Summer in Love 2017: "COACH DEL MIO CUORE" di Maria Cristina Robb - 2^ PARTE


NB: LA PRIMA PARTE DI QUESTO RACCONTO LA PUOI TROVARE QUI


Dopo altri due giri di bosco e cinquecento metri in piscina, a cena ero uno zombie. Mi faceva male tutto, persino i muscoli dei mignoli. Sollevare il cucchiaio della zuppa di verdure fu un’impresa, ma mai quanto usare il coltello per tagliare il pollo arrosto. Arrivai comunque in fondo al pasto, anche se mi fu negato persino un bicchiere di vino.
“Pas d’alcool.” decretò.
Non mi sarei sottoposta al training di quella giornata neanche se me lo avesse prescritto il dottore ma quando Etienne sorrideva, mi si riempiva qualcosa sotto lo sterno e faceva le fusa contento. Mi avrebbe convinta a salire a saltelli su per i picchi frastagliati alle spalle dell’albergo.
Strisciai la sedia indietro e mi alzai con un lamento. “Vado a letto.” dissi quando la cameriera mi tolse il piatto vuoto.
“Fatiguè?”
Lo guardai interrogativo.
“Sei stanca?” ripeté nella mia lingua.
“Sono uno straccio usato e strizzato.” risposi.
“Stasera dormi.” Mi fece l’occhiolino.
Accennai a fargli una linguaccia ma uscì più come una smorfia di dolore.
Salire le scale fu praticamente la tredicesima fatica di Ercole. Mi trascinai oltre la porta della mia camera e mi diressi verso il bagno. Chi lo aveva spostato così lontano?
Pulizia del viso, abluzioni varie e cambio con la camicia da notte, accompagnato da piagnucolio per il movimento delle braccia.
Alla fine, barcollai verso il letto.
Ero sul punto di lasciarmi crollare sopra la coperta a piccoli fiori celesti, quando sentii bussare.
“Marguerite? Tu es là?”
Era il mio dispotico, intransigente, incontentabile, fighissimo allenatore. Chissà se dovevo dirgli di chiamarmi Margaret?
Tornai ad alzarmi in piedi e strisciai le ciabatte fino alla porta.
Lui era bello come il sole, riposato come una rosa, un asciugamano su una spalla e una boccetta tra le mani. Mi sorrise e fece un passo avanti. “Come va?” chiese.
“Come prima. Mi fa male anche parlare.” Le parole stentarono a uscire.
Lui mi mostrò il flacone. “Questo lo preparo io: olio con essenze aromatiche per i dolori muscolari.”
Guardai prima la boccetta marrone scuro, poi lui. “Cosa ci devo fare? Non ho la forza di spalmarmelo.”
Lui rise. “Ti faccio un massaggio.”
Mi ci volle qualche secondo per realizzare. Io, lui, le sue mani su di me e tanto olio sulla pelle.
Il brivido fu inevitabile.
Non potevo sopravvivere.
Rimasi impalata a guardare prima lui, poi l’olio in una sorta di “non ci credo” e “sto sognando”.
“Alors.” disse impaziente, prendendo l’asciugamano con due dita. “Mi fai entrare?”
Mi scostai in fretta, sentendo chiaramente quanti muscoli erano necessari per quel semplice movimento. “Vieni.” Sì, decisi, potevo sopravvivere.
Etienne mi allungò il telo. “Stendilo sul letto. Vado a lavarmi le mani.”
Non me lo lasciai ripetere due volte.
Mi ci vollero cinque minuti per metterlo in posizione con piccoli movimenti, ma alla fine mi sedetti soddisfatta ad aspettare.
Lui rientrò e mi guardò impaziente. “Stesa! Pancia sotto.”
Feci l’atto di sdraiarmi.
“La camicia da notte.” mi sgridò.
“Cosa?”
Lui fece il gesto come per togliersela ed io realizzai il mio problema. Dovevo restare in biancheria intima. Solo il pensiero mi spedì sull’orlo di un mini orgasmo.
Ovvio, poteva fare un massaggio sulla stoffa?
Obbedii a fatica e mi stesi sul letto. Per fortuna avevo indossato un coordinato quel giorno.
Lui si sedette di fianco, sentii il “plop” del sughero della bottiglietta e un lieve profumo di rosmarino e limone si sparse nell’aria. “E’ un olio apposta per i muscoli, la circolazione e le dreinage lymphatique.” Capii il senso solo perché era simile all’inglese.
Gli sentii sfregarsi le mani fra loro, poi le appoggiò sui miei polpacci.
I primi movimenti mi fecero mugolare, prima di riuscire a contenermi. Non volevo sembrare una gatta in calore.
Iniziò con un movimento d’impasto e di spremitura verso l’alto, poi passò alle cosce dove si fermò a lungo nei punti dove mi strappava più lamenti.
Sulla parte lombare lavorò a piene mani e poi con le dita, premendo e spingendo per snodare i muscoli uno a uno. Risalì lungo la schiena sfregando sui muscoli dorsali irrigiditi, i pollici pressati lungo la colonna vertebrale.
Vraiment charmant.” sussurrò mentre insisteva sui muscoli intercostali.
Mi piacque il suono di quelle parole ma non avevo la forza di chiedergli la traduzione.
A un certo punto, fra la zona dorsale e le spalle, mi appisolai. Quando mi risvegliai, ero da sola, coperta da un panno e c’era un biglietto sul cuscino di fianco.
“Domani gita ad Annecy. Pronta per le sei. Etienne.”
Sospirai di sollievo. Niente massacro.
Poi ci ripensai, quel diavolo avrebbe trovato il modo di farci allenare lo stesso.
Mi rinfilai la camicia da notte, sentendo già i benefici del massaggio, e sprofondai di nuovo nel sonno.
Sognai Quentin. C’era una rossa davanti a lui, lo indicava con un dito e urlava. Il mio ex marine, invece, rideva a gola aperta, la testa buttata indietro, sexy come non mai.
Non so perché ma pensai che ridesse per me… O di me.


Come posto da vedere in Francia nella mia prima visita, e forse ultima, Annecy era davvero perfetta.
Situata sulla punta meridionale dell’omonimo lago, la cittadina era incantevole. Le sorprendenti acque turchesi del lago, il paesaggio alpino circostante con le sue foreste ancora selvagge, la città vecchia di origini medievali, formata da un dedalo di viuzze, casette variopinte e negozietti d’artigianato. La parte più suggestiva era però il fiume che si diramava nella città con numerosi canali, attraversati da bellissimi ponti in pietra adornati di vasi di fiori e solcati dalla grazia regale di una colonia di cigni.
Lasciato il pullman in un parcheggio non molto distante dal lago, il nostro allenatore, ormai lo consideravo anche mio, ci dispose in cerchio.
Incominciò a spiegare qualcosa in francese, a cui seguirono diverse voci di protesta.
Diedi una gomitata a Benoit, eletto mio traduttore ufficiale. “Cosa ha detto?”
“La passeggiata intorno al lago è lunga 43 chilometri.”
“Non la vorrà fare tutta!” esclamai inorridita.
“Silence.” La voce forte di Etienne fece zittire tutti.
Io avevo cominciato a sudare freddo.
Altra spiegazione in francese, altra gomitata a Benoit. “Ne faremo solo un piccolo tratto di corsa, circa dieci chilometri. Per chi ce la fa.” Mi guardò eloquente.
Io no di certo.
Ancora tante parole in francese.
“Dopo visiteremo il castello che sovrasta la città, una cattedrale e poi saremo liberi fino alle 17.” continuò a bisbigliare Benoit.
“Almeno ha capito anche mademoiselle?” disse Etienne, la bocca stretta in una linea di rimprovero.
“Tratto di corsa intorno al lago. Io mi fermo da qualche parte mentre voi andate. Visita al castello e cattedrale, poi gioco libero.”
L’allenatore si mise a ridere. “Ottimo riassunto, a parte il fermarsi.” disse. “Voglio che fai almeno il primo pezzo: tre chilometri.”
Mi ero svegliata stranamente riposata. Il massaggio mi aveva fatto un sacco di bene ma tre chilometri di corsa erano fuori discussione.
“In nessun modo.” Scossi la testa.
Lui strinse gli occhi. “Lâche!”
“Che ha detto?” sussurrai a Benoit con la bocca storta.
“Ehm…” esitò un attimo. “Ha detto: vigliacca.”
Drizzai la schiena come una sbarra d’acciaio. “Non sono una vigliacca.” gli risposi a voce alta.
“Provalo.” Il sorrisetto di sufficienza mi fece venire voglia di schiaffeggiarlo.
“Va bene.” dissi ancora più forte.
Capii che si stava appena trattenendo dal ridere.
Che scema: amo gettato, pesce abboccato.
Ormai avevo deciso, ero determinata. Gli avrei provato… non so cosa ma qualcosa gli avrei provato.
“Alonz!” ordinò.
Così, tutti intruppati ci dirigemmo verso la promenade.
Era il luogo ideale dove fare una corsa. La strada pedonale si stendeva lungo le rive del lago, costeggiando capanni, bar, piccoli approdi e spiaggette. Sul lato destro circolavano le biciclette e ancora più in là c’era la strada. Etienne si affiancò a me, accordando la sua velocità alla mia, lasciando i ragazzi andare al loro passo.
“E’ una cittadina bellissima.” mi disse. “Dopo andiamo nella parte vecchia.”
Io ero troppo impegnata a respirare e gli risposi con un cenno affermativo della testa e un rantolo. Costeggiamo il casinò Imperial e tutta la spiaggia antistante e proseguimmo. Le gambe sembravano andare meglio ma dopo poco avevo già voglia di buttarmi su uno di quei prati che ci scorrevano accanto. Un’occhiata al profilo sereno di Etienne, neanche il respiro un po’ accelerato, e la mia testardaggine mi diede uno scappellotto.
Dopo circa quindici, infiniti minuti, raggiungemmo un punto, dove delle penisole si allungavano sul lago. “Questo è il Pont des Amours” Etienne mi indicò un ponte, sopra un canale, che collegava la promenade con una di queste. “Quelli dopo sono Les Jardins d’Europe.”
Un vero e proprio parco con alberi, panchine e chioschetti. Un’oasi.
Io ero allo stremo, avevo consumato anche l’ostinazione. “Mi… fermo… qui.”
Lui rimase a saltellare sul posto. “Tutto bene?”
Annuii, troppa fatica parlare.
“Ok. Io raggiungo i ragazzi. Aspettaci qui.”
Alzai il pollice in risposta.
Lui ripartì con la sua splendida falcata.
Nonostante l’affanno e il cuore intento a scappare dalla sua gabbia, non mi persi la visione e continuai a guardare il didietro marmoreo e le gambe nerborute mangiarsi l’asfalto. Notai anche diverse donne girate ad ammirarne il passaggio.
Diavolo!
Era inutile facessi gli occhi languidi dietro a Etienne. Quando mai un uomo del genere poteva interessarsi a me?
Un altro gruppetto di persone arrivò e mi schivò di lato. Forse era il caso di togliersi dal mezzo della passeggiata.
Cercai una panchina e andai a buttarmici sopra.
L’atmosfera estiva del lago era davvero bella, il “clic, cloc” delle ciabatte sul cemento, la musica allegra della baracchina accanto, l’odore di cibo fritto. C’era persino gente in costume stesa al sole.
Quentin poteva averla incontrata in un posto così la sua rossa, un posto dove lui non era nessuno e lei neanche.
Chissà.
Forse era il principio di un grande amore o di una tremenda ossessione.
Quando tornai a respirare normale, andai in cerca di qualche bottiglia d’acqua, pagandola carissima, come sempre. I ragazzi avrebbero avuto sete. Mi sembrava il minimo, visto che mi dovevano sopportare.
Dopo un’ora di quiete, lo scompiglio mi avvertii del ritorno dei rugbisti.
E come dargli torto?
Tutti accaldati e sudati, le magliette appiccicate addosso su tutto quel po po’ di muscoli che Etienne allenava con gran cura, i corpi poderosi, la bellezza della gioventù. Più di una donna rimase a seguirli con occhi sognanti.
Benoit fu il primo a vedermi e fece cenno con la mano nella mia direzione. Tutti e ventuno deviarono e si buttarono sul prato intorno a me.
“C’è dell’acqua qui.” Allungai loro le bottiglie. Qualcuno mi mandò un bacio con le mani, qualcun altro esultò: “Vive l’Engleterre.”
L’ultimo ad arrivare fu Etienne, con il suo passo regolare, come reduce da una piccola passeggiata. Si sedette al mio fianco e gli porsi la mia bottiglietta.
“Merci, ma cher.” E bevve una lunga sorsata.
Guardai rapita quel pomo d’Adamo muoversi con la stessa grazia del resto del suo corpo e decisi che la bottiglia sarebbe finita dentro una teca.
I ragazzi stravaccati sull’erba erano un gran bello spettacolo e per un po’ furono la principale attrazione del luogo.
Poi, il tiranno si alzò. “Allons! Al castello.”


Alla fine della visita, tutti liberi.
I ragazzi si addentrarono nelle viuzze e i ponti della città vecchia in cerca di un panino e qualche regalino per le famiglie.
Mi aspettavo di essere lasciata sola e invece Etienne aveva altre idee. “Dove vuoi andare?”
Non me lo feci ripetere due volte. “Mi piacerebbe vedere un po’ la città.” risposi cercando di non mostrare la mia euforia. “E mangiare sull’acqua.”
Dopo aver gironzolato per le stradine e i canali, fra negozi di specialità locali, souvenir e anche maschere di carnevale, ci fermammo in un ristorante tipico, La Bastille, con i tavoli sul lungo canale.
“Questa città è davvero bellissima.” dissi mentre intingevo i miei pezzetti di baguette dentro una deliziosa fonduta.
Etienne sorrise. “Sono d’accordo. Perfetta per una vacanza romantica.”
“Già.” risposi di malumore all’improvviso. Non ero certo lì per quello, avrei voluto aggiungere.
Esclamazioni di meraviglia e gente che si sporgeva dalla balaustra ci fecero girare verso l’acqua. Un bellissimo cigno, con il collo teso e le ali ben chiuse, scivolava sul canale, seguito da quattro piccoli batuffoli grigi.
“Che animale stupendo.” commentai.
“Mi ricorda te.” Se ne uscì Etienne. “Elegante, sinuoso, regale.”
“Magari. Assomiglio di più al brutto anatroccolo.”
“Qu’est que tu dit?” Si girò di scatto, serio.
Scossi la testa.
“Cosa hai detto?” ripeté.
“Che sembro il brutto anatroccolo.” risposi. Era diventato sordo?
“Cosa te lo fa pensare?” L’espressione di Etienne era stranamente minacciosa.
“Lo specchio, me lo fa pensare.”
“Bêtises! Hai un problema di vista.”
“Non è vero. Guardami.” Percorsi con una mano il mio corpo.” Non sono riuscita a tenermi uno scrittore intellettuale con gli occhiali spessi e qualche problema con il sapone.” Non riuscii a trattenermi. “Figurati un tipo come te.”
“Cosa ne sai?”
“Abbastanza. Di certo non mi chiederesti mai un appuntamento.”
“Vuoi sapere la verità, mademoiselle je-sais-tout?” Etienne avvicinò il viso. “Ti porterei fuori molto volentieri e con me, almeno tre quarti dei miei ragazzi.”
“Non dire cavolate.”
“Quando ti ho vista alla reception, ho pensato: finalmente qualcosa di interessante. Poi avevi quella faccia…” Fece una pessima imitazione con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. “Ho pensato fosse per i ragazzi. Mi ha dato fastidio.” Mi informò.  “E ne vuoi sapere un’altra? Dopo la tua sortita con quella camicina da notte trasparente, i miei giocatori hanno continuato a parlare e fantasticare su di te. Ti chiamano ‘la belle cougar’. E sono sempre dietro a osservarti quando corri o quando fai gli esercizi.”
Lo ascoltavo ma scuotevo la testa. “Non parli sul serio.”
“Assolutamente. Quando diventano volgari, intervengo.”
“Piantala.”
Etienne ignorò il mio commento. “Sarei più che felice di chiederti un appuntamento. Anche adesso.”
“Certo. Un uomo come te, uno che schiocca le dita e le donne corrono, usciresti proprio con una come me. L’hai detto tu che mi sono lasciata andare.”
“Ricordo di aver detto anche, una bella donna. O sbaglio?”
Era vero ma io, nella mia visione distorta, lo avevo rimosso.
“Va bene, lo hai detto. Ma non vuole dire niente.” risposi testarda, impaurita di lasciare la melma in cui mi ero ficcata.
“Va bene. Alors.” Si allungò a prendermi una mano. “Vuoi uscire con me giovedì sera?”
“Smettila di prendermi in giro.” Cercai di ritrarre la mano ma lui strinse di più.
“Connard.” borbottò tra i denti. Poi continuò nei suoi vaneggiamenti. “Veniamo ad Annecy o dove diavolo vuoi andare. Ceniamo, balliamo, quello che fanno le persone a un appuntamento.”
Era così serio. “Lo vuoi davvero?” dissi tra lo speranzoso e il disperato. “Non lo fai per pietà?”
“Pietà di chi? Tua? Ti sembro il tipo compassionevole?”
In effetti…
Etienne continuava a fissarmi e quei due laser azzurri stavano sciogliendo il cemento sotto i miei piedi. “Alors! La tua risposta?” mi spronò.
“D’accordo.” buttai fuori.
Mi sarei fatta del male, lo sapevo. Più passavo il tempo con lui e più mi piaceva. Rischiavo di rientrare a Londra con una tartare al posto del cuore.


Alla fine, il molto atteso e altrettanto temuto giovedì, era arrivato,.
Avevo cercato di non pensarci, né il giorno prima, quando Etienne con gusto sadico, mi aveva forzata a superare i miei limiti fisici e di sopportazione, né quello dove avevo faticato come un mulo su per un sentiero alpino, regalino pre-appuntamento.
Ma dopo la doccia calda e un giro di crema per il corpo, ero così eccitata, agitata, impaurita per la serata da non sentire più la stanchezza.
Avevo sognato di nuovo Quentin la notte prima. Era con la sua rossa in cima a una collina, la macchina sportiva aperta, la radio accesa. Ballavano un lento, abbracciati sullo sfondo delle luci della città sottostante.
Era stato come ritrovare un amico perduto.
Forse era merito di Etienne o forse sarebbe dovuto tornare lo stesso. Fatto sta che ero al settimo cielo.
Decidere cosa mettermi era stato durissimo.
Mi ero portata qualche abitino carino, meglio essere preparata a tutto, così avevo tre possibilità: un tubino nero, fascia di pizzo sullo scollo e l’orlo sollevato da una ripresa in vita con un’increspatura a cascata; un abito grigio perla, gonna a campana, due strisce lunghe fino in vita, allacciate dietro e tenute insieme davanti da un nastro intrecciato; un altro vestito bluette, parte superiore lunga fino ai seni in tulle e paiette, stesso motivo in diagonale sulla gonna a corolla con alcune riprese in vita.
Me li ero messi e tolti una decina di volte ciascuno.
Alla fine aveva vinto quello bluette, soprattutto per come si adattava alla mia vita stretta e fianchi generosi.
Sandali dorati, tacco dieci, tre strisce da entrambi i lati che confluivano sul collo del piede e una che si chiudeva sulla caviglia. I capelli li avevo lasciati sciolti, le ciocche anteriori raccolte dietro in un piccolo concio, raccolto in una retina dorata, e mi ero truccata con moderazione.
Ero perfetta, mi dissi, anche se la sensazione nel mio stomaco diceva il contrario. Non ero stata così agitata neanche il giorno della mia laurea o quello del ballo con il mio primo ragazzo.
Etienne era un sogno. Era così che dovevo vivere quella serata. Nulla più. Un bel cavolo di fantastico sogno.
Uscii dalla camera e m’incamminai per le scale
Mi stavo guardando i piedi per non arrivare nella hall a mo’ di pelle d’orso, quando una serie di fischi, urla e battimani mi fecero alzare la testa di colpo.
Un nutrito drappello di ragazzi era svaccato sui divani in attesa servissero la cena. Erano tutti girati a guardarmi.
“Vive, Marguerite!” urlò qualcuno.
“Marguerite, tu es un canon!” rispose un altro.
“Je t’aime, Marguerite. Sors avec moi ce soir!”
Rimasi pietrificata sulle scale mentre altri ragazzi si univano all’allegra compagnia e, in qualche secondo, tutta la squadra era radunata ad acclamarmi come una diva.
Ero indecisa se proseguire sul successivo gradino oppure girarmi, correre nella mia stanza e nascondermi sotto il letto. Ma ci pensai un secondo di troppo.
“Quel est ce bruit?” Una voce forte, maschile, inconfondibile perché la sentivamo urlarci contro tutto il giorno, si sollevò sul baccano.
Il branco di ragazzi si aprì.
 Etienne comparve in tutta la sua gloria: pantaloni color ruggine, camicia blu notte con due bottoni aperti e giacca blue navy più chiara.
Uno spettacolo.
Si era tirato indietro i capelli con il gel e scoperto i lineamenti decisi e quei due fanali blu, ombreggiati dalle folte sopracciglia. Li fissò su di me e un attimo dopo, saltarono fuori come palline da ping pong.
Agitai le dita in un imbarazzato saluto mentre arrivavano altri clienti attirati dalla confusione.
Etienne avanzò nell’ala di ragazzi, gli occhi incollati su di me, l’ombra di un sorriso compiaciuto sulla bocca. Si fermò in fondo alle scale, allungò la mano. “Madmoiselle Bùrton, permettez-moi?”
Il tremito nelle gambe e il tacco dieci mi frenarono da tentare una discesa da star. Così feci gli ultimi gradini con cautela e gli diedi la mia.
Lui se la portò alle labbra e la baciò. “Tu es ravissante.” Dal tono immaginai fosse un complimento e lo sguardo sotto le sopracciglia prometteva una serata da non dimenticare.
Si mise la mia mano sotto il braccio e si voltò verso il pubblico. Parlò ai suoi ragazzi fermi ai lati della passatoia verso l’uscita.
Tutto ciò che capii fu il mio nome, ristorante e il nome di Armand.
Passammo tra i battimani di tutti, io probabilmente più rossa di un double-decker londinese, e uscimmo all’aperto.
“Cosa hai detto?” chiesi.
“Che stasera ti portavo al ristorante e dovevano comportarsi bene. Armand è il più anziano ed è responsabile.”
“Per questo oggi li hai allenati fino allo sfinimento.” Aveva avuto pietà solo di me ed ero stata congedata prima.
O forse aveva avuto pietà di sé. Non sarei stata di buona compagnia a cena: occhi chiusi, guancia nel piatto e un lieve ronfare all’arrivo del secondo.
“Buon metodo per farli andare a dormire.” rispose.
Una Citroen C4 a noleggio color melanzana ci aspettava nel parcheggio dell’albergo. Etienne mi accompagnò sino al mio lato, aprì lo sportello e con un inchino mi aiutò a salire.
“Monsieur Dumont, lei è un perfetto gentiluomo.” Lo presi in giro.
“Mademoiselle Bùrton, voi siete très charmante.”
“Usi il francese per non farmi capire cosa dici?”
“Il cuore parla una sola lingua. In inglese non sarebbe la stessa cosa.”
Adesso ero ancora più curiosa. “Quindi?”
“Ho detto che sei molto bella. Stasera dovrò combattere contro una folla di rivali.”
“Non dire scemenze.”
“Solo la verità, nient’altro che la verità.” Si fece una croce sul cuore. “Lo giuro.”
Scossi la testa mentre mi sedevo ed Etienne chiudeva lo sportello.
Dopo aver fatto il giro ed essersi seduto a sua volta, si girò verso di me. “Pronta?”
“Pronta.”
Accese il motore, ingranò la marcia e uscì dal parcheggio, destinazione ignota.
“Una sorpresa.” aveva detto, giusto per farmi soffrire un altro po’.


“Sei sicuro fosse tonno quella cosa deliziosa?” chiesi, faticando sul tappeto d’ingresso dell’albergo.
Non ero ubriaca, proprio per niente. Diciamo che mi sentivo leggera e felice e il tacco dieci non aiutava con tutto quel panno.
La serata era stata una favola, proprio come me la aspettavo.
Scelta del locale, perfetta.
“Lo so che sembra straniero.” mi aveva detto davanti all’insegna. In effetti il nome, Au Chardone d’Ecosse, significava il cardo di Scozia. “Ma in realtà fanno cucina francese e hanno sempre musica dal vivo.” aveva aggiunto.
L’impatto era stato magnifico. Le pareti rivestite di pannelli di legno scuro, ognuno decorato con un ritratto o il dipinto di un luogo famoso in Scozia e i faretti, posti sopra le opere e incastonati nel grande specchio sul soffitto, che creavano un’atmosfera calda e intima.
Il bancone del bar era al centro, con delle isole poco distanti, corredate di sgabelli alti. Diversi tavoli erano sparsi per la grande sala, alcuni con sedie di legno, altri con divanetti in stile Chesterfield.
Su un lato c’era il palco e quella sera si sarebbero esibiti un musicista e una cantante.
Il nostro tavolo era in un angolo, sotto le immagini di un castello mezzo diroccato e un suonatore di cornamusa. Una grossa candela dentro una coppa di vetro e due calici dallo stelo sottile avevano conferito un’ulteriore nota romantica.
Anche il cibo era stato delizioso, sebbene, in quanto inglese, non potevo essere considerata il giudice migliore per la buona cucina. Antipasto a base di formaggi, tonno in crosta di sesamo con verdure miste, cotte e crude, e spaghetti saltati con cipolla. Infine, proprio la ciliegina sulla torta, un Parfait au chocolat con croccante alle mandorle sbriciolato sopra. Il tutto accompagnato da un Roussette della zona.
Davanti al dolce ormai ridevo di qualsiasi cosa raccontasse Etienne.
Aveva trentacinque anni, non era sposato, né fidanzato, ringraziando Dio. La sua storia più lunga era finita circa un anno prima. Era stato messo davanti a un ultimatum, o mollava il rugby e s’impegnava di più nella sua carriera in banca o lei se ne sarebbe andata.
Ovviamente si erano lasciati ma non perché lui amasse di più lo sport. “Non aveva capito niente di me, né di come sono fatto, dopo cinque anni di fidanzamento.” mi aveva detto con una punta di tristezza. “Se Dio vuole è finita prima che fosse troppo tardi.”
Da allora, basta relazioni a lungo termine, anche se non si era certo convertito al monachesimo.
Io gli avevo raccontato del mio sogno di diventare una scrittrice, di come alla fine c’ero riuscita e delle mie ansie di non essere più in grado di farlo; del mio rapporto con Norman; dei miei genitori molto esigenti e sempre pronti a ficcare il naso nei miei affari e di Lancelot, il mio gatto nero, scomparso poco dopo l’uscita di Norman dalla mia vita.
Dopo un ultimo bicchiere di whiskey torbato, di cui avevano una vasta scelta in onore al loro nome, era iniziata la musica.
Tastierista e cantante avevano suonato un po’ di tutto, dalla disco anni ottanta a pezzi moderni, da ballate di gruppi rock famosi a canzoni francesi a me sconosciute.
Avevamo scoperto, così, di avere diversi gusti musicali in comune. Il rock era la prima scelta, ma ascoltavamo volentieri anche la disco e il pop inglese. Non condividevo la sua passione per il jazz come lui non capiva un’acca di musica classica, che io amavo molto.
Nessuno dei due aveva avuto una gran voglia di scatenarsi in pista ma quando le note di una famosissima ballata degli Aerosmith si erano diffuse nell’aria, avevo sussultato. Era uno dei miei pezzi preferiti, così romantico da farmi frullare lo stomaco ogni volta che lo sentivo.
Etienne si era alzato in piedi e mi aveva invitata. Un altro sogno realizzato: ballare abbracciata a un uomo super affascinante, sulle note di “I don’t want to miss a thing.”
Non avevo potuto evitare di canticchiarla e mentre le parole mi scivolavano dalla bocca, mi ero resa conto di quanto fossero adatte a quel momento.
“I don't wanna miss one smile, I don't wanna miss one kiss. I just wanna be with you, Right here with you just like this”
Diane Warren doveva aver pensato a me quando l’aveva scritta.
Mi ero stretta al corpo di Etienne e per quei meravigliosi, brevissimi quattro minuti, avevo fatto finta fosse mio.
La canzone era finita troppo presto, ma la sensazione d’intimità era rimasta avvolta attorno a noi.
“Andiamo.” Aveva detto Etienne e io avevo annuito. Si era creata una magia tra noi e io avrei voluto rimanervi aggrappata con tutto quello che avevo. Ma dubitavo fosse possibile.
Ed eravamo arrivati a ora.
Blateravo da un po’, dicendo cose senza senso per superare l’agitazione che mi si era stretta allo stomaco come un cilicio di ferro.
Stavo per perdere la testa. Dovevo arrivare in camera, subito, dove avrei potuto lasciarmi andare, rifornimento del frigo bar permettendo.
Dopo una serata così, un'unica serata irripetibile, ci voleva un bel super alcolico per affogare la tristezza. Forse Quentin sarebbe venuto a farmi compagnia.
“Ti assicuro che era tonno.” rispose Etienne con il sorriso nella voce. Era davvero un fuoriclasse, non era ancora stufo delle mie stupidaggini.
Nel salire le scale sbattei il piede contro uno dei fermi metallici della passatoia. “Shh.” Feci con l’indice sul naso. “I ragazzi dormono.”
“Non ti preoccupare.” Etienne mise la mano sotto a un mio gomito. “Neanche la fanfara degli Emerson, Lake and Palmer li potrebbe svegliare.”
Davanti alla mia porta cercai di infilare la chiave nella serratura. “Perché non sta ferma?” brontolai.
Etienne me la prese dalle mani e aprì.
“Allora… Buonanotte…” Il sospiro rischiò di farmi saltare qualche cucitura nel vestito.
Etienne mi guardò, un mezzo sorriso sulle labbra, e mi prese il mento con due dita.
Il cuore sobbalzò così forte da far rumore contro la cassa toracica.
Avvicinò il viso ed io, nel delirio euforico, strinsi gli occhi e sporsi le labbra in attesa.
Lo sentii ridacchiare prima che la sua bocca sfiorasse la mia.
Cos’era quello? Un bacio? Se pensava di cavarsela così…
Quando si allontanò, lo seguii.
Etienne mi baciò con più decisione, le mani strette questa volta sulle braccia per avvicinarmi. Io socchiusi le labbra e lui accettò l’invito. Il bacio divenne più profondo e intenso, cosa che i francesi, scoprì, sapevano fare molto bene.
Dio, quella bocca. Ancora un lieve sentore torbato e un calore da fondere il metallo. O le ossa, visto che le gambe mi cedettero e dovetti aggrapparmi al suo collo.
Il bacio divenne focoso, così rovente da far scattare l’allarme antincendio dell’albergo.
Quando ci staccammo, nessuno dei due riusciva a respirare.
“Tu es magnifique, Marguerite.” sussurrò. “Non voglio approfittare…”
“Approfittare?” Lo tirai per il bavero della giacca e lo baciai quasi con violenza. “Sono brilla ma, fidati, non sarò pentita domani mattina.” gli sussurrai.
L’ex campione di rugby non se lo fece ripetere due volte. Mi afferrò per la vita e mi sollevò. L’abito era abbastanza largo e io allacciai le gambe ai suoi fianchi. Etienne incollò di nuovo le labbra sulle mie e mi trasportò nella stanza. La porta si chiuse con un sonoro “tud” e continuammo ad avanzare fino in prossimità del letto. Qui si fermò, sganciò le mani da sotto il mio sedere e mi lasciò scivolare lungo il suo corpo potente e duro dove serviva.
Non fui la sola a mugolare estasiata al contatto.
Mi prese il viso fra le mani. “Sei sicura?” chiese dopo avermi fissato con gli occhi diventati blu cobalto.
“Puoi giurarci, mio caro.”
Un secondo dopo il vestito era ai miei piedi.
Il mio allenatore si allontanò un momento per fissare con sguardo infuocato il mio completino nero e i sandali dorati. “Sei la cosa più bella che mi sia capitata da anni.” La voce ridotta a un roco, sensuale sussurro che colpì dritto, preciso al centro del mio corpo.
E dopo fu il suo corpo a parlare, le sue mani, le sue labbra, le sue carezze, i suoi baci. E io lo seguii senza esitare. Volevo memorizzare ogni centimetro, ogni grammo di lui, al tatto, alla vista, al gusto, all’olfatto. Volevo fissarlo, inciderlo nel mio cervello, marchiarlo a fuoco sul mio corpo per ritrovarlo ogni volta avessi avuto bisogno.


“Don’t want to close my eyes, I don’t want to fall asleep, ‘Cause I miss you baby and I don’t want to miss a thing”.
Domenica mattina, ultimo giorno insieme, le parole degli Aerosmith nella mia testa.
Già sentivo la sua mancanza.
La vacanza era finita, stasera il mio volo partiva per Londra e la squadra under 21 del Faucigny Mont Blanc di Cluses sarebbe tornata a casa, insieme al suo meraviglioso allenatore.
Erano stati i giorni più belli di cui avevo ricordo.
Fiero, intransigente allenatore di giorno; passionale e fantasioso amante di notte. Il connubio perfetto per la mia vacanza terapeutica.
Adesso Quentin lo vedevo dappertutto e la sua storia con la rossa che ballava il tango, incominciava a svilupparsi.
La sua cura era stata la più efficace. Aveva avuto ragione su tutto e il diventare amanti aveva solo reso la guarigione più completa.
Non avrei più smesso di volermi bene, non avrei più pensato di non valere nulla. Sapevo di aver la forza di rialzarmi a ogni caduta e andare avanti. Mi sarebbe bastato pensare al mio trainer e avrei trovato la via.
E il mio cuore? Forse si sarebbe spezzato, ma sarebbe guarito anche lui.
La mano di Etienne si alzò per accarezzarmi il viso. “Già sveglia?”
Io sorrisi e girai la faccia per baciargli il palmo. “Non ho dormito molto stanotte.”
Lui abbozzò un movimento con le labbra, forse con la stessa malinconia. “È stato magnifico. “ mi sussurrò. “Oltre ogni mia aspettativa.”
“Anche per me.”
“E Quentìn?”
“Presente e loquace.” Si era ricordato anche di lui.
“E Marguerite?”
“Margaret.” Era diventato un gioco tra noi. Quel nome sarebbe rimasto nel mio cuore per sempre, come tutto ciò che riguardava quella vacanza. “Sta bene. Grazie a un dispotico e testardo allenatore che l’ha spinta fuori dalla melma.”
“Non smetterai mai più di volerti bene?” mi chiese.
“Mai più.” mormorai.
Mi attirò a sé con una mano sulla nuca per un lungo, malinconico bacio. L’ultimo.
Poi la mattina prese a correre.
I ragazzi dovevano partire alle otto ed Etienne doveva essere certo fosse tutto pronto.
Quando furono tutti sul pullman, ebbi salutato i giocatori uno a uno, Etienne si fermò sulla scaletta.
“Allora addio, mia Marguerite.”
“Addio coach Etienne.” Dio mio! Avrei resistito a non piangere?
“Voglio che ti ricordi una cosa. Puoi fare tutto quello che vuoi. Sei in gradi di farlo.” Mi sfiorò la guancia con una carezza. “Non dimenticarlo mai.”
“Non lo dimenticherò, Monsieur Dumont.”
Etienne fermò la mano sul mio viso, fissandomi come se volesse imprimermi nella memoria. Poi si girò e salì sul pullman.
La porta si chiuse con un sospiro d’addio.
Io rimasi impalata a guardarlo allontanarsi e allontanarsi, fino a quando non sparì. E anche di più.
Il buco rimasto nel mio petto era profondo, ci sarebbe voluto del tempo prima che smettesse di farmi male.


“Bene, signore. La nostra autrice deve andare. Ringraziamo tutte per la partecipazione e vi invitiamo a prendere i programmi dei prossimi eventi sul tavolo in fondo.”
Waterstone, Londra, presentazione del best seller “Quentin, the boss”.
Mi alzai dalla sedia in cui ero rimasta incollata due ore e salutai le ultime lettrici che si allontanavano.
“È stato un grande successo.” L’organizzatrice della libreria si era avvicinata.
“Davvero.” risposi con un sorriso stanco. “Non mi aspettavo così tanta gente.”
“Nell’ultima settimana abbiamo venduto decine e decine di copie. Era un libro molto atteso. Credo abbia centrato in pieno l’obiettivo. Brava.”
“Grazie mille.” Le feci un piccolo inchino con la testa.
“So che verrà tradotto in diverse lingue.”
“Certamente.” S’intromise la mia agente che, non so come, era rimasta zitta fino a quel momento. “Vogliamo entrare nella lista dei best sellers del New York Times.”
“Ah, davvero.” Le due donne si misero a parlare tra loro dimenticandosi della mia esistenza.
Io mi guardai attorno.
Il poster di Quentin a grandezza naturale, la pila di libri disposti ad arte, le sedie sparse in disordine, chi lo avrebbe mai detto sarei arrivata a quel punto? Eppure, nonostante la felicità, svanito il rush di adrenalina, rimaneva solo la fatica.
Quelle presentazioni mi sfinivano. Avevo girato la provincia inglese in lungo e in largo, presentando il mio libro in piccole librerie di paese o in grandi biblioteche di contea e avevo sempre fatto il pienone. Quentin era stato un grande successo ma adesso avevo proprio bisogno di riposo.
Feci girare lo sguardo sulla sala e incrociai quello di Jeff: un metro e novanta per novantotto chili di puro muscolo e, soprattutto, venticinque anni di età.
Una scrittrice di romanzi erotici doveva trattarsi bene.
Lui si riscosse dalla sua posa annoiata e si erse in tutta la sua magnificenza.
“Puoi fare tutto quello che vuoi.” mi aveva detto un certo allenatore. Io lo avevo preso in parola.
Jeff accolse il mio segno di “via libera” con un visibile sollievo.
“Vi saluto.” dissi alle due donne che stavano ancora chiacchierando. “Vado a casa.”
La mia agente si girò verso di me. “Non dimenticarti i primi capitoli della nuova serie sugli ex legionari.”
“Nora, ti ho detto dopo le ferie.” le dissi con impazienza.
“Certo, cara. Dopo le ferie.” Si avvicinò e mi abbracciò. “Riposati e goditi questo grandioso successo. Rimango io a tenere il forte.”
Ricambiai l’abbraccio e me ne andai.
Io e Jeff raggiungemmo l’uscita della libreria e ci dirigemmo verso il parcheggio di Leicester Square, dove avevamo parcheggiato l’Audi.
“Una bella folla di donne.” mi disse mentre camminavamo affiancati lungo King Street.
“A Londra ci vive un sacco di gente.”
“Qualcuna ha cercato di toccarmi il sedere.” Mi informò, le labbra sporte in un broncio.
Io mi misi a ridere. “È comprensibile. Hai un bel sedere.”
“Ma dove sono finite le buone maniere? Potevano almeno chiedere il permesso.”
“Hai ragione.” Lo presi sottobraccio ancora ridendo. “La prossima volta ti mettiamo un cartello: prima di toccare, chiedere il permesso.”
Al parcheggio, Jeff fece scattare lo “yuk yuk” dell’apertura e salimmo in macchina.
“Voglio dormire una settimana.” Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi.
“Spero avrai di meglio da fare che dormire.” mi rispose, dandomi una stretta al ginocchio.
“Puoi contarci.”
Jeff ingranò la marcia e uscì dal parcheggio.
In Willoughby Road, quartiere Hampstead, Jeff fermò la macchina in un posteggio e ci dirigemmo verso la mia nuova casa al numero cinque: tre piani di mattoni rossi, bow window e mansarda inclusa.
Aprii la porta e un profumino di aglio ci accolse. Nel soggiorno a sinistra erano visibili due valige ancora aperte e la sacca delle scarpe contro il divano.
“Allora, com’è andata la presentazione.” Etienne uscì dalla cucina e salì i tre scalini per l’atrio.
“Marveilleuse.” risposi io. Il mio francese era molto migliorato.
“Oh, capo.” intervenne Jeff. “Mi devi un doppio giro in pizzeria. Quelle presentazioni sono una palla disumana.”
“Pensa che hanno anche cercato di toccargli il sedere.” dissi facendogli l’occhiolino.
Etienne buttò indietro la testa e rise. Poi si avvicinò per battere il cinque con il suo giocatore. “Promesso Jeff. Le prossime due uscite sono a mie spese.”
Io mi avvicinai per essere salutata a mia volta e fui rapita in un abbraccio che terminò con un bacio al fulmicotone. “Pronta, mon amour?” mi chiese sottovoce.
“Cosa si mangia di buono?” La voce di Jeff ci arrivò dalla cucina.
Due settimane alle Seychelles? Noi due soli? “Prontissima.”
Qualcuno aveva detto che potevo fare tutto quello che volevo?
E io volevo lui, Etienne Dumont, il mio allenatore del cuore.
Non c’era voluto molto perché tornassimo a cercarci. Quella vacanza era stata una rivelazione per me ma anche Etienne aveva subito la sua rèvolution.
Dopo un periodo frustrante di amore a distanza, ero riuscita a fare l’inimmaginabile.
I Leicester Tigers cercavano personale. Basta lavoro in banca e rugby nel tempo libero.
Avevo spinto, pregato, scritto curriculum, inviato suppliche all’Arcivescovo e alla fine avevo vinto io. Dopo un colloquio e un periodo di prova, lo avevano assunto.
Adesso era ancora il numero zero, ma ben presto anche loro si sarebbero accorti di quanto magnifico fosse Etienne Dumont.
“Non infilare le dita nella pentola.” disse forte Etienne, sempre tenendomi tra le braccia.
“Ma capo.” si lamentò Jeff. “Ho fame.”
“Allora prendi i piatti e apparecchia la tavola.”
Il borbottio del giovane fu seguito dall’acciottolio della ceramica.
Etienne mi lasciò andare. “Stasera Gratin Dauphinois e domani, mojito in riva all’oceano.”
Lo guardai tornare verso la cucina con quel fisico pieno di maestosi muscoli e il mio cuore si riempì di farfalle.
Ma non erano nello stomaco?
Erano diventate troppe, qualcuna era dovuta migrare.
Stare insieme era quello che volevamo ed io non avevo smesso di volermi bene. E di amare lui.
Chi poteva più fare a meno di monsieur Dumont, il mio coach preferito?

FINE

CHI E' L'AUTRICE
 MARIA CRISTINA ROBB è nata a Bologna e vive a Castel Maggiore, con la sua famiglia: un marito e una figlia. Fa l’infermiera da oltre ventanni nel dipartimento di chirurgia di un grosso ospedale universitario in cui si occupa anche di ricerca.  Si definisce una lettrice compulsiva e ha sempre desiderato poter scrivere qualcosa che desse agli altri le stesse emozioni che prova lei quando tiene un libro tra le mani. Per questo ha frequentato alcuni corsi di Scrittura Creativa e Collettiva che le hanno fornito validi elementi per affinare il suo stile.  Il suo debutto è stato il concorso sul blog “La Mia Biblioteca Romantica”, dove il suo racconto “Mr. Talbot” è risultato vincitore di una rassegna di Romance Erotico.  Da allora ha continuato a scrivere, pubblicare su blog e partecipare a contest dove è risultata tra i finalisti in diverse occasioni. Di recente, con uno pseudonimo ha iniziato a pubblicare racconti appassionanti ed erotici per una nota casa editrice.

*****
VI E' PIACIUTO " COACH DEL MIO CUORE"? LASCIATE I VOSTRI COMMENTI E DITECI COSA NE PENSATE. A FINE RASSEGNA SARANNO ESTRATTI LIBRI IN REGALO FRA CHI AVRA' COMMENTATO I RACCONTI. 



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6 commenti:

  1. Ok, lo ammetto...ho atteso la seconda parte per leggere questo racconto interamente. Confesso che lo faccio anche con i libri se sono divisi: Aspetto che la serie sia completa e poi la leggo! Non ho pazienza....
    Una storia decisamente molto carina, piacevole, fresca. Però visto che non è un racconto così breve, avrei preferito qualche dettaglio in più nel finale in merito al ricongiungimento di Etienne e Margaret. E 'nero su bianco' anche la dedica del libro di Quentin ad un certo coach dispotico e sexy!

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  2. Il racconto mi e' piaciuto veramente tanto. E' il mio preferito fino ad ora. Fresco, frizzante e divertente. Il finale me lo aspettavo diverso ma mi e' comunque piaciuto. Complimenti all'attrice.

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  3. Ho letto insieme la prima e la seconda parte per avere una visione completa del racconto: molto bello!La fantasia divenuta realtà:un bell'augurio per tutte le sognatrici come me!

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  4. Maria Cristina11/08/17, 19:30

    Grazie mille!

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  5. Maria Cristina Robb è sempre una garanzia. Mi sono sempre piaciuti i suoi racconti e questo non fa eccezione. E' stuzzicante, divertente, dolce e romantico ed Etienne mi è piaciuto veramente molto. Non posso che complimentarmi con l'autrice e sperare che ci continui a deliziare con le sue piacevolissime e sensuali storie.

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    Risposte
    1. Maria Cristina12/08/17, 19:13

      Grazie infinite. Mi hai commossa :*

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