Christmas in Love: KILLER DI CUORI di Anonima Strega


"La vitalità di lei gli si era riversata nelle vene come un incantesimo che li aveva avvinti in un unico corpo e un unico pensiero d’azione. Nonostante si fossero incontrati poco prima. E quello gli appariva doppiamente bizzarro: non solo, all’interno delle loro vite, si trattava del primo giorno in cui si erano conosciuti, ma per lui, in un certo senso, si trattava del primo giorno di vita.

E forse anche dell’ultimo.
Di nuovo."

Il vento latrava insulti alla notte avvolgendo la virgola di luna in una bava di nubi. Un labirinto di tronchi spogli si stagliava al di là dei lumi ondeggianti e l’olezzo di fiori marci sgusciava come miasma dalle lapidi, appestando i viottoli del cimitero.
Il negromante tracciò l’ultimo segno di potere sulla terra soffice e umida, e si accasciò sui talloni, la lunga veste nera che si accucciava insieme a lui. Il cumulo era fresco. La cassa povera e marcia. Non avrebbe dovuto attendere molto.
Nessun legame. Nessun conto in sospeso. Lo aveva scelto con cura.
Gli parve di udire un colpo ovattato. Poi un altro. Infine un piccolo schianto.
Ne aveva studiato il corpo, prima che lo seppellissero in quella tomba umile e anonima. Le sue braccia dovevano essere forti abbastanza, nonostante la vita di stenti. Un vagabondo. Senza fissa dimora. Ucciso da qualcuno, qualcosa o dal nulla.
Il killer perfetto.
Già invisibile prima di non esistere più.
I tonfi si erano fatti più pressanti e minacciosi, mentre la terra pareva scuotersi sotto i suoi piedi.
Il negromante si alzò, trasse un profondo respiro, e minuscole fessure si dipinsero sull’ammasso di terra, muovendo ghiaia e polvere.
Si aspettava che a fuoriuscire dal terreno fosse la punta delle dita, ma sotto la spinta del colpi, facendosi largo, fu un intero pugno a svettare sul cumulo.
L’adepto prometteva bene.
Il moto invisibile si trasformò in vulcanico tonfo dal basso, quando il busto sgusciò dal terriccio, partorito dal suolo.
Finché non si ritrovarono a fissarsi.
Aveva i capelli lunghi, sporchi e arruffati, scuri, e la barba incolta gli dava un aspetto selvatico più della terra che lo imbrattava. Non era morto da molto tempo. Le uniche spie del suo stato apparivano l’intenso pallore e le profonde occhiaie bluastre. Una volta spolverato, di notte avrebbe potuto sembrare un ubriaco qualunque.
L’uomo rimaneva con la metà inferiore del corpo ancora sotto terra, mentre pian piano riprendeva a respirare.
Il negromante non seppe spiegarsi se in quegli occhi ci fosse terrore o rabbia, forse ambedue, e in tutta sincerità nemmeno gli interessava.
A lui importava che il suo killer fosse in grado, da lì a un giorno, di uccidere quella strega di Rita. Gli si era negata, lo aveva schernito, aveva schermato ogni suo legamento d’amore, contrastato ogni fattura, rifiutato ogni offerta di denaro. Se lui non avesse potuto averla, allora non l’avrebbe avuta nessuno.
E il killer si sarebbe dimostrato tanto devoto da ubbidire ai suoi ordini, perché, una volta compiuto il suo dovere, gli avrebbe regalato una nuova vita.
Se non avesse ucciso Rita, sarebbe morto di nuovo. Per sempre.


Rita lanciò un’occhiata allo specchio per controllare il deperimento dell’odiato pel di carota, eredità di una nonna irlandese che si dichiarava a sua volta discendente dagli antichi e magici celti, mentre Sara continuava a parlarle nell’orecchio. Il cellulare bruciava e l’amica non aveva ancora finito il suo consulto cartomantico della notte fra domenica e lunedì. A dire il vero, Rita si sentiva stanca, e per quella volta ne avrebbe fatto anche a meno, ma le carte di Sara quadravano sempre alla perfezione ed era curiosa di avere qualche anticipazione sulla settimana entrante.
Avrebbe dovuto andare dalla parrucchiera per spuntare e ravvivare i ricci, ma Sara continuava a blaterare di zero sbocchi lavorativi, almeno per quella settimana, e ci sarebbe stato da stringere la cinghia. Nessuno dei sacchetti di erbe e minerali che aveva sparso per la stanza e con cui aveva strofinato i moduli per le agenzie interinali aveva sortito alcun risultato, al momento.
«Niente parrucchiera, allora» sbottò, cincischiando il bordo del maglione e lasciandosi ricadere sul materasso. «Io me ne vado a letto.»
«E l’amore?» chiese l’amica, quasi risentita. «Non vuoi sapere niente?»
«Che vuoi che m’importi dell’amore?» ribatté lei. «Con tutti i problemi che ho, dovesse arrivare, lo scongiurerei di pazientare.»
«Ehi, ascolta!» Ovviamente Sara aveva proceduto nonostante il suo diniego. «Quattro e tre sette, Jack di cuori...» mugolava. «Fossi in te starei attenta a chi incontri domattina. Vedo un uomo molto positivo che potrebbe essere importante per il tuo futuro.»
«E come potrei trovarlo?» chiese titubante, grattandosi la nuca. Strano. Di solito le carte di Sara erano una garanzia. Ma da dove avrebbe dovuto mai spuntare quell’uomo così positivo e tanto decisivo per il suo futuro?
«A vedere da qui sembrerebbe che la cosa capiti da sé» replicò l’altra, con naturalezza. «Magari ce lo presenti domani sera al festino per Yule.»
Addirittura non avrebbe dovuto muovere un dito! Ma... era talmente scettica e demoralizzata che non aveva nemmeno voglia di andare l’indomani al Sabba per il solstizio d’inverno. Tutte in bosco con quel freddo, per quanto confortate dal tepore dei falò, ad agghindare le fronde degli alberi con immagini del sole e ghirlande di spezie e frutta secca, ingozzarsi di arance, biscotti alle noci e sidro, fino alla battaglia fra il Re Agrifoglio e il Re Quercia. Per cosa? Per attaccare a un ramo un biglietto col desiderio di trovare lavoro? La nonna le aveva messo in testa sin da piccola un sacco di idee che non l’avrebbero mai portata da nessuna parte...
Però non era bello che la sua fede nella Madre Terra vacillasse così.
Sara era molto più entusiasta di lei. Per una piccolezza.
Chiuse la conversazione poco convinta, e non riuscì ad addormentarsi per un po’. L’idea che l’occasione si presentasse davvero - e le sibille di Sara non mentivano mai - in verità la intrigava. La portava a immaginare volti, corpi, sagome mai incontrate, solo fantasticate, nell’incognita di quella che - forse - sarebbe apparsa davvero.
Così scivolò pian piano nelle spire di Morfeo, fra mille scenari e opzioni per cui avrebbe potuto imbattersi in quel positivo incontro.

«Nessuno ti verrà a cercare una volta compiuta la missione perché, in quanto creatura risorta dalle tenebre, il tuo modo di uccidere sarà particolare: dovrai strangolare la strega con le tue stesse mani e assorbirne la vita per ricaricare il tuo flebile spirito. Il corpo di Rita così sfumerà in cenere. Nessun killer. Nessun cadavere.»
Il killer ascoltava come rapito la voce cavernosa del negromante e si chiedeva quando mai lo avrebbe sprofondato di nuovo nel suo limbo terroso.
Non aveva provato alcuna emozione una volta uscito con lui in strada. Né gioia, né terrore, né sorpresa, né rimpianto. Tutto gli scorreva addosso come tratto da un brutto incubo da cui sperava presto di risvegliarsi. Forse era stato proprio il negromante a svegliarlo. Forse la sua vita era quell’incubo. Vaghe immagini della sua stessa morte gli si paravano davanti nude e dolorose, ma parevano solo fugaci istantanee cavate dalla mente di qualcuno che non era lui. Che non era più lui. Nessun altro ricordo.
«Dovrai ucciderla entro domani notte, con la luna nera del solstizio d’inverno» proseguì il negromante, «quando le ore di luce sono molte meno rispetto a quelle di buio, nel giorno più corto dell’anno, la notte sovrana, al culmine della marea nera. Le energie predominanti saranno quelle appartenenti al regno degli inferi, da cui provieni, sotto cui il seme non si è ancora trasformato in pianta. La Natura dorme e attende il risveglio.» Forse anche lui doveva ancora ridestarsi del tutto, non avvertiva neanche il gelo invernale. «Ma dovrai stare attento, perché il sole, giunto nel suo punto più basso, da quel momento in poi comincerà a risalire, le giornate ad allungarsi, nascerà il nuovo astro, così come per i cristiani il Salvatore. Dovrai assolutamente agire prima dell’istante di buio magico che precede questo avvento, farle attraversare la porta della Dea prima che la luce rinasca dalle tenebre, prima che la luna sia di nuovo crescente» sentenziò, appostandosi all’angolo di un marciapiede illuminato da un solitario lampione. «Ne studierai le mosse per capire come comportarti e quando sarà il momento più opportuno per agire.» Poi allungò il dito vizzo e ossuto verso una finestra in alto. Era illuminata. Dall’interno, qualcuno chiuse i battenti e la luce svanì quasi del tutto; ne rimase una pallida lama che si proiettò nel buio e si arrampicò sul palazzo di fronte. «Quella è casa sua.» E il dito vizzo e ossuto tornò in basso, per indicare un portone. «Potrai vederla entrare e uscire da lì. Ha i capelli rossi come il fuoco che sprigiona con le sue movenze da finta ragazzina pudica, quella puttanella.» Il tono della voce appariva crudo e sprezzante. «Come il Fuoco che evoca con le sue sudice preghiere di femmina.»
Il killer si piantò con lo sguardo negli occhi del negromante. Se c’era un modo per uscire da quell’incubo, lo avrebbe accontentato. A costo di uccidere una giovane innocente, la cui unica colpa era quella di aver rifiutato gli approcci sessuali di un vecchio laido e raggrinzito. Non aveva più nulla da perdere. Il vecchio laido e raggrinzito aveva fatto bene i suoi calcoli.
«E se fosse lei a uccidere me?» ipotizzò, sentendo che la voce usciva fuori con un certo sforzo, quasi dovesse riabituare il corpo ai sensi e alla materia. «Se poi venisse a uccidere anche te?»
«Impossibile.» Il negromante corrugò la fronte, protendendo i palmi. «Solo uno spirito elementale, uno spirito dell’elemento Fuoco potrebbe possedere in eterno te o bruciare e uccidere me, se da lei evocato.» Sogghignò. «Dovesse chiudersi in un cerchio di pietre e ordinare strane cose a qualcosa di invisibile davanti a lei, tu avrai tutto il tempo per alzare le gambe e filare via.»
Il killer annuì, più fra sé e sé che alle parole del negromante, e continuò a fissare le persiane chiuse di quella finestra in alto. Sul tetto, passava piano piano l’ultimo, sottile spicchio di luna.
Poi si accoccolò contro il muro e assunse quella che gli parve fosse stata la sua posa abituale negli ultimi giorni... di vita?
Pochi istanti dopo, con un rapido fruscio, il negromante svanì nell’oscurità.


Quel mattino, Rita uscì nei brividi della brina per portare fuori la spazzatura. Lo smaltimento dei rifiuti non era forse l’operazione più romantica con cui imbattersi nell’uomo dei propri sogni, ma Sara aveva parlato di un incontro all’alba. E, dato che Rita non aveva cani a cui far depositare altro superfluo per la via, anche un’operazione ordinaria avrebbe potuto rivelarsi utile per sbloccare un evento inatteso.
Fu dopo essere stata travolta dal tanfo del cassonetto che notò l’uomo accovacciato all’angolo della strada. Passavano ancora poche macchine, lei era riuscita a dormire giusto cinque o sei ore, già tanto, visto l’andazzo dell’insonnia da stress, e quel fagotto ripiegato su se stesso le fece arricciare il naso per la concentrazione più del tanfo del cassonetto. La istigò pure ad affondare il mento nel bavero del piumino, per la vista di quelle braccia nude. Ma non aveva freddo? Era sicuramente ubriaco fradicio.
Be’, non poteva certo essere lui.
Allora perché la stava scrutando con quell’attenzione morbosa che la mise sul chi vive? E si rese conto che quel “chi vive” era da ascriversi ai pronostici di Sara, più che all’istinto di conservazione, quando si ritrovò a muovere alcuni passi verso la figura.
Lui si voltò subito dal lato opposto, ma Rita aveva fatto in tempo a scorgerne i tratti duri segnati dalla barba incolta. Non sembrava molto interessato a fregarle il vuoto portafogli, pareva semmai imbarazzato per l’inattesa osservatrice.
Si fermò a pochi passi di distanza da lui e le sorse spontaneo un: «Bisogno d’aiuto?»
Lui scosse il capo, mantenendolo chino. Infine, parve rassegnarsi alla sua curiosità e alzò gli occhi neri su di lei.
Non era male, ma se si riduceva a valutare uomini sul marciapiede in preda ai postumi di un’evidente sbronza solo per confidare nella divinazione di un’amica, voleva dire che era proprio alla fame, in tutti i sensi.
Non tanto da cedere alle avances di quel vecchio negromante che la tormentava da quando si erano incontrati all’expo di magia per le feste dell’equinozio d’autunno, comunque.
Rita cercò di recepire una qualsivoglia emanazione dall’uomo. E, strano, ma non avvertì sensazioni esattamente positive. Anzi, proprio un bel niente. Quasi fosse un cadavere.
E questo la incuriosì.
«Ti va un caffè?» Ormai glielo aveva chiesto. E, in quanto strega, avrebbe in definitiva dovuto fidarsi del suo istinto naturale, oltreché delle divinazioni di un’amica. Quell’impulso che l’aveva portata a porre una domanda tanto straniante, data la situazione, aveva sicuramente il suo perché. Che fosse collegata alla divinazione di un’amica o meno. «Basta salire un piano di scale.»
Lo vide sorpreso, e sorpresa fu anche lei nel vederlo alzarsi e assumere un contegno meno scontroso. «Credo che qualcosa di caldo mi farebbe bene.»
Istinto che tuttavia barcollava di fronte all’evidenza, e ora Rita avrebbe voluto rimangiarsi tutto, per il turbamento che quella situazione assurda le infondeva. Adesso avrebbe dovuto portarsi in casa uno sconosciuto sporco e barbone, per quanto decisamente sexy, valutò osservandolo di sfuggita da dietro una spalla mentre si incamminava dietro di lei. Più per la curiosità che per la reale paura che potesse fregarla in qualche maniera. E tutto per colpa di un mazzo di sibille! Lui avrebbe fatto in fretta comunque ad accorgersi che in casa sua non c’era nulla da rubare, a partire dall’androne delle scale, umido e disseminato di mozziconi di sigarette, fino alla porta del monolocale che scricchiolò come lo zio Tibia prima di arrendersi alla rotazione dei cardini.
«Come ti chiami?» abbozzò, non appena si fu richiusa zio Tibia alle spalle.
«Non me lo ricordo.»
Perfetto. Proprio quello che ci voleva per iniziare la giornata.
«Bevuto troppo, ieri sera?» azzardò, togliendosi il piumino e cominciando a sistemare sul fuoco la moka già pronta.
«Da morire» rispose lui, grattandosi la nuca.
E le veniva quasi da dirgli che se avesse avuto bisogno di una doccia avrebbe potuto fare come se fosse stato a casa sua.
Ma cosa caspita stava pensando? Adesso gli avrebbe somministrato un corroborante caffè e se lo sarebbe tolto dai piedi.
«Quanto zucchero?» chiese, preparando le tazzine.
«Uno» rispose lui. «Grazie.»
In attesa dell’uscita del caffè, Rita si soffermò di nuovo a studiare il suo ospite. Non pareva avere intenzioni bellicose. Se avesse voluto comportarsi in modo sgarbato o, peggio, aggredirla, già lo avrebbe fatto. Forse si stava arruffianando per scroccare un posto letto, ma più che il divanetto sdrucito doveva essersi accorto che non c’era molto da offrire, lì dentro. Sì, con una doccia non avrebbe dovuto essere tanto sgradevole, e si rese conto che, pochi attimi prima, l’istinto le aveva suggerito di esternare quella gentilezza giusto per lo schiribizzo di vederlo rimesso a nuovo.
Si riscosse dai pensieri strani al gorgoglio della moka. Il tizio non era un Jack di cuori, in barba a Sara, e presto avrebbe sloggiato anche dal divanetto sdrucito su cui si stava sedendo senza chiederle il permesso con quei suoi vestiti terrosi.
I pantaloni di tela apparivano più grigi che neri, e le maniche strappate della t-shirt lasciavano scorgere spalle larghe e ben costruite, braccia forti e muscolose. Sicuramente resistenti al gelo. E quello sguardo di pece le appiccicava addosso un piacevole disagio. Un disagio davvero difficile da scacciare, insieme alla curiosità e ai pensieri strani.
«Io sono Rita, e ho deciso che...» sbottò, versando il caffè nelle tazzine, «ti chiamerò Jack.»
«Jack?» chiese lui, perplesso. Ecco, adesso non avrebbe certo potuto spiegargliene il motivo... «Come il whisky o come la zucca di Halloween? Siamo fuori tempo.» Il sorriso smagliante che... Jack aveva appena snudato parve a Rita per un attimo che appartenesse a un’altra faccia, tanto contrastava con la lugubre cornice dell’intero aspetto di lui. Poi, Jack scrollò le spalle e guardò altrove. «Whisky...» Sembrava sovrappensiero o crucciato per qualcosa. «Non è che io tutti i giorni...» borbottò, come fra sé e sé. «O almeno credo...»
E Rita si sentì quasi in colpa per l’associazione non voluta al bere. Forse aveva toccato un tasto dolente, forse quell’uomo nascondeva una storia e dei segreti più tristi che pericolosi, e avrebbe dovuto e voluto rimediare in qualche modo.
«Se vuoi fare una doccia...» Lo aveva detto! Per la miseria, lo aveva detto davvero! Non solo aveva offerto la sua doccia a uno sconosciuto, ma dall’occhiata di lui le era parso di aver commesso l’ennesima gaffe, nei riguardi del suo aspetto. Prima gli aveva dato dell’alcolizzato, poi del sudicio e puzzolente. Ma non era così, in effetti? Certo, lui avrebbe dovuto ringraziarla, in fondo aveva appena fatto entrare in casa sua un barbone ubriaco. Cioè, in quel momento non era proprio ubriaco e la barba incolta non era poi così ributtante, però...
Si schiarì la voce e aprì un armadietto, afferrando un paio di asciugamani ripiegati.
Ormai la frittata era fatta, tanto valeva mangiarsela.


Jack, mi chiamerò Jack.
Lasciò che la schiuma gli scivolasse giù dai capelli insieme alla terra e alla morte, e rise amaro di se stesso, l’acqua che gli ruscellava fra le labbra, sforzandosi di ricordare qualcosa che riguardasse la sua vita prima del risveglio sotto terra.
Niente.
Avrebbe dovuto rassegnarsi a quella condizione. Del resto, non capitava a tutti di ricevere una seconda possibilità tanto magica e incredibile. Una rinascita dalle tenebre. Non era necessario sapere chi era stato prima e cosa gli era successo, per vivere ancora. Anzi, per quello che gli era stato dato di intuire dal negromante, c’era davvero poco di buono da ricordare, quindi sarebbe stato meglio lasciare che la tabula della memoria restasse rasa e ripartire da zero.
Ma non gli era concesso.
Per ricominciare avrebbe dovuto uccidere a sangue freddo quella simpatica e gentile rossina che non pareva aver fatto niente di male in vita sua, se non respingere il negromante. Adesso capiva perché il vecchio si era invaghito di lei. Era carina e frizzante. Comprensibile che si fosse rifiutata di cedere a un vecchiaccio incartapecorito. Anche se il vecchiaccio incartapecorito le aveva promesso un monte di soldi. E lei non sembrava navigare nell’oro. Dunque il rifiuto le rendeva maggior onore.
Ma ultimare la missione e uccidere Rita era l’unica possibilità che Jack aveva per restare in vita, altrimenti il negromante gliel’avrebbe tolta di nuovo.
E se avesse ucciso il negromante?
Gli aveva rivelato di poter essere ucciso solo da uno spirito elementale del fuoco, in grado di possedere in eterno lui stesso o di bruciare e uccidere il negromante, se da Rita evocato.
Chiuse il rubinetto, uscì dalla doccia e prese a frizionarsi la pelle con un asciugamano. Rita gli aveva consegnato un mucchio di vestiti che, a detta sua, erano appartenuti a un ex che non tornava a riprenderseli da mesi e presto lei li avrebbe comunque buttati. Dato che sembravano della taglia giusta, Jack approfittò dell’occasione per non rimettersi indosso gli stracci sporchi di cimitero. E poi, a mano a mano che passavano le ore, il corpo riprendeva vigore, e un abbigliamento più pesante gli avrebbe fatto comodo.
Scelse un paio di jeans e un maglione scuro, e si guardò allo specchio, cercando di districare l’intrico di capelli arruffati.
Rita non avrebbe potuto uccidere né lui né il negromante, perché avrebbe dovuto chiudersi in un cerchio di pietre e impartire ordini allo spirito, mentre loro avrebbero avuto tutto il tempo per fuggire.
Rimase con l’indice impigliato nell’ultimo nodo proprio quando un pensiero gli attraversò il capo.
E se fuori dal cerchio ci fosse qualcun altro pronto ad agire per lei?
Avrebbe salvato la vita a un’innocente, nonché la sua.
Uscì dal bagno con i capelli ancora bagnati, una spalla appoggiata alla porta, la mano aggrappata alla maniglia.
Lei era li che lo osservava, ignara. Il sorriso ammezzato gli regalava una nuova gioia di vivere. I seni che palpitavano sotto il sottile maglioncino d’angora gli confermavano di non essere morto. Forse era imbarazzata, se non addirittura intimorita. Jack avvertiva un cocente bisogno di calore umano, e di contatto. Quella vita che aveva tardato a risorgere, incagliandosi nella difficoltà di parlare con il negromante, e nel disagio di sentirsi diverso, gli esplose nelle vene in un istante. La voglia di percepirsi vitale, nel fissare il corpo della ragazza, i capezzoli inturgiditi che si lasciavano scorgere al di sotto della fine e morbida lana, lo spronavano a spogliarsi di nuovo; il timore di quanto sarebbe successo quella notte lo aizzava contro la perfidia del negromante, gli infondeva il desiderio carnale di sopraffare un rivale, toglierlo di mezzo, lui e il suo discutibile piano. Non solo per la cattiveria del progetto in sé, quanto perché proprio non avrebbe voluto toccare quel corpo con un dito se non per fare del bene.
Ancora lunghi attimi di silenzio e di osservazione.
Infine, la vide impallidire, quando le chiese: «Devi spiegarmi come funziona un rituale di evocazione per uno spirito del fuoco.»


In un primo momento, Rita aveva pensato che Sara avesse confuso la sfera sentimentale con quella magica. Non solo il personaggio che aveva di fronte pareva avere familiarità con alcune pratiche esoteriche, ma era a conoscenza del fatto che lei fosse una strega.
Quando poi era sceso in particolari, raccontandole apertamente e con una compostezza da lasciarla senza parole della proposta del negromante, Rita aveva smesso di credere alle sue orecchie. Di conseguenza, aveva sentito solo in lontananza il grillo parlante che le discorreva di numeri di telefono e polizia.
Per una bizzarra forma di difesa, più che dar credito alle parole di lui, si era soffermata a rilevare che l’aspetto di Jack fosse ancora sospetto: il pallore e le occhiaie non erano spariti. Però la constatazione l’aveva riportata al punto di partenza, ricordandole che avrebbe potuto trattarsi di una conferma: quell’uomo era davvero un cadavere, e il negromante gli aveva ordinato di ucciderla.
Ma, più si sforzava di strillare il terrore che le era rimasto ingolfato nelle corde vocali, più si convinceva di quanto già appurato in precedenza: Jack non aveva intenzioni bellicose e se avesse voluto farle del male glielo avrebbe già fatto.
O avrebbe dovuto aspettare la luna nera che quell’anno, davvero, cadeva nel Sabba di Yule? Di certo, se lui avesse voluto seguire i consigli del negromante, in quel momento non sarebbe stato seduto sul divanetto sdrucito accanto a lei, mani nelle mani, a spifferarle tutto quanto. Ma forse si trattava di un’opera di seduzione, e gli occhi neri di lui sgusciavano ammaliatori, attardandosi fra il volto e - se n’era accorta benissimo! - i capezzoli che sentiva inturgidirsi sotto il velo del maglioncino, per spingerla a fidarsi e a cadere a notte fonda nella sua rete.
Osservandogli di nuovo le spalle, adesso pulite, profumate e ricoperte da un maglione che stava molto meglio a lui che all’ex, Rita si ritrovò a pensare con vergogna che nella sua rete sarebbe caduta volentieri in altri modi, ma si impose di cambiare pensiero. «Uno spirito elementale del Fuoco, una Salamandra, può essere evocato con un particolare rito di cui non potrei per etica magica rivelarti ogni particolare» gli spiegò, cercando di non pensare al resto. Composta e compunta, come lui quando le aveva raccontato della proposta del negromante. «Ma è vero che potrebbe uccidere un negromante, non sapendo che si tratta di un negromante, oppure prendere possesso di un corpo come il tuo, povero di scintilla vitale e pertanto meno resistente alle seduzioni degli spiriti incorporei, anche se la debolezza potrebbe allettarlo meno.» Perché non le lasciava le mani? E perché lei continuava a lasciargliele? «Devi sapere che gli spiriti elementali, una volta evocati, sono tentati a prendere possesso della materia e a incarnarsi sul piano mortale, dunque alla fine del rituale io potrei non pronunciare la formula di licenza per cacciare lo spirito, ma farlo rimanere qui, però...» Lasciò un istante una mano di Jack e si grattò il capo, corrugando la fronte. «Però c’è un problema.» Vide aggrottarsi anche le sopracciglia di lui, mentre gli concedeva di nuovo la mano. Chissà perché... «La Salamandra sarebbe tentata da ambedue i corpi fuori dal cerchio. Se tu...» proseguì, puntandogli un dito contro. «Se tu ne resti fuori per uccidere il negromante, rischieresti di essere preso dallo spirito. C’è il cinquanta per cento di probabilità che la Salamandra scelga te o il negromante. La Salamandra nel corpo del negromante brucerebbe e morirebbe, e ucciderebbe anche il negromante stesso. Per sceglierlo non dovrebbe sapere che si tratta di un negromante.» Jack si riprese il dito puntato. «In quanto a te, si limiterebbe a possederti, se trovasse la tua debolezza un incentivo invece di un freno, ma invece di eliminare un problema, ne guadagneremmo due.»
«L’alternativa è che io ti uccida.»
Certo. E ovviamente non le piaceva per niente.
Non poteva morire di nuovo lui, dato che c’era abituato?
Anche quello però le dispiaceva.
Tanto.
Lo vide lanciare gli occhi al cielo e stirare una smorfia, mentre aggiungeva: «Dovrò procurarmi dei documenti, un lavoro...»
Facile a dirsi...
«E non potrai neppure assorbire la mia vita per ricaricare il tuo flebile spirito» osservò lei, con voce tinta da un accenno di turbamento.
«Potrò assorbire quella del negromante.» Jack tornò a puntarla negli occhi. «Anche se ci sono tanti modi per sentirsi scorrere di nuovo il sangue nelle vene.» Cioè? Era quello che pensava? «O assorbire la tua vitalità in maniera innocua e piacevole.»
Era quello che pensava.
Ma Rita non ebbe il tempo di rifletterci troppo, perché, non appena Jack ebbe finito di ipotizzare, le intrecciò le dita fra i capelli e l’attirò a sé.
Si sentì travolgere da un bacio profondo e affamato, un bacio che pareva arrivare da un abisso lontano nel tempo, quasi lui non lo facesse da una vita. E la stessa sensazione trasmise a lei, staccandosi per un breve istante e sussurrando: «Questi metodi aiutano anche a comportarci in squadra da bravi complici.» Per poi affondare di nuovo senza che lei avesse la forza, e soprattutto la voglia di protestare. Si lasciava trascinare e pensava che, sì, forse era solo una giustificazione a quella sensazione troppo primitiva, ma in fondo lui non aveva torto. Quello scambio di energie sarebbe stato salutare in vista del piano. Anche se, mentre le lasciava scivolare le mani dal collo alla vita, dalla vita al seno, lei preferiva dimenticare il negromante e quanto avrebbe potuto avvenire da lì a quella notte. Il bacio arrivava da un abisso lontano nel tempo perché lui era morto, indubbiamente, ma anche se lo era da poco, a vedere da come era messo, lei se lo sarebbe preso comunque, perché, al di là di metodologie e rituali di evocazione, desiderava quel bacio da un bel po’, ormai. Ne era cosciente.
Quando il bacio scivolò sulla pelle sotto l’orecchio e poi più giù, Rita si alzò d’istinto con le ginocchia puntate sul divano e lasciò che lui le sfilasse il maglioncino, abbeverandosi lì dove gli aveva già visto puntare più volte lo sguardo. Non le interessava solo il bacio. Anche di questo era cosciente. La lingua che titillava, le mani e le labbra che spandevano la fame di vita e di linfa, la portarono a togliersi in fretta quanto le era rimasto addosso, a parte le mani e la bocca di lui, che bramava di ritrovare non appena si scostava per eliminare un indumento, mentre lui al contempo faceva altrettanto, spogliandosi di tutto.
L’idea che si era fatta osservandolo pochi minuti prima non era affatto sbagliata, constatò una volta che se lo ritrovò davanti sgravato da quella natura che lo aveva partorito di nuovo. Tanto che non pensò né alla morte né alla vita nel gettarsi su di lui per abbeverarsi a sua volta. Però rallentando la foga, con movimenti lenti, per saggiarne tutta la solidità e la lunghezza, provando piacere nella certezza di darne a lui, fra gemiti e sospiri che si fondevano sempre più serrati.
Ma l’impazienza delle dita di lui intrecciate fra i capelli si fece e a poco a poco freno, quando le sollevò il capo per attirarla di nuovo a sé e affondarle la lingua in bocca, costringendola ad appoggiare le spalle al divano. Lo guardò con ansia e desiderio scivolarle fra le cosce divaricate e cominciare a giocare con le dita fra le pieghe umide, su cui lui si stese per cospargerla di baci ancora più madidi, stuzzicandola con le labbra e con la lingua.
Rita chiuse gli occhi e si concentrò sul piacere provocato da quel contatto. Il piacere aumentava, cresceva, saliva e la spingeva ad arcuarsi sempre più, nell’impazienza di soddisfare quella voglia, di raggiungere un apice che appariva lontano, troppo lontano quando lui si scostò e sollevò il busto, puntando una mano sulla spalliera del divano e una nell’incavo del suo ginocchio.
Lei lo guidò dentro di sé, incosciente di quanto stava avvenendo, rapita dalla sensazione di lui che le sgusciava dentro, e piano, lento, a fondo, dava il ritmo alla lotta dei bacini.
Rita lo osservava, e di nuovo, al pensiero che lui fosse davvero quello che era, si disse che non le importava nulla, che le sensazioni che stava provando andavano oltre l’al di là, puntate verso il futuro come il corpo di lui dentro il suo, in quella complicità che forse li avrebbe portati in maniera piacevole e appassionata ad accordarsi nel corpo e nella mente per la risoluzione dei loro problemi.
Poi la presa di lui si fece più stretta, il busto e il capo si chinarono per raccoglierle le labbra, sempre senza smettere di prenderla, senza cambiare il ritmo, e Rita gli avvinghiò le braccia dietro al collo e le gambe intorno ai fianchi, per fondersi in un abbraccio che li trascinava come la risacca del mare. L’acqua che dava vita, vitalità, ed energia per agire nel mondo magico.
Si sentì sollevare, il contatto per un attimo si allentò, e si ritrovò catapultata su un fianco, sdraiata sul divano, con lui alle spalle che continuava a prenderla da dietro sollevandole una gamba, la mano che dalla gamba scivolava lungo il fianco e glielo scavalcava per stimolarla con rapidi movimenti rotatori. Lui riusciva a mantenere il ritmo giusto, quello dentro e quello fuori, spingendola ad abbandonare il capo all’indietro, quello di lui nell’incavo del collo, il bacio sulla pelle sotto l’orecchio rovente come il tocco fra le pieghe tra le cosce.
Un ritmo che la bruciava, la portava a salire, sempre più forte, sempre più veloce, finché il cuore non le esplose nel ventre e nelle orecchie, insieme all’ansito di lui sul collo e al seme spremuto sul ventre.
Il respiro e il batticuore tornarono a poco a poco alla normalità, e Rita lanciò un braccio all’indietro, per sentirlo, per accertarsi che lui fosse ancora lì alle sue spalle, col corpo e con la testa, davvero, non solo in una fantasia, una testa e un pensiero che parevano essersi dissolti in un turbine fuso di emozioni rapide e violente.
Rimasero così a lungo, senza parlare.
«Sono certo che ce la faremo» le disse infine. E Rita si sentì sicura, quanto lui, amalgamata a lui.


L’angusto spazio che fungeva da camera e salottino d’ingresso si era oscurato al calare della notte. La luna nera impediva che dalla finestra filtrassero chiarori aggiuntivi al misero lampione d’angolo, ma il pavimento era tappezzato di candele profumate che gli invadevano le narici così come l’odore d’incenso.
Il negromante, di lì a poco, sarebbe comparso sulla porta per reclamare quanto gli spettava, chiedendosi cosa mai il killer stesse aspettando, e loro si sarebbero fatti trovare preparati.
Rita già si era posizionata all’interno di un cerchio di pietre che aveva recuperato da una scatola di legno riposta sotto un armadietto e aveva declamato fosche parole inneggianti il Fuoco. “Salute a te, Brigit, Signora della Fiamma Eterna” aveva esternato a gran voce, ossequiando la Dea legata allo spirito aereo. “Lode alla Regina del Fuoco la cui fiamma si leva sulle tenebre” gli aveva ordinato di recitare con lui, per finire col rilassarsi insieme attraverso alcuni esercizi di respirazione. Davanti a lei, il triangolo magico dentro cui si sarebbe manifestato lo spirito. Libero di muoversi, se qualcuno si fosse trovato fuori dal cerchio di protezione.
Lui, ora, osservava affascinato l’immagine femminile avvolta da quell’ovattata luminosità e i ricci infuocati come i lumi sulle piastrelle gliela facevano apparire magica quasi quanto quel pomeriggio.
Se la Salamandra avesse trovato il suo spirito flebile non sarebbe stato certo perché gli mancava la scintilla vitale. Oltre che a imbastire il piano, avevano passato tutto il giorno a rotolarsi fra le lenzuola, ripetutamente, come se non avessero aspettato di fare altro per tutta la vita. Ma sentiva che almeno quella parte del piano aveva funzionato. Era paradossalmente carico più che esausto. La vitalità di lei gli si era riversata nelle vene come un incantesimo che li aveva avvinti in un unico corpo e un unico pensiero d’azione. Nonostante si fossero incontrati poco prima. E quello gli appariva doppiamente bizzarro: non solo, all’interno delle loro vite, si trattava del primo giorno in cui si erano conosciuti, ma per lui, in un certo senso, si trattava del primo giorno di vita.
E forse anche dell’ultimo.
Di nuovo.
A quanto aveva capito, anche per lei si era trattato di una circostanza singolare e, se col passare dei minuti - forse sarebbe stato meglio dire secondi, vista la rapidità dell’attrazione reciproca - l’imbarazzo aveva lasciato spazio a una sorprendente complicità, la sensazione di trovarsi all’interno di uno strano sogno non lo abbandonava ancora.
Rita lo invitò a entrare nel cerchio con lei, rendendolo partecipe della sua magia. Fino all’arrivo del negromante, avrebbe potuto così difendersi dalla Salamandra che lei stava per evocare. Poi, il rischio sarebbe stato suo e dell’atteso avventore.
Non riuscì a trattenersi dal passarle un dito fra i ricci incandescenti, temendo quasi di bruciarsi sul serio, e si chiese cosa sarebbero mai diventate le loro vite, se lo spirito si fosse impossessato di lui, invece di uccidere il negromante; parimenti non riuscì a raffigurarsi neppure il contrario. Tutto gli appariva nuovo e strano. Come a un bambino. Ma, come un bambino, Jack si sentiva tuttavia ottimista.
Un sussulto lo travolse quando le labbra di lei presero a invocare lo spirito. «Il potere del Fuoco io invoco!» la udì scongiurare di nuovo a voce alta, per lasciarlo poi smarrirsi in un ammasso di parole confuse e sconosciute che non riuscì a decifrare, forse impedito dalla tensione del momento, forse da lei stessa che gli oscurava l’approfondimento dell’arcana e femminea conoscenza.
E non ci volle molto perché i sobbalzi cominciassero a sconquassare anche l’etere di fronte a loro. Le candele sbuffavano bolle di cera e fiamme sibilanti, le ombre sul muro si facevano sempre più mobili e funeree, e lo spazio delimitato dal triangolo si riempì di vapore.
Il vapore divenne blu in basso, rosso in mezzo e arancio in alto, fino a sfumare nel giallo e nel bianco, in mille lingue che si dipartivano dalle curve sinuose del corpo impalpabile che stava plasmando.
Se Jack non fosse tornato dalla morte giusto la notte prima, non avrebbe creduto ai propri occhi.
La Salamandra sfrigolava impaziente, in attesa di una richiesta che non sarebbe giunta se non all’arrivo del negromante, e Jack non osò interrompere la concentrazione di Rita, che nel frattempo avrebbe dovuto mantenere viva la fiamma. Lo spirito appariva irritato da quella misteriosa e insolita stasi, così Jack provò quasi un senso di sollievo quando, con uno schianto fragoroso, la porta si spalancò, lasciando entrare il negromante incappucciato.


«La stiamo tirando per le lunghe, vedo» proruppe il negromante con un ringhio luttuoso, facendo sussultare Rita.
La Salamandra guizzò, come se un abbozzo di testa sulla sua cima si fosse appena voltato per osservare il nuovo arrivato.
Nuovo arrivato che si stava mantenendo ben saldo sulla soglia, evitando di entrare nell’ambiente in cui lo spirito era stato evocato.
Rita li maledisse fra sé e sé. Ambedue. Il negromante che si manteneva a distanza impedendo loro di agire, e la Salamandra, incapace di aggredire chiunque si fosse trovato all’esterno.
Benedisse però la sagoma di Jack, che le sfrecciò davanti la coda dell’occhio per avventarsi sul malcapitato stregone e acciuffarlo per la tunica, trascinandolo dentro.
Immortale, ineffabile e increato, recitò, concentrandosi su se stessa e sul Fuoco. Signore delle infinità eteriche...
Lo sbuffo della Salamandra fu così intenso da richiudere la porta, e i due uomini, avvinghiati, si ritrovarono a rotolare sul pavimento. Jack con le mani intorno alla gola del negromante, il negromante intorno a quella di Jack. Lo spirito ad accerchiarli, come per cercare di capire dove fosse più facile tuffarsi.
Esaudisci le tue figliole che ami sin dall’inizio del tempo... Rita continuò a mormorare arcane preghiere alla Dea del Fuoco, implorandola di risparmiare Jack e ingiungendo alla sua umile e lingueggiante serva di scegliere l’altro.
«È tornato in vita solo ieri. Prendi lui, non troverai resistenza» rantolò lo stregone. «Io sono un negromante, se tu mi prendessi uccideresti anche te stessa.»
«Non dargli ascolto, Spirito» le intimò Rita. «Io ti ho evocato e a me devi ubbidire.» La Salamandra si era bloccata e pareva che, dove l’altezza le faceva sputare scintille più piccole, si fossero formati un paio di confusi occhi scuri. Era necessario continuare a pregare col cuore e con la mente contro i programmi sfavorevoli dello spirito, ingraziandosi la Dea, l’elemento. Tu sei più alto di loro, o’ Fuoco luminoso! «È l’uomo con la tunica nera, quello che devi prendere.»
«Guardalo, Spirito!» vomitava respiro, il negromante, mentre Jack ringhiava contro il suo corpo. «È debole, è quasi un cadavere, puoi impossessartene quando vuoi e restare per sempre nel mondo della materia.»
«È un bugiardo» sbottò Jack. «Sono io il negromante. È con me che moriresti. La sua è solo una scusa per non farsi prendere» proseguì Jack, mentre la perdita di fiato lo costrinse a cedere. Là risplendi, là vivi te stesso, con la tua magnificenza e le correnti inesauribili di luce! Il negromante lo rivoltò su un fianco e lo costrinse con le spalle al pavimento. «Sembra il più sano, dunque il più a rischio di essere scelto.» Ottima idea, Jack!
«Pensaci ancora» continuava il negromante, infierendo sempre più sul debole spirito vitale di Jack. «Non vedi quant’è indifeso? Come può essere lui il negromante?»
«Ho già la morte negli occhi.» Jack soffocò un colpo di tosse e, quel colpo, Rita lo sentì dentro di lei, come lui aveva afferrato le idee magiche. «Scegli la forza e la libertà.»
Nel nostro regno elementale, dove all’infinito lodiamo la tua bontà e ti adoriamo...
E la morte si affacciò sempre più dagli occhi di Jack, mentre Rita si portava le mani alla bocca per l’angoscia, e la Salamandra incombeva, vicinissima, sul nodo formato dai corpi dei due uomini.
... là bruciamo in eterno nella nostra aspirazione e nel nostro desiderio di te.
Infine, un rantolo uscì anche dalla gola di Rita - Forma di tutte le forme... - che si accasciò esausta in ginocchio, quando lo spirito scelse la forza e la libertà.
... anima, spirito e armonia che VIVE in tutte le cose.
Jack si portò una mano alla gola e con l’altra si sollevò su un fianco, mentre il negromante lanciava urla strazianti al penetrare delle fiamme nella bocca spalancata.
Le lingue calde e serpeggianti si fecero spazio con invisibile violenza fra le labbra e i denti, e la pelle del volto del negromante prese a sfrigolare come le fiamme che lo avvolgevano. Le guance si allargarono, si stirarono, si strapparono come gomma fusa, fino ad apparire come una sottile rete di carne forata che lasciava assorbire il fuoco. La tunica bruciava, evaporava, sfumava, mentre il corpo di lui si rimpiccioliva, in un sibilo sinistro che racchiudeva le ultime grida disperate sia del vecchio sia dello spirito, che aveva ovviamente sbagliato bersaglio.
Quando dello spirito e del suo transitorio organismo ospitante non rimase che un mucchietto di cenere sulle mattonelle, Rita si lanciò fuori dal cerchio e corse ad abbracciare Jack, ancora malfermo sulle membra sforzate.
«Forse oggi ci siamo dati troppo da fare.» Il respiro di lui era ancora affannoso.
«È andata bene, no?» mugolò lei. «Anche se non mi sembra il caso che tu assorba la vitalità del negromante, a questo punto» osservò sgomenta, lanciando un’ultima occhiata al mucchietto di cenere.
«Se è una proposta...» mugolò Jack, ansimante, alzando il dito indice, «ti pregherei di aspettare qualche minuto.»
Il quel mentre, la suoneria del cellulare sul comodino la distolse dagli occhi di Jack, e Rita corse ad afferrare il malefico arnese che stava continuando a squillare con sul display il nome di...

«Allora?» Sara. Il festino di Yule! «Chi hai incontrato stamattina?»

FINE


CHI E' L'AUTRICE

Anonima Strega si occupa da sempre di tematiche legate all’occulto. Preferendo tutto quanto concerne l’universo femminile neopagano, è di conseguenza al contempo molto romantica, anche se l’oggetto dei suoi desideri esce spesso dalle righe, così come i personaggi delle sue storie. Crede fermamente che gli elementi del creato siano guida e strumento, sia per le streghe, sia per i protagonisti di avventure d’amore paranormali. Il suo antro è situato in un luogo nascosto, custodito da una gatta nera d’angora e una coppia di anziani troll norvegesi.
Su Facebook: www.facebook.com/anonimastrega


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33 commenti:

  1. Beh... Ecco, non avevo mai letto niente di genere paranormal. Questo tipo di storie di solito non mi attirano, ma... cara Anonima Strega, il tuo racconto e' stata una splendida prima volta. Mi e' piaciuto molto. Magico, strano, misterioso... Un aspetto diverso del Natale.
    Auguri di nuova vita a tutti.
    Eva P.

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    1. Cara consorella Eva, sono lieta di averti donato un pizzico di magia e pure un pizzico di prima volta. Grazie infinite. Che La Dea ti benedica, Anonima Strega

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  2. Teresa Siciliano24/12/14, 20:01

    Il racconto è interessante, ma tu chi sei? Uno scrittore? Non ho visto tue opere. Perché questo strano nome? Sei inquietante.

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    1. Cara consorella Teresa, mi diverte che tu mi trovi strana e inquietante, ma soprattutto sono contenta che tu abbia trovato il racconto interessante, perché in fondo è quello che conta, grazie. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega
      PS: mi trovi al link www.facebook.com/anonimastrega

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  3. Non amo molto i paranormali, però questo è scritto bene e mi ha regalato un'atmosfera natalizia piena di magia. Ho trovato interessanti i riferimenti alla cultura celtica. Brava, Anonima Strega!

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    1. Cara consorella Laura, il fatto che tu non abbia una particolare predisposizione per i paranormal mi gratifica ancora di più, grazie! Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  4. interessante, inquietante,insolito e magico complimenti Strega sai scrivere bene.

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    1. Cara consorella Samantha, come potrei non sentirmi soddisfatta quando il mio racconto viene definito "magico" da una signora che si chiama come la fantastica protagonista di "Vita da strega"? Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  5. Sono figlia unica, neanche appartenente a ordini monastici e pure agnostica.... cmq buona fortuna!

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    1. Per "giocare" è sufficiente la terza delle caratteristiche elencate :D
      Grazie ;)

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  6. Strano e alternativo rispetto ai soliti racconti natalizi ma interessante e ben scritto, anche inquietante sì perché in fondo stiamo parlando dell'attrazione di Rita per uno zombie!! aspetto i tuoi prossimi lavori Strega :)

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    1. Cara consorella Keiko, sono contenta che tu abbia apprezzato "l'alternatività"... ma lui non è un vero e proprio zombie, non è messo poi così male, su! :) Seguimi pure al link che trovi cliccando sul mio nome, grazie. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  7. Nn posso che essere d'accordo con le ragazze che mi hanno preceduta, qs racconto è davvero strano e inquietante, assolutamente fuori dagli schemi della solita narrazione a carattere natalizio (e qs è un aspetto che me lo fa apprezzare in modo particolare). Anche il retaggio dell'antica cultura celtica e l'attenzione x l'arcana sapienza femminile hanno molto risvegliato il mio interesse xché sono argomenti che mi hanno sempre affascinata. Atmosfera molto intrigante e suggestiva.

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    1. Cara consorella Lady Macbeth, il tuo commento mi fa gongolare per la gioia, perché hai toccato i punti che più mi premevano. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  8. Un racconto ben scritto, particolare e che mi ha coinvolta sino alla fine. BRAVA!

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    1. Cara consorella Simona, ti sono grata sia per questo bel commento sia per la condivisione, grazie. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  9. Cara Strega, come posso definire il tuo racconto? Magicamente oscuro? Per me che adoro i thriller e le atmosfere gotiche, questo paranormal è davvero bellissimo. La scrittura è oscura al punto giusto, incalzante e l'argomento è uno dei miei preferiti. Adoro la cultura celtica e siccome io non so scrivere paranormal romance sono ben felice di aver letto il tuo!! Complimenti, sei una Strega perfetta. :-)

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    1. Cara consorella Viviana, ma non starai esagerando? :D Sono davvero contenta che il mio racconto ti sia piaciuto, anche perché io ho adorato il negozietto del tuo "Un Natale che si accende di te." Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  10. Pagan a rapporto :) bellissimo racconto!

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  11. Cara consorella Rory, grazie mille per il superlativo! Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  12. Cara Strega, il tuo racconto ha un pregio raro: suscita lo stupore straniante di pagine che si ricorderanno.

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    1. Cara consorella Patrizia, grazie per avermi dedicato il tuo tempo e il tuo stupore. Spero che il ricordo rimanga positivo :) Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  13. Non riuscivo a staccare gli occhi dal racconto. È magia anche questa, vero ?Intrigante e coinvolgente sino al finale mozzafiato. Complimenti. Milena

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    1. Cara consorella Milena, mi piace tanto il tuo nome, devo tenerlo presente per qualche prossima strega. Grazie per aver apprezzato la mia magia! Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  14. Non è il mio genere, scritto bene devo ammetterlo, scusami strega ma sta storia delle consorelle e della dea benedicente mi urta oltremodo

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    1. Cara consorella che più consorella non si può Anonima… o confratello Anonimo? Mi piace scherzare con l’opprimente nero della vita quotidiana. Comprendo che qualcuno possa esserne allietato e qualcun altro no. Del resto, le opinioni contrastanti sono salvifiche perché ci dimostrano che, per quanto nero, perlomeno il mondo non è piatto. Grazie per il tuo contrasto. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  15. Io invece mi allineo, Anonima Strega, e ti dico: affascinante! Tu e il tuo racconto. Che la tua Dea ti benedica, VeloNero.

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    1. Grazie infinite consorella VeloNero, anch'io ho apprezzato le tue Mille piccole luci :) Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  16. E però baciare lo zombie sulla bocca... ma si era lavato i denti almeno?

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    1. Caro confratello Bruno, apprezzo sempre l’umorismo. La doccia c’è stata, lo sciacquo in bocca pure, in ogni caso si tratta di un bell’uomo riportato in vita da un mago, in un rosa, non da un virus fantascientifico o un rito vudù :D Un grazie doppio perché i maschietti non si soffermano spesso sui romance. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  17. Un bel racconto, mi piace molto la cultura celtica e tu ne hai profuso i suoi influssi in queste righe.
    Grazie, Anonima Strega.

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  18. Cara consorella Sarah, mi fa piacere che tu abbia apprezzato i riferimenti, e in questo giorno di festa ti auguro che gli influssi siano favorevoli. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  19. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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