concedevano una pausa alla tavola calda, e il locale era sempre pieno.
La sera, per fortuna, si chiudeva puntuali. La neve aveva cominciato a cadere, poi si era trasformata in una pioggerellina gelida, poi di nuovo in neve. Faceva un freddo cane, secondo Thelma. Will non aveva replicato, ma era d'accordo, soprattutto quando gli capitava di aspettare Martin fuori da un locale. Avevano continuato a vedersi, nonostante Will avesse intuito che per Martin fosse stata una sorpresa scoprire che non gli importava un fico secco da dove venisse o dove avesse vissuto. Incominciava a conoscerlo, a scalfire l'armatura di cui si era rivestito. Non doveva essere stato facile, per lui, arrivare al punto in cui era grazie solo alla propria forza di volontà. Molti dei colleghi avevano un solido background famigliare alle spalle: Martin non glielo aveva detto chiaramente, ma da qualche parola che si era lasciato scappare, Will aveva capito. Però non sembrava esserci invidia o gelosia, nei discorsi dell'uomo: era solo un dato di fatto. Tutt'altra storia era ciò che provava Martin nei confronti del ragazzo italiano e del suo fidanzato. Non ne voleva parlare. Will aveva lasciato perdere, qualsiasi cosa pensasse Martin, era affar suo.
Non l'aveva più baciato, anche se moriva dalla voglia di farlo, e dall'altra parte non c'erano stati tentativi per ripetere l'esperienza. Non sapeva se quel bacio avesse alzato una barriera ulteriore, o fosse stato la molla per avvicinarli di più. Martin Cobbs continuava a essere un enigma, per quanto riguardava i sentimenti o le relazioni.
Thelma aveva deciso di tenere chiuso il locale dal venerdì fino al lunedì dopo Natale. Era un'occasione troppo ghiotta per rinunciarci: Will voleva passare qualche giorno a casa, e la festa sarebbe stata ancora meglio, in famiglia.

*

Martin stava aspettando davanti al Caffe Reggio: Will era in ritardo. Sapeva che avevano molto più lavoro in quei giorni, ma, anche se si vedevano per pochi minuti e non tutte le sere, gli bastava. Quell'uomo era diventato parte delle sue giornate, se non della sua vita, e Martin cominciava a spaventarsi: non aveva mai desiderato vedere qualcuno come succedeva ora con Will, ma non era solo quello a turbarlo. Era il piacere con cui lo ascoltava, era il calore che sentiva quando lo guardava. Uscire con lui, anche per poco, era sufficiente a non farlo sentire più come se stesse galleggiando in una bolla di indifferenza. Gli faceva desiderare di sporgersi e buttarsi, in un volo libero. Lo faceva sentire vivo. Forse era per questo che pensava alle feste in arrivo con un misto di angoscia e aspettativa. Non sapeva cosa avrebbe fatto Will, ma sperava che si sarebbero visti comunque.
«Ciao!»
Martin sorrise, sentendo le guance tirare per il freddo. Lo guardò venirgli incontro, il berretto ben calcato sulla testa, imponente come sempre. Non gli era mai capitato di sentirsi piccolo come da quando conosceva quell'uomo.
«Ciao. Tutto bene al lavoro?» gli chiese, mentre afferrava la maniglia della porta.
Will annuì. «Tu?»
«Bene.» Il calore del locale li avvolse, mentre si dirigevano verso il bancone.
Martin aveva sviluppato una dipendenza per quel cappuccino. Il bar era diventato il loro ritrovo abituale. Persino i baristi li riconoscevano, ormai. Pochi minuti dopo essersi appoggiati al bancone, due tazze fumanti erano posate davanti a loro. Sulla schiuma bianca avevano spolverato del cacao.
Martin mescolò la bevanda e si portò la tazza alle labbra: era un calore piacevole, dopo il freddo.
«Buono,» mormorò.
Will annuì e lo fissò, poi allungò la mano e con il pollice gli sfiorò il labbro superiore. Scariche di piacere gli si riversarono lungo la schiena.
«Schiuma,» spiegò l'altro, alla sua occhiata interrogativa.
Ridacchiò, prendendo un tovagliolino e pulendosi le labbra. «Grazie.»
«Thelma ha deciso di chiudere, a Natale,» lo informò Will.
«Davvero?» Era il momento di chiedergli quali fossero i suoi programmi. Non che viaggiare fosse il massimo, in quei giorni, ma la prima classe, su un aereo, era sempre mezza vuota. Sempre che il tempo rimanesse stabile.
«Vado dai miei, a Staten Island.»
Martin lo guardò per un istante. La delusione gli fece sembrare amaro il cappuccino che stava finendo di bere.
Will si sporse verso di lui. «Tu che programmi hai?»
«Non saprei. Non ho ancora deciso.» Martin posò la tazza. «Probabilmente, farò un giro in qualche locale.» Sembrava patetico, detto così, ma era la realtà. Non aveva amici intimi, non aveva una famiglia. Non aveva niente. La verità di quell'affermazione gli fece stringere il cuore come non era mai successo negli anni precedenti. Si era sempre accontentato, accettando l'invito a qualche festa dove non si era mai divertito veramente.
«Vieni con me.»
L'ultimo sorso gli andò di traverso. Tossì e Will gli batté la mano sulla schiena, poi lo guardò, con gli occhi lacrimanti.
«Stai scherzando.» La voce gracchiante fece sorridere l'altro, che gli tese un tovagliolo.
«No. Se non hai programmi, puoi venire con me. Mia madre non vede l'ora di rimpinzarci come maiali e papà avrà una vittima in più da spennare a poker. Vieni. Ho una famiglia che ti farà ammattire, ma ti divertirai.»
Oh, era molto tentato.
«Non posso.»
«Perché?» gli chiese Will. «Hai paura che ti butti nell'Hudson? Soffri il traghetto?» Si chinò verso di lui. «Dammi una valida alternativa a queste vacanze, e prometto che non te lo chiederò più.»
Non ce l'aveva. «Non voglio disturbare.»
«Una scusa debole, amico. Qualcosa di più solido?»
Martin scosse la testa. Dov'era finito lo stronzo che pensava a se stesso come prima cosa? Non si era imposto, ma una festa in famiglia era qualcosa che dubitava fosse adatta a lui.
«Vieni,» ripeté Will. Le sue dita gli sfiorarono la guancia. «Se dovessi annoiarti, potrai sempre dare la colpa a me.»
Martin percepì il calore sulla pelle anche dopo che Will ebbe tolto la mano. Si stava abituando a quel calore.
«D'accordo. Verrò con te, ma, se tua madre dovesse risentirsi, non mi farò scrupoli di darti la colpa.»
«Affare fatto.»

23 dicembre

Will si sistemò la borsa sulla spalla e si girò a guardare le porte del terminal. Martin non si vedeva. Si erano dati appuntamento per le nove, e sperò che non avesse cambiato idea. Non gli aveva mandato messaggi in quel senso, ma un ripensamento dell'ultim'ora poteva esserci. Avrebbe preferito saperlo, però. A breve sarebbe partito un altro traghetto, e lui continuava ad aspettare.
Le porte si aprirono e comparve Martin, quasi correndo. Vederlo vestito con un paio di scarponcini e in jeans lo fece sorridere: per uno come lui, abituato a giacca e cravatta, doveva essere un bel cambiamento.
Martin lo vide e gli sorrise, mentre gli andava incontro. Gli occhi verdi brillavano e aveva le guance rosse per il freddo.
«Scusa il ritardo. Trovare un taxi è stato un'impresa, e il traffico ha fatto il resto.»
Will annuì. «Tra poco saliamo.» Diede un'occhiata al trolley e ammiccò. «Niente completi eleganti, vero?»
Martin scosse la testa. «Ho seguito le tue direttive. Solo casual e sportivi.»
«Bravo.» Will si girò e vide la gente incamminarsi verso l'uscita e il molo. «Andiamo.»
Si avviarono, le spalle vicine, e Will percepì il sollievo invaderlo, oltre all'euforia. Era felice di andare a casa, era felice che Martin fosse con lui. La sera prima aveva chiamato sua madre per avvisarla. Quando le aveva detto che avrebbe portato un ospite, lei aveva gridato.
«Chi è? Lo conosco? Cosa fa?»
«È un amico, mamma. Lavora a Wall Street. Non aveva programmi per Natale e l'ho invitato a venire con me. E no, non lo conosci.»
«C'è qualcosa che devi dirmi, Will?»
«No, mamma. Niente di particolare.»
Era andata avanti un'altra mezz'ora, ma lui non le aveva dato soddisfazione. Non aveva mai avuto una relazione degna di questo nome, e non aveva di sicuro mai portato a casa nessuno. I suoi lo avevano accettato così com'era, l'amore che gli avevano sempre dimostrato era rimasto immutato. Bastava che stesse bene. Persino suo padre, poliziotto in pensione, non aveva fatto altro che alzare le spalle. L'unica cosa che ancora gli rinfacciava, a volte, era di non aver seguito le sue orme e quelle del fratello maggiore: non era diventato poliziotto come loro, il nonno e il bisnonno, ma si era arruolato nell'esercito. Lui era contento così. Probabilmente, i geni da poliziotto avevano disertato, con lui.
Il traghetto era pronto. Salirono dietro al resto delle persone, l'aria fredda che li spingeva a muoversi. Durò pochi minuti, poi si ritrovarono nella grande cabina. Cercarono dei posti e si sedettero uno di fronte all'altro, la borsa e il trolley di fianco a loro.
«Hai preso una valigia davvero grande per tre giorni soltanto,» commentò Will.
Martin ammiccò. «Sono previdente.»
«Ti vuoi cambiare per i pasti?»
L'altro gli diede una pacca sulla coscia. «Lasciami le mie abitudini.»
«D'accordo, uomo abitudinario,» ridacchiò Will, mettendosi comodo. Dai finestrini non riusciva a vedere molto. «Vuoi salire un attimo?»
«A vedere la città?» Martin sorrise. «C'è un freddo terribile, ma sì, sarebbe carino.»
Il traghetto cominciò a staccarsi dal molo. Presto avrebbero avuto una vista spettacolare.
«Forza, allora.»

*

Il viaggio era durato poco meno di trenta minuti, metà dei quali li avevano passati sul ponte a guardare il panorama. Will lo conosceva a memoria, ma si sentiva emozionato a osservare lo skyline di Manhattan insieme a Martin. Questi gli aveva indicato la Statua della Libertà, prima di appoggiarsi al parapetto in silenzio. Un silenzio che non gli era pesato, spalla a spalla con l'uomo che aveva invitato a casa dei suoi senza nemmeno conoscerlo davvero. Eppure era come se lo conoscesse da sempre. La luce che vedeva negli occhi verdi lo ripagava dei dubbi che lo avevano tormentato.
Quando scesero dalla passerella, seguendo la fiumana di gente, fu contento di essere tornato a casa. Una volta oltrepassati i tornelli per uscire dal terminal, Will vide suo padre vicino all'uscita. Lo indicò a Martin e si affrettarono verso di lui.
«Ciao, papà.» Will lo abbracciò, sentendosi stringere a sua volta. Quando si staccò, vide gli occhi blu del padre sorridere. Si girò verso Martin, rimasto in disparte.
«Papà, lui è Martin. Martin, Jim Scott.»
I due uomini si strinsero la mano, prima di uscire dal terminal. Jim aveva parcheggiato poco distante e presto furono seduti in auto, il riscaldamento al massimo.
«E così, lavori a Wall Strett.»
Suo padre aveva già cominciato a indagare, come il suo solito.
«Sì, signore.» Martin ricambiò il suo sguardo, quando si girò sullo schienale con uno sguardo di scuse.
«Chiamami Jim. Mi fai sentire più vecchio di quello che sono.»
Martin sorrise. «D'accordo.»
«E com'è la vita laggiù?»
«Ansiosa,» rispose lui.

*

Sua madre era in cucina, quando arrivarono. Posati borsone e trolley nell'ingresso, si diressero verso l'origine del profumo di cibo che sentivano.
Will le arrivò alle spalle e la strinse brevemente, facendola girare su se stessa.
«Era ora che arrivassi, Will Scott!» lo salutò, dandogli un bacio sulla guancia. «Ancora con questa barba. Te lo giuro, uno di questi giorni te la taglio mentre stai dormendo.»
Will rise e si spostò per presentarle Martin. «Dormirò con un occhio aperto, allora.» Le indicò l'amico fermo appena oltre la soglia. «Mamma, lui è Martin.»
Martin si avvicinò tendendole la mano, ma lei sorprese entrambi abbracciandolo. «Benvenuto, Martin,» gli disse, quando si fu allontanata. Will ne fu segretamente compiaciuto, ma si rese conto che Martin era rimasto spiazzato e imbarazzato dall'accoglienza. Non se l'aspettava, probabilmente.
«Grazie, signora Scott. Felice di conoscerla.»
Lei sorrise. «Chiamami Maddy.» Si girò verso di lui e Will si accorse delle mille domande che avrebbe voluto rivolgergli dal suo sguardo. «È presto, ancora, ma avete fame? Volete fare colazione?»
Martin cominciò a scuotere la testa, ma Will annuì. «Hai delle sfogliatelle?»
«Ma certo.»
«Mamma fa le migliori sfogliatelle del mondo,» sussurrò a Martin, che lo guardava con quegli occhi verdi luminosi.
«Merito delle mie origini italiane,» ribatté Maddy, girandosi e porgendo un piccolo vassoio con i dolci. «Ricetta tramandata di madre in figlia, Martin. Prendile, le ho fatte stamattina.»

*

Martin aveva la lingua legata. Non era mai stato trattato in modo così famigliare nemmeno quando arrivava in una nuova casa famiglia. Doveva solo seguire le regole, l'affetto e il calore non erano contemplati. Conosceva questa nuova famiglia da meno di cinque minuti e già aveva guadagnato un abbraccio e un dolce. Seduto al tavolo della cucina con Will e sua madre che si punzecchiavano a vicenda, si sentì a casa. Un'emozione strana, sconosciuta. Guardava l'uomo che lo aveva invitato e non poteva fare a meno di chiedersi quanto fosse stato fortunato quella notte a incontrarlo. Botte a parte.
«Ho preparato la camera di Lizzy per Martin, se si adatta a dormire in mezzo a tutto quel rosa. La tua è pronta come sempre.»
Martin si sentì in dovere di intervenire. «Mi scuso se le ho causato del disturbo.»
Maddy Scott rise. «Nessun disturbo. È bello avervi qui.» Si girò a controllare le pentole sul fornello, prima di guardarli. «Perché non porti Martin di sopra a disfare la valigia? Ci vorrà ancora un po' per il pranzo.»
Martin si alzò dopo Will e lo seguì nell'ingresso a prendere le loro valigie. «Non mi avevi detto che avevi una sorella,» gli disse sottovoce. In realtà non ne avevano parlato, Martin aveva dato per scontato che Will fosse figlio unico.
«Ne ho tre,» rispose lui, mentre salivano le scale. «E un fratello.»
Martin si fermò. «Addirittura.»
Will si girò a guardarlo. «Mark è il maggiore. Poi Karen, io, Jo e Lizzy.»
«Wow. Una grande famiglia,» commentò Martin. Erano arrivati al piano superiore e Will gli stava facendo strada lungo il corridoio, prima di fermarsi davanti a una porta  con dei fiori attaccati al legno. Doveva essere la camera di Lizzy.
«Mark, Karen e Josephine sono sposati. Ho tre nipoti.» Will gli sorrise. «Sì, ho una grande famiglia.»
«È... bello.» Lui non sapeva se esserne spaventato o contento.
« Quando siamo tutti riuniti c'è un caos terribile, ma sì, è bello.» L'uomo allungò la mano e gli strinse la spalla. «Entra, disfa la valigia, poi ti faccio vedere dov'è il bagno.» Si girò per andare verso la fine del corridoio, ma lui lo fermò.
«Will.» Gli occhi blu lo fissarono e Martin sorrise. «Grazie per avermi invitato.» Alzò le spalle. All'improvviso si sentiva la gola ostruita. Dov'era finito il pragmatico e cinico agente di borsa che era stato fino a poche settimane prima?
«Sono contento che tu abbia accettato,» rispose Will.


24 dicembre

Martin  seguì le voci e raggiunse la cucina. Aveva dormito più del solito e Will non l'aveva svegliato. Era davvero poco cortese restarsene a letto in una casa che non era la sua, ma la sera prima si era attardato a chiacchierare con i genitori del suo amico e le ore erano passate. Sorrise: non chiamava qualcuno amico da parecchio tempo, anche se sospettava che Will fosse qualcosa di più per lui. Altrimenti non si sarebbe potuto spiegare il batticuore ogni volta che lo vedeva. Erano emozioni nuove, ma che gli piacevano.
Entrando nella cucina di casa Scott, si accorse che Maddy era sola, con la radio accesa.
«Buongiorno,» lo salutò la donna, vedendolo. Fece un cenno in direzione del bancone. «Vieni a sederti, ti preparo il caffè.»
«Buongiorno.» Era in imbarazzo, mentre eseguiva l'ordine. «Mi scuso, non volevo alzarmi così tardi.»
«Will non ha voluto svegliarti. Ha detto che eri molto stanco.»
In effetti, aveva lavorato più del solito, in quei giorni, per poter chiudere le trattative con i clienti prima di concedersi un po' di riposo.
«Grazie.» Si guardò attorno. «Will dov'è?»
«Fuori con suo padre. Fa' colazione, poi potrai raggiungerli.» Gli mise davanti un piatto con uova strapazzate e bacon e lui sentì l'acquolina in bocca.
Maddy gli porse una tazza di caffè e si sedette accanto a lui.
«Sono contenta che Will ti abbia portato qui.»
Martin annuì. «È stato piuttosto insistente.»
«Una testa dura, come suo padre.» Lei sorrise. «Ci tiene a te, Martin.»
La guardò, incerto su cosa dire. Essere invitato era stata una sorpresa, l'accoglienza che aveva ricevuto ancora più inaspettata.
«Will non ha mai portato nessuno a casa,» continuò Maddy. «Amici o... altro.» Gli sfiorò la mano con la sua. «È sempre stato piuttosto riservato, per quanto riguarda i suoi pensieri, ma il fatto di averti chiesto di venire qui per le feste è lampante.»
Martin mangiò un boccone, pensando a cosa dire. Era stato un gesto disinteressato, gentile. Will sapeva che non avrebbe avuto nessuno con cui passare quel periodo. Diamine, non aveva appeso nemmeno una decorazione nel suo appartamento.
«Gli avevo detto che sarei stato da solo,» iniziò. «Probabilmente ha avuto compassione di me.»
Maddy si mise a ridere. «Di Will si possono dire un sacco di cose, ma che faccia qualcosa per compassione proprio no.» Si alzò per prendere una tazza di caffè per sé e si risedette. «È sempre stato molto riflessivo. Ha preso le sue decisioni dopo averci pensato a lungo, come quando si è arruolato: ci ha impiegato un mese, prima di dirci che pensava di entrare nell'esercito. Se è arrivato al punto di invitarti, vuol dire che sei importante per lui.»
Martin strinse appena le labbra. Lo aveva immaginato, ma sperarlo era tanto. Troppo. Non era mai stato importante per nessuno.
«Anche lui è importante per me,» si decise a dire. Stava davvero parlando dei suoi pensieri più intimi con la madre del suo amico? Non si era mai aperto con un'altra persona come stava facendo adesso con quella donna dallo sguardo gentile. «Mi ha dato fiducia malgrado il nostro incontro sia cominciato con il piede sbagliato.» Scosse la testa, poi prese un sorso di caffè e mangiò il resto delle uova. Cosa doveva dire? Non sapeva da dove cominciare.
«Will si affida molto al suo istinto. Quando gli chiedevo come sapesse di fare la cosa giusta, lui mi guardava e mi diceva “Lo so e basta”.» Maddy prese un respiro. «Te l'ho detto, pensa molto, a volte anche troppo, ma se sa o sente di essere nel giusto, allora va avanti. Con te ha fatto la stessa cosa.» Gli accarezzò la mano. «Non importa che tu non abbia avuto una famiglia, questo non fa di te un perdente, Martin. Hai studiato, ti sei dato da fare, hai raggiunto i tuoi traguardi. Will questo lo sa e, credimi, perché lo conosco, non gli importa.»
Martin la guardò, guardò quella mano sottile posata sulla sua. La sua determinazione era stata la sua salvezza, tanti anni prima: gli aveva permesso di avanzare, passo dopo passo, verso gli obiettivi che si era prefisso, raggiungendoli a uno a uno. In quel modo, però, si era anche isolato, mostrando al mondo solo una facciata accuratamente costruita.
«Ho cercato di essere onesto. Può darsi che a volte non ci sia riuscito e altre sì.» Martin alzò le spalle. «Will è uscito con me, mi ha regalato una parte del suo tempo. Non so dove abbia potuto vedere i miei meriti. Ho visto come è benvoluto. Io non credo di esserlo altrettanto.»
«Perché la gente è cattiva e invidiosa,» replicò lei. «La troverai ovunque. Questo non significa che tu debba rimanere solo, o che decida di farlo perché è la scelta meno dolorosa.»
«Anche se questo fosse vero, non credo di meritarmi qualcuno come Will,» ribatté Martin. «Al di là del lavoro, che ho sempre considerato la cosa più rilevante, non mi è mai interessato stare con qualcuno.» Finora, ma non lo disse. Quella donna sembrava avergli letto dentro abbastanza.
«Perché non lasci passare ancora un po' di tempo, Martin? Può darsi che tu cambi idea.» Lei sorrise, ammiccando.
La guardò perplesso. «Mi chiedo se lei abbia qualche super potere.»
Maddy si alzò, raccogliendo il piatto e le tazze, ormai vuoti. «Oh, ce li ho di sicuro. Sono una mamma che ha tirato su cinque figli, con tutte le gioie e i problemi che comportano. Ho imparato a leggere tra le righe, a capire quando c'era qualcosa che non andava anche se non ne facevano parola.» Gli diede un colpetto sulla spalla. «Tu non fai eccezione, per quanto sia abile a cercare di nascondere ciò che provi. Te lo ripeto: sei un bravo ragazzo. Devi convincertene anche tu, adesso.»
Andò a mettere le stoviglie nell'acquaio, prima di girarsi verso di lui. Martin vide dolcezza in quegli occhi.
«Comunque, una cosa volevo dirtela, se mai non ti fosse stato chiaro: sei il benvenuto, qui.»

*

Dopo la colazione e l'interessante conversazione avuta con la madre di Will, Martin aveva raggiunto lui e suo padre. Il resto della giornata era passata tranquilla, mentre Maddy Scott cucinava e Jim Scott lo stracciava a poker.
Il resto della famiglia cominciò ad arrivare nel tardo pomeriggio, prima che cominciasse a nevicare sul serio.

«Sei il fidanzato di zio Will?» Mickey, sei anni, era il figlio di Mark, il fratello maggiore di Will, e di Carla. Appena arrivato, gli si era messo davanti e l'aveva osservato a lungo, prima di sganciare la bomba.
Martin sentì il viso scaldarsi e Will comparve al suo fianco.
«No, Mickey. Martin è un amico.»
Il bambino reclinò la testa sulla spalla, studiandoli. «Davvero? Ma papà aveva detto-» Mark Scott fu lesto a coprire la bocca del figlio con una mano.
«Chiedo scusa,» bofonchiò. «Credo abbia sentito parlare me e Carla.»
Martin cercò di non ridere, notando lo sguardo assassino che Will lanciò a suo fratello. A quanto pare, il fatto che avesse portato con sé un'altra persona aveva dato il via alle congetture.
Carla prese Mickey in braccio e lo portò a giocare con il figlio più piccolo.
Poco dopo arrivarono anche le sorelle di Will, con i rispettivi mariti e un fidanzato. Karen aveva una bimba di poco più di sei mesi, Jo aspettava un maschietto e Lizzy era fidanzata con un ingegnere. Era davvero una grande famiglia, dovette riconoscere Martin, cercando di ricordarsi i nomi delle ragazze associandoli ai volti e chiacchierare con gli uomini presenti.
A un certo punto, Karen gli piazzò in braccio la figlioletta urlante.
«Prendila un po' tu, Martin. Mi ha stremato.»
Lui guardò spaventato quel fagottino, sperando di non stritolarlo. La piccola lo guardò con quegli occhi blu, così simili a quelli di Will, e si calmò quasi all'istante. Il silenzio gli fece alzare la testa e scoprire delle espressioni sbalordite sul volto di chi lo guardava.
«Che c'è?» chiese stupito.
«Devi esserle simpatico,» mormorò Karen. «Di solito non vuole stare con gli estranei. Devi avere qualche dote nascosta, Martin.»
Lui tornò a guardare il visetto rilassato della bambina. Era così dolce. Si sentì sfiorare una spalla e si girò: Will era seduto vicino a lui. Nei suoi occhi riconobbe la tenerezza.
«È la nipote di Will,» fu il commento di Maddy Scott, prima di ordinare che venisse preparata la tavola.

*

La cena fu sublime. Come aveva pronosticato Will, sua madre non fu contenta finché non furono tutti ben rimpinzati. Fu lieto di vedere che suo fratello e le sue sorelle avevano accolto bene il suo amico. Martin all'inizio era sembrato sopraffatto, ma poi si era sciolto e aveva conversato con tutti, rispondendo alle loro domande sul proprio lavoro e facendoli ridere con diversi aneddoti.
«Fa' vedere a Martin le luci, Will,» gli disse Maddy, dopo il caffè. Era un modo per farli stare da soli, cosa che non era ancora successa, da quando erano arrivati. Will obbedì e si trattenne per un soffio dal prendere Martin per mano. Il suo gesto istintivo fu messo a tacere un attimo prima di compierlo e andarono a mettersi i giacconi appesi nell'ingresso. Will si chiese come l'avrebbero preso i suoi famigliari, ma, soprattutto, cosa avrebbe detto Martin. L'amico gli gettò un'occhiata e, dal lieve rossore che gli colorava le guance, Will ne dedusse che forse si era accorto del suo movimento e di come l'avesse bloccato sul nascere.
La veranda era poco illuminata e fredda, nonostante fosse circondata da vetrate. Le luci colorate delle case vicine erano offuscate dalla neve che continuava a scendere.
Will si appoggiò a un pilastro e guardò fuori. «È una vera sera di Natale,» commentò.
Martin lo imitò, posando la spalla contro il vetro. Non stava guardando fuori, stava guardando lui. Nella penombra non riusciva a vederlo bene, ma gli sembrava che sorridesse.
«Che c'è?» chiese.
Martin si fece più vicino. «Grazie.»
«Di cosa?»
«Di tutto questo. Di avermi portato qui.» Alzò le spalle.
Will sorrise appena, allungando una mano a sfiorargli la guancia. «Anch'io sono contento che tu abbia accettato.»
Martin coprì la mano con la propria. «Siete sempre così rumorosi?»
«Anche di più.»

Il cuore gli batteva forte, il palmo caldo di Will gli riscaldava la guancia gelata. Martin fece un altro passo così da trovarsi a pochi centimetri di distanza dall'alto uomo di fronte a lui.
«Sto per baciarti,» annunciò a voce bassa. Dovette alzarsi sulle punte dei piedi e allungare il collo, prima di sentire la stretta sulla nuca e un braccio intorno alla vita. Il calore di Will lo circondò e gli fece scorrere brividi di eccitazione in tutto il corpo, prima ancora che le loro labbra si toccassero. Quando successe, Martin si tese tutto e lo abbracciò, socchiudendo le labbra per lui e accettando la passione che Will gli trasmise attraverso il tocco della sua lingua. I giubbotti non permettevano altro che un semplice sfiorare, ma lui sentì chiaramente il desiderio di Will, premuto contro di lui, pari al suo. Cercò di aderire di più all'uomo, aiutato anche dalla grande mano premuta contro una natica.
La voce di Maddy li fece staccare improvvisamente, ansimanti. Will posò la fronte contro la sua, ridacchiando. «Guastafeste,» sussurrò.
Martin lo guardò negli occhi. «Mi piace tanto stare qui, davvero,» disse piano, «ma in questo momento vorrei essere a casa mia, noi due soli.»
Will gli accarezzò il viso. «Abbiamo un sacco di tempo, Martin. Un sacco di tempo.»

27 dicembre

Il taxi si fermò davanti al ristorante e Will si girò verso l'amico.
«Grazie del passaggio.» Sorrise e Martin sorrise in risposta. «Spero che non sia stata un'esperienza così terribile.»
«Affatto. Sono stato... bene.» Martin si sporse verso di lui e Will si chinò a sfiorargli le labbra in un bacio dolce. I baci erano tutto quello che avevano condiviso, tutto quello che gli aveva concesso. Aveva percepito che l'uomo avrebbe voluto di più: la notte di Natale, sulla veranda della casa dei genitori, la sua eccitazione l'aveva coinvolto, ma aveva preferito staccarsi e lasciare che tutto rimanesse su un piano amichevole. Per il momento. Voleva qualcosa in più da Martin, se fosse stato disposto a concederglielo.
Quei quattro giorni erano volati in fretta. Il calore della sua famiglia verso una persona appena conosciuta gli aveva fatto piacere. Lo stesso Martin era sembrato contento, sebbene avesse notato la sua iniziale diffidenza. Per essere un uomo estroverso, abituato alla gente, si era rivelato inaspettatamente timido. La sua sorpresa nell'essere coinvolto nelle conversazioni delle sue sorelle si era tramutata in divertimento. Le battute e le risate avevano riempito la casa, e Will aveva ringraziato in silenzio la sua famiglia per l'accoglienza che aveva riservato al suo amico.
«Vado.» Will aprì la portiera, stringendo la borsa.
«Ci sentiamo presto,» gli disse Martin. Allungò la mano per stringergli la spalla. «Buon lavoro. Salutami Thelma.»
Will rise e annuì, scendendo dall'auto. Chiuse la portiera e guardò allontanarsi il taxi, il cuore più leggero, ma pieno di calore.

*

Martin sistemò la cuffia sulla testa e rimase in ascolto. Per quanto il NYSE fosse aperto e attivo, le feste si sentivano. Gli scambi erano ridotti e il personale sembrava dovesse ancora riprendersi dal pranzo di Natale. Era andato in ufficio solo per non restare da solo. Will gli mancava e gli mancava il calore della sua famiglia. Quegli strani sentimenti nei confronti dell'uomo che aveva lasciato un'ora prima davanti al ristorante lo spiazzavano e un poco lo spaventavano. A parte il suo lavoro, lui viveva alla giornata: a volte bastava un corpo caldo nel quale perdersi per qualche minuto o qualche ora per ristabilire una connessione tra i suoi desideri e il mondo che lo circondava. Ora non sembrava essere più così. Desiderava Will come non gli era mai successo con nessuno, e aveva ottenuto solo dei baci. Baci che non avevano fatto altro che aumentare il bisogno di averlo fra le braccia. Nonostante fosse qualcosa che non aveva mai cercato, cominciava a rendersi conto che il suo cuore e la sua testa, per non parlare del suo corpo, anelavano alla vicinanza dell'uomo che era entrato in maniera così inaspettata nella sua vita. Non sapeva come chiamare quel sentimento, non ancora, ma era bello e caldo e gli faceva venir voglia di ridere. Gli faceva venire voglia di vivere.
Il bussare alla porta interruppe le sue riflessioni e si rese conto di essere eccitato, come ogni volta che pensava a Will. Sorrise appena, sistemandosi i pantaloni e girandosi.
«Signor Cobbs, c'è della posta.»
«Grazie, Kyle.»
Il ragazzo avanzò nell'ufficio e appoggiò le buste sulla scrivania ingombra, prima di girarsi e andarsene.
Martin prese la posta e la scorse: niente di particolarmente interessante. Poi gli capitò in mano un invito. Sorpreso, aprì la busta. Dopo pochi secondi, non sapeva se mettersi a ridere o preoccuparsi. Grant Arnold lo aveva invitato per la sera dopo a un party a casa sua. L'invito era esteso anche a Will. Era la prima volta volta che il magnate si degnava di rivolgerglisi personalmente, lui si era sempre presentato con amici di amici. Che volesse dire qualcosa? Forse la sua opinione nei  propri confronti era cambiata. O forse il merito era di Will, della sua sicurezza e del modo in cui si poneva: non aveva paura di mostrare chi era e che lavoro facesse.
Doveva accettare? Avrebbe dovuto avvisare l'amico. Non era sicuro che, dopo quei pochi giorni di vacanza, Thelma Harris l'avrebbe lasciato uscire prima. Era meglio chiederglielo. Inoltre, avrebbe anche potuto rifiutarsi, per quel che ne sapeva.
Martin sospirò. In un caso o nell'altro, voleva vederlo, a costo di aspettare l'orario di chiusura serale del ristorante.
Abbassò la cuffia e prese lo smartphone. Meglio togliersi il pensiero.


28 dicembre

Mentre varcava la soglia di casa Arnold, a Martin sembrò di essere tornato a qualche mese prima, con la differenza che fuori si era sotto zero e la neve aveva ricominciato a scendere. Il gelo aveva allentato la morsa solo il giorno di Natale, poi era tornato peggio di prima.
Lasciò il cappotto nel guardaroba, nell'atrio dell'enorme appartamento, e avanzò nella grande sala dove c'era già parecchia gente. Will aveva accettato di venire, ma sarebbe arrivato tardi, dopo la chiusura del ristorante. Probabilmente, si sarebbe fatto vedere molto dopo le dieci, ma bastava che arrivasse: non lo vedeva dal giorno prima e gli mancava.
Grant Arnold gli venne incontro e gli tese la mano. «Sei arrivato, Cobbs.» Guardò alle sue spalle. «Dov'è il tuo amico?»
«Arriva più tardi, signor Arnold. Deve chiudere il locale.»
Arnold ammiccò. «Un bravo ragazzo, quello.»
Martin percepì la frecciata, ma preferì soprassedere. Non sapeva che cosa avesse fatto a quell'uomo per essergli così sgradito, prima o poi glielo avrebbe chiesto. Ma non ora. Ora voleva godersi la festa e aspettare Will. L'unica cosa che gli importava era vederlo.
«Va' a prenderti da bere, Cobbs.» Arnold lo lasciò, ma, prima che potesse dirigersi al lungo tavolo dove c'erano le bevande, venne fermato da Tony. Gli occhi scuri e belli sorridevano.
«Ciao, Martin.» Gli strinse la mano. «Buon Natale. Come stai?»
Lui sorrise, impossibile non farlo quando vedeva quel ragazzo. «Sto bene. Buon Natale anche a te.»
«Stavi andando a prendere da bere? Ti accompagno.»
Si diressero insieme verso la tavola: Martin si limitava ad ascoltare le chiacchiere del giovane, sicuro che da un momento all'altro sarebbe arrivato il fidanzato di Tony a marcare il territorio.
Aveva appena preso un bicchiere di champagne, quando lo vide arrivare, immancabile, neanche volesse soffiargli Tony sotto il naso. Fosse stato qualche mese prima, forse: ci aveva persino provato, quella sera d'agosto, ma adesso gli interessava un uomo solo. Un uomo che sperava arrivasse presto a salvarlo.
Strinse la mano all'architetto Howard e bevve un sorso. Quella sera voleva sedurre Will, anche se l'idea lo faceva sorridere. Era più probabile che si ritrovasse nei panni del sedotto.
Tony e il suo fidanzato si allontanarono e lui continuò a sorseggiare il suo champagne, fissando l'enorme albero di Natale nell'angolo del salone.
«Ehi, Cobbs. Ci sei anche tu?»
Merda. Di tutti gli idioti al mondo...
Martin si girò lentamente. Harold Johnson se ne stava alle sue spalle, un bicchiere in mano e un'espressione arrogante sul volto. Un omofobo presuntuoso con cui aveva la sfortuna di lavorare.
«Johnson,» lo salutò, girandosi verso il tavolo e facendo un cenno a un cameriere per avere un altro bicchiere di vino. Avrebbe voluto qualcosa di più forte. Molto, molto più forte.
«Allora, passato bene il Natale?» Il collega gli si mise al fianco, nonostante avesse cercato di ignorarlo. «Sei andato a Staten Island?»
Lo guardò sorpreso. Come faceva a saperlo? L'aveva detto solo a...
«Kyle,» terminò il pensiero a bassa voce. La risatina dell'uomo fu la conferma. Ne aveva parlato con il ragazzo, perché sapeva che era originario dell'isola. Quello che non si aspettava era che ne parlasse in giro.
«Certo che è da sfigati andarsene laggiù,» commentò Johnson. «Dov'eri, in un ostello?»
Le sue origini saltavano sempre fuori, quando qualcuno voleva colpirlo. «A casa di amici,» sbottò. Se gli avesse parlato di Will, quando sarebbe arrivato di lì a poco, Johnson avrebbe fatto due più due. Conosceva il suo orientamento, non ci avrebbe messo molto a capire i suoi sentimenti e a cercare di umiliarlo.
«Amici a Staten Island?» replicò l'altro. «E com'è stato?»
Non voleva dirgli niente. Con la coda dell'occhio notò il sorrisetto beffardo sulla faccia del collega. Se avesse parlato della famiglia di Will, di Will stesso, di come era stato bene in quei pochi giorni, non aveva dubbi che Johnson avrebbe fatto spesso leva sulla sua mancanza di origini per deriderlo. Inoltre, non voleva che facesse degli apprezzamenti su Will e lo offendesse come stava facendo con lui. Malgrado lo spesso strato di pelo sullo stomaco cresciuto nel corso degli anni, Martin aveva un limite di sopportazione, e Johnson stava facendogli raggiungere quel limite.
«Noioso,» ribatté. «Una vera palla.»
«E non sei scappato?» L'ironia nella voce del collega gli fece bruciare la gola per un rigurgito di acido.
Gli gettò un'occhiata. Stai zitto, Martin, fregatene. Ma se l'avesse fatto, l'altro avrebbe insistito. Doveva proteggere Will.
«Non mi sembrava cortese,» disse alla fine, fingendo una risatina.
«È così che la pensavi?»
Martin chiuse gli occhi, sentendo la voce alle sue spalle. Ti prego, non ora. Perché non era arrivato cinque minuti prima o cinque minuti dopo?
Si voltò, quasi al rallentatore, alzando la testa per guardare in un paio di occhi blu, resi più cupi dalla rabbia. La gente intorno a lui scomparve. Rimasero solo loro due, a fronteggiarsi. Martin voleva rimangiarsi tutto, ma lo sguardo di Will diceva che non sarebbe servito a niente.
«Ciao, Will.» Tentò di sorridere, conscio della smorfia che gli stirò le labbra.
«Credevo fossi cambiato, che fossi diverso da come ti avevo conosciuto all'inizio.» La voce di Will era dura. «Invece sei il solito stronzo egocentrico.»
Martin aprì la bocca per dirgli che si sbagliava, che era davvero cambiato, ma notò il gesto dell'uomo solo quando lo champagne lo fece boccheggiare: Will gli aveva gettato il contenuto del suo bicchiere in faccia. Non era un pugno, ma fece male lo stesso. Molto male.
Will si girò e se ne andò, gli invitati che si aprivano in due ali mentre la sua alta e imponente figura si allontanava.
Martin si asciugò gli occhi, mentre una risatina bassa gli giungeva da dietro le spalle.
«Bella figura, Cobbs. A quanto pare, nessuno si era accorto della tua doppia faccia. Neanche quel tipo.» Johnson entrò nel suo campo visivo. «Era il tuo ragazzo, quello? Mi sa che ti ha mollato. È stato furbo, anche se è frocio.» Rise ancora, e Martin si sentì spezzare. Al diavolo la gente, al diavolo cosa avrebbero pensato di lui. Alzò il pugno e colpì il collega al mento, con tutta la forza che aveva.

*

Come aveva fatto a sbagliarsi così? Eppure di solito era bravo a riconoscere le menzogne, anche se travestite e con una bella faccia. Il suo istinto lo aveva tradito, forse era rimasto affascinato anche lui da quello stronzo.
Will uscì dall'ascensore e raggiunse l'atrio del grande palazzo. Il marmo lo rispecchiava, mentre camminava a passo spedito verso l'uscita, sotto lo sguardo perplesso e diffidente del portiere. Aveva accettato l'invito, felice di rivedere Martin, si era persino deciso a vestirsi in modo elegante, pur con quel poco che gli offriva il suo guardaroba. Si era tagliato la barba, dopo anni. Tutto per niente, per sentirlo denigrare qualcosa che aveva detto di aver apprezzato.
Uscì sulla Fifth Avenue e solo allora si rese conto di aver dimenticato il giubbotto. Maledizione.
Non voleva salire di nuovo: era arrabbiato, deluso. Se avesse rivisto Martin, non si sarebbe limitato a gettargli in faccia dello champagne: lo avrebbe preso a pugni. Rimase al freddo, le mani gelate, sotto la neve che cadeva, dandosi dell'idiota.

*

Nigel Howard lo stava trascinando via dal salone. Martin lo lasciò fare, senza ribellarsi. Si ritrovò nel grande ingresso, seduto su una sedia, la mano destra che gli faceva un male cane.
Tony comparve e gli piazzò un tovagliolo pieno di ghiaccio sulle nocche scorticate.
«Per la faccia non posso fare molto,» si scusò, alzando le spalle.
Martin alzò la mano a tastarsi la guancia. Non era guarito da molto, avrebbe dovuto sottoscrivere un'assicurazione per quegli imprevisti. Avrebbe riso, se la bocca non gli avesse fatto così male e il cuore avesse smesso di sanguinare. Una parte si era lacerata quando Will se ne era andato, l'altra quando Johnson l'aveva insultato. Il collega gli aveva restituito i pugni, ma aveva avuto la peggio. Almeno aveva avuto una soddisfazione, in quella serata terribile.
Grant Arnold gli si parò davanti. «Che cosa credevi di fare, Cobbs? Hai trasformato una festa tranquilla in un ring.»
«Chiedo scusa,» borbottò.
«Mia moglie sta per avere una crisi isterica, gli altri ospiti mi hanno chiesto se era uno spettacolo a sorpresa... Sei solo capace di portare guai, Cobbs.»
Martin alzò la testa, mettendo a fuoco il magnate. Aveva gli occhi offuscati dalle lacrime e li strinse, ricacciando indietro il groppo che gli si era creato in gola. L'adrenalina che lo aveva sostenuto era tornata a livelli accettabili, lasciandolo stremato.
«Mi dispiace, va bene? Mi dispiace. Non avevo intenzione di rovinarle la festa.»
«Il tuo amico ha fatto bene ad andarsene.» Arnold strinse le labbra. «Forse ha finalmente capito che è meglio starti alla larga.»
Strinse i pugni e scattò in piedi. «Che cosa posso averle fatto mai per renderla così astioso nei miei confronti? Se non gradisce la mia vista, toglierò il disturbo in un attimo.» Martin si spostò per aggirare l'uomo più anziano, ma questi gli posò la mano sul petto, spintonandolo all'indietro.
«Sei un bastardo menefreghista, Cobbs. Non ti importa di quello che può succedere, basta che tu ottenga il tuo tornaconto.»
Martin si bloccò. «Ma di cosa sta parlando? Il mio tornaconto?»
Arnold si avvicinò invadendo il suo spazio e facendogli temere una nuova scazzottata. Dubitava di poter rispondere, questa volta: l'uomo aveva il doppio dei suoi anni.
«Grant!» Nigel Howard stava per mettersi tra di loro, ma Arnold alzò una mano per fermarlo, continuando a fissarlo negli occhi.
«Hai convinto Barney Thompson a vendere tutto, facendogli credere che, una volta sceso il prezzo, avrebbe potuto ricomprare le quote senza spese aggiuntive, aumentando il capitale e rendendosi solvente. Invece il mercato gli ha dato torto, allora ha chiesto protezione dai creditori, ma non ce l'ha fatta. Ha perso tutto, e poi gli è venuto un infarto.» Arnold si avvicinò ancora. «Te lo ricordi, Cobbs? Non è passato molto tempo.»
Martin aprì la bocca e la richiuse. Certo che lo ricordava, ma non era come diceva Arnold.
«Io non ho convinto nessuno, signor Arnold. Thompson era mio cliente, ma mi ero rifiutato di fargli  fare un azzardo del genere. Gli avevo detto che sarebbe stato pericoloso.»
«Sei un ipocrita, Cobbs. Tu ci hai guadagnato e lui invece si è trovato in bancarotta. Non ho potuto nemmeno aiutarlo, visto che con le tue manovre lo avevi già fatto rovinare.»
Martin fece un passo indietro e sedette sulla sedia. C'era stata un'indagine dell'Antitrust, ma lui ne era uscito pulito.
«Gli ha mai chiesto com'è andata veramente?»
«Davvero credi che ce ne sarebbe stato bisogno?» replicò l'uomo più anziano. «Sappiamo tutti che cosa hai fatto.»
Martin incontrò lo sguardo furente di Arnold. «Si sbaglia. Mi sono rifiutato di partecipare a quella gara. Avevo detto al signor Thompson che volevo rescindere il contratto, e allora lui si è rivolto a qualcun altro. Ecco cosa è successo. Gli avevo spiegato le implicazioni, non mi ha voluto ascoltare.» Si passò la mano sulla faccia, le spalle afflosciate. «Se avessi saputo che cosa avrebbe fatto dopo, avrei insistito per convincerlo, ma non lo sapevo. È questa la verità.» Alzò il viso a fissare Arnold. «Immagino che non voglia credermi. È lo stesso. Faccia ciò che vuole, non mi interessa.» Si alzò in piedi. «Io tolgo il disturbo.»
Tony gli posò una mano sul braccio, ma lui gliela fece abbassare. «Grazie, Tony. È meglio se non ti mescoli con gente come me.»
Si diresse verso la porta del guardaroba, prese il suo cappotto e lo indossò. Sentiva gli occhi dei tre uomini addosso, ma li ignorò. Il suo senso di colpa per quella vicenda era già abbastanza profondo, e ora si era associato quello per il suo comportamento vile nei confronti di Will. Era stato un dannato codardo, ma ora era tardi e aveva perso l'unica persona importante per lui.
Fece un cenno in direzione del padrone di casa e dei due ospiti e notò lo sguardo pieno di compassione di Tony. Ci mancava solo la pietà.
Raggiunse la porta e uscì da quell'appartamento, prima che le lacrime rompessero gli argini del suo dolore.

*

Il portiere continuava a fissarlo e Will si chiese se fosse il caso di sfidare il gelo. Dopo essere rimasto fuori, sotto la neve, una decina di minuti, era rientrato nell'atrio del palazzo e il calore lo aveva avvolto. Doveva tornare a prendere il suo giubbotto e poi poteva finalmente chiudere con quella serata. E anche con tutto il resto. Decise che era meglio salire.
Fu il ragazzo italiano ad aprirgli la porta.
«Will! Sei qui. Ma cosa-»
«Ho dimenticato il giubbotto,» disse lui, sbrigativo. Mentre entrava, sentì delle voci provenire dal salone: sembravano alterate. «Che succede?» Non c'era traccia di Martin. L'ultima cosa che voleva era rivederlo, dopo quello che lo aveva sentito dire.
«È Grant. Sta discutendo con uno degli ospiti.» Tony reclinò la testa sulla spalla, fissandolo. «Adesso ho capito come mai mi sembravi diverso: hai tagliato la barba.»
«Già.»
«Martin è andato via da poco,» mormorò Tony.
Lo fissò: non lo aveva visto scendere, ma in quel momento era ancora troppo furente perché gli potesse interessare la cosa.
«Ha preso a pugni quel suo collega.» Il ragazzo ridacchiò. «Secondo me ha fatto bene.»
«Tony, non mi interessa,» replicò Will.
«Nemmeno se quello che ha detto era per proteggerti?»
«Che stai dicendo?» Lui rise. «Ti sembra che abbia bisogno di protezione?»
Tony gli sfiorò il braccio. «Nigel lo conosce, mi ha detto che è un omofobo. Non credo sia un grande amico di Martin e, a giudicare dalla sua reazione, quello che ha detto è stato peggio di un'offesa.»
Will scosse la testa. «L'ho sentito, Tony. Cazzo, l'ho invitato a casa mia, ha dormito sotto il tetto dei miei genitori, e lui se ne esce con quei commenti? Se fosse vero e avessi ragione, allora ti posso dire che avrebbe potuto essere più uomo e meno codardo.»
«Lui ha parlato così, Will, è vero, ma non sappiamo nemmeno cosa stesse pensando in quel momento e perché ha detto quello che ha detto.»
«Perché è un ipocrita,» sbottò Will.
La voce di Arnold si intromise e lo videro apparire insieme al tizio che aveva visto insieme a Martin. Sembrava piuttosto ansioso di andarsene. Tempo una manciata di secondi e l'uomo uscì dalla porta d'ingresso.
«Sei tornato, ragazzo?»
Will alzò gli occhi al cielo: Arnold sembrava compiaciuto e avvilito allo stesso tempo.
«Avevo scordato il giubbotto.»
«Che sta succedendo, Grant?» Tony sembrava preoccupato.
«Mi sono liberato di una sanguisuga.» Arnold scosse la testa. «Cobbs aveva ragione. Non c'entrava niente con quello che è successo al mio amico Thompson. È stato Harold Johnson a convincere Barney che la vendita delle quote dell'azienda avrebbero ristabilito gli utili. Quel deficiente se lo è fatto scappare poco fa, quando sono tornato nel salone.»
«Sembrava piuttosto compiaciuto che avessi mandato via Cobbs.» Howard sorrise e Will lo scrutò.
«Era convinto che Grant avesse cacciato il tuo amico,» spiegò Nigel. «In realtà, era rimasto qui un po' a riprendersi dai pugni, poi se ne è andato.» Lo guardò per un lungo attimo. «Era piuttosto provato, quando è uscito.»
Non era cosa che lo riguardasse. Will indossò il giubbotto, ignorando il commento, ma Arnold lo sorprese mettendogli una mano sul braccio.
«Io ho creduto a quello che volevo credere. Se tra voi c'è qualcosa, sarebbe meglio se vi chiariste.»
«Tra noi non c'è niente.» La voce gli uscì più dura di quanto pensasse, ma Arnold non si scompose.
«Può darsi, ma io ho sbagliato nel giudicarlo, basandomi sulle voci. Sarebbe un peccato se-»
«Signor Arnold, ho offerto a quell'uomo la mia amicizia e lui ci ha sputato sopra. Non sono abituato a dare una seconda possibilità,» ribatté lui, interrompendolo.
«Basterebbe solo che vi parlaste,» suggerì Tony. «Era stravolto, Will. L'ho visto in faccia quando te ne sei andato. Sembrava che stesse per crollare.»
Che diavolo stava succedendo? Adesso volevano tutti il bene di Martin? Quello che lo sorprendeva era il consiglio di Arnold. Si ricordava bene che tra quei due non sembrava correre buon sangue.
«Anche se volessi farlo, non so dove sia andato.» Voleva solo chiudere la questione e andarsene.
«Io proverei a casa sua.» Tony lo guardava speranzoso.
«Non so dove abiti.» Però c'era qualcuno che poteva aiutarlo. No, non ci doveva pensare: le parole di Martin erano ancora fresche nella sua testa.
«Possiamo chiedere,» si offrì Arnold.
Si erano intromessi abbastanza in tutta quella storia. Will scosse la testa.
«Con tutto il rispetto, signor Arnold, ma è meglio se ci penso io.» Gli tese la mano. «Mi spiace per la sua festa. Grazie per l'invito.»
Nigel gli allungò un biglietto da visita. «Per qualsiasi cosa, anche per farci sapere com'è andata.»
Will annuì, accettando il biglietto. Salutò gli altri due uomini, prima di uscire dall'appartamento. Non era ancora salito in ascensore che aveva già composto il numero di Tom Harris.

*

Il portiere era stato gentile e gli aveva detto che il signor Cobbs era rientrato da poco. L'atrio era meno elegante di quello del palazzo dove viveva Grant Arnold, ma si vedeva che era un ambiente signorile.
Will uscì dall'ascensore e controllò i numeri sulle poche porte nel corridoio. Trovata quella giusta, suonò il campanello. Era mezzanotte passata e il giorno dopo avrebbe dovuto alzarsi presto, ma non poteva aspettare. Ancora si chiedeva perché Tony avesse continuato a insistere perché parlasse subito con Martin. Era evidente che qualcuno aveva fiducia in lui, ma Will non se la sentiva di condividerla, non dopo averlo sentito screditare una famiglia che lo aveva accolto a braccia aperte.
Sentì una chiave girare e la porta si aprì di poco, la catena ancora inserita. Vedeva solo una porzione del viso di Martin, un ciuffo di capelli. Non sembrava sorpreso, doveva averlo visto dallo spioncino.
«Cosa fai qui?» Will si ricredette: era sorpreso. Forse non pensava che sarebbe andato da lui.
«A quanto pare, dobbiamo discutere di qualcosa.»
Martin non accennò a togliere la catena. «Non c'è niente di cui parlare,» rispose.
Will strinse le labbra. «Era quello che pensavo,» ribatté. Si girò e fece un passo in direzione dell'ascensore, quando sentì la porta chiudersi e riaprirsi. Volse la testa, vedendolo in piedi sulla soglia, vestito con una maglietta e i pantaloni della tuta, a piedi nudi. Martin gli voltò le spalle e rientrò, lasciando la porta aperta. Will lo seguì. Sulla sua scia, arrivò in cucina, notando i ripiani lucidi, l'ordine che vi regnava. Non sembrava molto vissuta, a parte una tazza fumante sul bancone.
Martin non lo guardò in faccia, mentre metteva il bancone tra di loro e si addossava al lavello.
Will lo scrutò, ma non riusciva a vedergli bene il viso.
«Hai creato un po' di scompiglio, stasera,» commentò, ma l'altro alzò le spalle.
«Deve essere una mia prerogativa,» mormorò Martin, allungandosi per prendere la tazza. Il livido sulla guancia era bluastro e il labbro inferiore era rotto. Le nocche della mano destra erano rosse e spellate. «Che cosa sei venuto a fare?» si decise a chiedergli. «Credevo non volessi avere più a che fare con me.»
«Lo credevo anch'io, ma qualcuno mi ha detto che poteva esserci dell'altro.»
Martin lo guardò per un istante, poi distolse subito gli occhi. Non era il modo in cui si comportava di solito. Will aggrottò la fronte, mentre l'altro posava la tazza sul bancone. Le dita gli tremavano.
«Quello che hai detto mi ha fatto infuriare, Martin. Probabilmente ti avrei preso a pugni anch'io, se non me ne fossi andato subito. Pensavo fossi diverso. Mi sono sbagliato così tanto?»
Martin si voltò di scatto, dandogli le spalle. «Sì, ti sei sbagliato, Will. Nessuno vuole avere vicino uno come me. Adesso, per favore, va' via.»
«Prima voglio sapere perché hai detto quello che hai detto.» Will aggirò il bancone e gli arrivò alle spalle. «Voglio sapere perché ti sei comportato in quel modo.» Lo fece voltare e lo guardò bene in viso: ora vedeva il livido sulla guancia sinistra, ma, soprattutto, le lacrime che gli stavano rigando il volto.

«Va' via.» Era una supplica. Will scosse la testa e lui chiuse gli occhi. «Sono un vigliacco. Johnson mi ha sempre tormentato, sia perché sono gay, sia perché non ho nessuno. Lui ha una famiglia ricca alle spalle, io non ho niente. Ma sono più bravo di lui, nel mio lavoro, e non me l'ha mai perdonato.»
Quando era arrivato a casa, si era cambiato e aveva pensato seriamente di aprire una bottiglia di bourbon e scolarsela. Invece si era versato una tazza di caffè, bevendola mentre piangeva. Non aveva mai pianto in vita sua, nemmeno quando passava da una casa famiglia all'altra, nemmeno quando uno dei suoi amici veniva adottato e lui no. Aveva stretto i denti ed era andato avanti, cercando di crearsi una vita senza l'aiuto di nessuno. C'era riuscito a metà. Solo in quel breve periodo, mentre le luci decoravano le strade e l'atmosfera si faceva calda e famigliare, aveva pensato che forse anche per lui ci fosse posto nel cuore di qualcuno. Aveva rovinato tutto, per paura e per codardia.
«Mi dispiace tanto,» sussurrò, aprendo gli occhi e affondando nel blu di quelli di Will. «Non intendevo dire quello che ho detto. Volevo solo che mi lasciasse in pace. Se non trovava spunti interessanti per umiliarmi, se ne sarebbe andato, ma tu sei arrivato e mi hai sentito, e io...»
«E tu?» Will era più vicino.
«Non volevo sporcare ciò che avevo vissuto a casa tua raccontandogli la verità. Non volevo nemmeno che facesse delle battute su di te. Volevo solo proteggermi e proteggere te.» Sembrava così patetico.
Will sollevò la mano e gli sfiorò il livido, passandogli il pollice sulla guancia per asciugagli le lacrime. «Perché lo hai picchiato?»
Martin represse una risata che si trasformò in un singhiozzo. «Perché ha fatto quello che temevo.» Alzò le spalle sotto il suo sguardo perplesso. «È un omofobo, c'è bisogno che te lo dica?»
«Volevi difendere il mio onore?»
Era una battuta, lo sapeva, ma annuì. «Mi ha tormentato per anni, ho sempre cercato di evitarlo. Stasera non mi aspettavo di trovarlo da Arnold. Io volevo solo vedere te e-»
La bocca calda di Will mise fine a ciò che stava per dire. Martin si aggrappò alle braccia forti dell'uomo e rispose al suo bacio. Il labbro gli doleva ma non se ne curò. Aveva creduto di non vederlo più, dopo quella sera, invece era lì, e lo stava abbracciando. Martin sentì il calore di quel corpo forte e grande e le lacrime ripresero a scorrere.
«Non piangere,» gli sussurrò Will.
«Non riesco a smettere.» Si staccò appena, fissandolo. «Pensavo di averti perso, stasera. Quando te ne sei andato, ti sei portato via una parte di me.» Singhiozzò, abbassando la testa e posando lo fronte contro il petto di Will. «Sono sempre stato da solo, Will. Non ho mai cercato una relazione, non ho nemmeno amici.» Alzò la testa a guardarlo. «Tu sei stato il mio regalo di Natale, così inaspettato.» Alzò le spalle, sotto lo sguardo dell'uomo. Will si staccò da lui e si tolse il giubbotto, prendendolo poi fra le braccia, questa volta senza limitarsi a dargli un bacio breve. Lo schiacciò contro di sé, a Martin non restò che gettargli le braccia al collo e lasciarsi stringere, mentre il bacio si faceva sempre più appassionato. Quando la lingua di Will trovò la sua, si lasciò sfuggire un gemito e spinse i fianchi contro quelli dell'altro, sentendo la sua erezione. La mano di Will gli strinse un fianco e poi scese sul sedere, attirandoselo ancora di più contro.
Martin si staccò per respirare e ne approfittò per guardarlo.
«Perché sei venuto qui?»
Will sorrise appena. «Perché continuavano a insinuare che dovevo parlarti, che dovevamo chiarirci.» Gli accarezzò i capelli. «Sei un uomo complicato, Martin Cobbs.»
«Lo sono,» ammise. «A volte mi complico la vita da solo.»
«Se non dimenticavo il giubbotto, non avrei saputo niente, e tutto si sarebbe complicato ancora di più.» Will rise piano, stringendolo.
«Mi piacerebbe che rimanessi qui, stasera,» sussurrò Martin. «Con me.»
«Potrei farti vedere i miei tatuaggi,» mormorò Will, sfiorandogli le labbra.
«Una volta era la collezione di farfalle.»
«I tempi cambiano,» replicò l'altro, ridendo, accarezzandogli la schiena.
Martin sollevò le mani e gliele mise intorno al viso. La barba non c'era più, sotto le dita sentiva solo la pelle liscia. Se prima era bello, ora era davvero uno schianto. Sorrise. «Devi insegnarmi a stare con te, Will. Io … non so nemmeno come chiamare questa cosa che sento per te. So solo che non ho mai sentito un dolore così forte come quando ho pensato di averti perso.» Lo sguardo che ricevette lo fece emozionare: era quello che aveva cercato, quello che aveva desiderato. Aveva qualcuno da cui tornare e per il quale esserci.
Will lo baciò con dolcezza. «Io lo so,» disse sulle sue labbra. «Puoi chiamarlo amore.»


FINE
L'AUTRICE
Nata in Svizzera nel 1971, Sarah Bernardinello vive in Veneto, in provincia di Rovigo, a pochi chilometri dal mare. Laureata in Infermieristica nel 2003, lavora come infermiera presso il reparto di Oncoematologia dell'Ospedale di Rovigo.
Lettrice vorace fin da piccola, con un'immaginazione fervida, ha cominciato a scrivere da ragazzina. Vince il Premio Romance 2013 dei Romanzi Mondadori con il racconto storico La signora del mare, e pubblica diverse opere in antologie. Il suo racconto Chicago Summer presentato alla rassegna Summer Loving 2015 è risultato il preferito dalle redattrici di questo blog. A giugno 2015 è uscito il suo primo romanzo, Soltanto tu, edito da Delos Digital. Il suo racconto Un giorno perfetto per amare ha vinto su questo blog la rassegna di racconti estivi Summer in Love 2016  come racconto preferito dalle lettrici.

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33 commenti:

  1. Bellissimo!!!!! Questa autrice mi ha completamente fatto cambiare idea sugli M/M. Una storia dolcissima e complicata al tempo stesso, magistralmente strutturata, in cui gli eventi si susseguono nei giusti tempi e con una delicatezza ed irruenza insieme incredibili. Grazie per questo stupendo racconto lungo.

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  2. Bellissimo anche per me. Un romanzo vero e proprio racchiuso in pochi capitoli. Complimenti ed auguri. Milena

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  3. Bellissimo, come sempre! Adoro le storie di Sarah! E adoro i "suoi" uomini! :)

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  4. Non avevo mai letto un M/M, non rientra nelle mie letture, ma devo dire che questo racconto è stato emozionante ed è ben scritto.
    Sara

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  5. Brava Sarah! Una storia che davvero scalda il cuore come un regalo inaspettato di Natale!

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  6. Risposte
    1. Mettilo in ebook su amazon :-) non riesco a leggere a video... :-) io amo gli M/M

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  7. Per l'ennesima volta, non posso non fare i complimenti a Sara per la sua bravura. Gli m/m non sono la mia lettura preferita, ma lei riesce sempre a farmeli apprezzare e ad emozionarmi <3

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  8. È il primo racconto che leggo di questa autrice e devo dire che mi è piaciuto molto. L'intesa che si crea tra i protagonisti è più che evidente e questo è un grande pregio che non si trova in molti libri M/M. Questa lettura è stato un modo piacevole per occupare il pomeriggio, da un amante del genere m/m non potevo che apprezzarla.

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  9. Mi è piaciuto tantissimo!!!! Pur non essendo tra le mie letture preferite i libri M/M trovo che Sarah sappia avvicinarti a questo genere con grande maestria. Brava!!!

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  10. Ho iniziato a leggere questo romanzo un po' incerta, poiché non amo questo genere di lettura e, infatti, non sono riuscita a immedesimarmi nei protagonisti. L'ho però trovato bello e ben scritto, molto normale sotto certi aspetti. Gli omosessuali hanno un cuore, e come tutti sono avidi d'amore. All'inizio ammetto di aver trovato Martin un po' squallido, poiché è in cerca di sesso facile e veloce, poi l'ho rivalutato.
    Mi domando, tuttavia, e magari qualcuno potrà rispondermi, se davvero, come si legge e si vede nei vari telefilm, così tanti gay si concedono tristissime avventure nei vicoli o nei bagni. Sempre da fonti citate sopra, mi viene anche da pensare che la cosa sia tranquillamente accettata. Se fosse una donna a farlo, purtroppo, sappiamo già come sarebbe chiamata. In bocca al lupo e complimenti per i tuoi scritti Sarah.

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    1. Grazie, Miriam, per avermi letto e per il tuo commento. Martin doveva effettivamente apparire così, squallido e opportunista. All'inizio, almeno. È un uomo solo, alla fine, che trova nell'interesse disinteressato di Will una visione diversa delle persone, oltre all'amore.
      E sì, spesso il sesso occasionale è come l'ho descritto, triste e impersonale, anche se ci sono coppie affiatate e monogame.

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    2. Grazie, Sarah, per avermi risposto. :)

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  11. Un bel racconto corposo e intimista. Sono molto contenta che Martin abbia finalmente trovato la sua meritata fetta di felicità.

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  12. Bello! Mi unisco a chi, pur non amando il genere M/M, resta coinolta e si appassiona ai racconti di questa autrice. Davvero una storia d'Amore ricca e struggente, complimenti!

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  13. Un racconto dolce, sensuale, romantico, intrigante e vivido come solo quelli di Sarah Bernardinello sanno essere. Vorresti sempre fossero più lunghi, magari dei libri veri e propri. Una scrittura fluida ed elegante. E' sempre un piacere leggere ciò che scrive. L'apprezzo davvero molto. Bravissima.

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  14. Avevo scritto il commento ma si deve esser perso nei meandri di internet.
    Complimenti Sarah, il tuo racconto mi piaciuto moltissimo. Hai descritto i sentimenti di Martin e Will in modo per me soddisfacente. La figura di Will è super e se all'inizio Martin era da padellate, poi si è fatto amare. Ancoa complimenti!

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  15. Un racconto molto ben strutturato e pieno di sentimenti !!!

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  16. la Bernardinello è una sicurezza. io non amo gli M/M, veramente non li leggo proprio mai, tranne che i racconti di quest'autrice su questo blog. amo le sue storie perchè innanzitutto sono lunghissime, come piacciono a me, ma poi sono proprio bellissimi, trasudano di romanticismo.
    non per niente l'ho lasciato come ultimo,
    perchè già sapevo che lo avrei adorato. bellissimo.

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  17. Che belli che sono insieme Martin e Will! Mi hanno emozionato tantissimo e la nascita della loro storia d'amore è stata molto dolce con un tocco di passione verso la fine. Bbel racconto natalizio!

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  18. ho letto questo racconto con attenzione e anche se risulta un genere nuovo per me lo ho trovato bello mi è piaciuto molto il clima affettuoso che si instaura con i familiari del protagonista e il trionfo finale dell'amore.Elisabetta

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  19. Con questo suo racconto... Sarah Bernardinello ha confermato e fatto capire CHIARAMENTE che l' AMORE E' AMORE in ogni sua forma, é SEMPRE BELLISSIMO, VALE SEMPRE la pena LOTTARE per viverlo !!!! Ha ribadito anche... che non bisogna fermarsi alle apparenze e scavare a fondo per scoprire la verità; che in ogni parte del mondo... la famiglia é SEMPRE CROCE & DELIZIA!!!
    BRAVISSIMA Sarah :-*

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    1. Grazie, Mirella! Le tue parole sono sempre belle e molto lusinghiere :-*

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