Christmas in Love 2013 : LA PERLA SPAGNOLA di Adele Vieri Castellano




 Il vero amore è un duraturo fuoco che 
eternamente nella mente brucia.
Mai s’inferma, mai s’invecchia, mai non muore
a sé stesso sempre fedele.
L’amore è un fuoco che divampa e sempre brucia,
l’amore è fuoco di cometa che mai tramonta
e ogni stella acceca.

Sir Walter Raleigh

Porto di Livorno, primi di dicembre 1545
«Quali sono gli ordini?»
Pedro Vargas arricciò uno dei baffi spioventi e rimase quieto, in attesa. L’uomo che stava di fronte a lui si spostò per ricevere in pieno la folata di vento. I capelli lunghi sulle spalle sventolarono in onde dorate, sfiorandogli il volto arso dal sole e dalla salsedine. Le labbra ben disegnate si piegarono.
«Amico mio, non ti piaceranno» replicò Alfonso da Dovara, con una smorfia che solo lo spagnolo avrebbe potuto definire divertita.
«Se dobbiamo ancora fare la spola tra Livorno e Portoferraio per proteggere la costa toscana…»
«No, dato che non abbiamo più soldati a bordo. E’ molto peggio. Dobbiamo salpare domani e portare a termine questa missione, prima di ricoverare la galera nel porto di Genova.»
Alfonso gli porse la pergamena appena ricevuta dall’ammiraglio Andrea D’Oria. Lo spagnolo l’afferrò con uno scatto, mentre rifletteva a voce alta:
«Diavolo, se ci mette a libero servizio, forse potremo navigare verso Formentera e snidare le galeotte algerine di Amet Rais. Questa volta lo ridurremo in catene.»
Gli occhi metallici di Alfonso lasciarono la superficie vibrante del mare. Scivolarono sullo scafo della galera con cui da mesi percorrevano il Mediterraneo, sugli uomini legati ai banchi di voga e sulla milizia, che si stava radunando sul pontile per imbarcarsi.
«Eleonora di Toledo? Chi diamine è?» esclamò Pedro sorpreso, alzando un sopracciglio nero e folto.
Un ordine urlato da poppa incitò la barca da pesca che stava attraccando a pochi metri dalla grande galera armata, a ormeggiare più distante.
«E’ una femmina Pedro, la figlia di un tuo conterraneo, Don Garcia. Dobbiamo scortarla fino a Genova.»
Pedro alzò gli occhi al cielo restituendogli il rotolo e si sporse oltre la balaustrata della galera. Sputò in mare un grumo di saliva mista a tabacco e imprecò in spagnolo.
«Non lamentarti. Poteva andarci peggio» commentò Alfonso, infilando la pergamena sotto alla fascia di cuoio che gli attraversava il petto e terminava reggendo la lunga spada.
«Sì, potevamo colare a picco» fu il funebre commento dello spagnolo.

Eleonora era sotto il baldacchino che due servitori in livrea sostenevano imperterriti, riparandola dagli spruzzi della salsedine. Seduta a prua, in un angolo riservato e protetto, fissava la superficie del mare con orgoglio. Aveva domato il suo stomaco che aveva smesso di salire e scendere e, la notte precedente, aveva persino chiuso occhio qualche ora.
«Non potete restare qui a lungo, mia cara. Troppi occhi indegni si posano su di voi.»
La voce di donna Consuelo de la Cortes era rauca visto che il suo, di stomaco, non aveva ancora vinto la battaglia con le onde.
«Vi prego, zia. Qui almeno l’odore pestifero di quei poveracci ai remi non mi impedisce di respirare.»
La donna sbuffò sedendo sullo sgabello con molta cautela. Nelle mani guantate teneva un fazzoletto; la mantiglia, nera come tutto il resto del suo abbigliamento, le ondeggiò davanti al viso segnato dalla stanchezza e dalla preoccupazione.
«Che vergogna, sono tutti nudi» disse portandosi la stoffa ricamata, impregnata di profumo, davanti al naso. Eleonora alzò un sopracciglio e sorrise appena.
«Non del tutto, zia. Se li osservate bene, noterete che i loro fianchi sono coperti da stracci.»
Le guance della zia si imporporarono all’istante e le labbra si strinsero:
«Non osate posare lo sguardo su quei miserabili, nipote! Non ne sono degni, tali e quali ad animali.»
Eleonora accelerò il movimento del polso più che per farsi vento, per darsi un contegno:
«Non siete voi a parlarmi di carità cristiana, zia? Non mi dite sempre che tutte le creature sono meritevoli di un gesto di misericordia? Io prego per quei poveretti e i miei occhi sono turbati dalla loro sofferenza.»
Uno sbuffo seccato uscì dalle labbra sempre più tese.
«Badate che i vostri occhi non siano turbati dalle loro pudende, nipote.»
Eleonora nascose la risatina dietro al ventaglio.
«In tutte le chiese Cristo in croce è appena coperto da uno straccio zia, proprio come loro. Non mi sento oltraggiata dalla nudità maschile» le rispose valutando con un’occhiata distaccata i corpi segnati dalle cicatrici, i crani rasati e le braccia che si tendevano nello sforzo di spostare i lunghissimi remi.
«Nudità maschile? Quelli sono solo bestie e non siate blasfema: non paragonate questa feccia a Nostro Signore,» la zia fece un gesto brusco col polso e il suo ventaglio rosso e oro si aprì con uno schiocco «mio fratello deve aver perduto il senno, quando ha accettato di mandarvi dalla vostra madrina via mare. Un viaggio infernale dico io, per un’innocente come voi.»
Eleonora sospirò, un lungo sospiro che servì a separare il corpo dalla mente, perché la zia stava per iniziare una delle noiose ramanzine sulla buona creanza e sui sentimenti pii che, una fanciulla di diciassette anni come lei, avrebbe dovuto fare propri.
Mentre la cantilena che conosceva a memoria si confondeva con il rumore dello scafo che solcava le onde, Eleonora si concesse il piacere di cercare con lo sguardo il capitano della galera e di immaginare lui, nudo.
Sentì il familiare calore salirle alle gote e il cuore batterle sotto le costole, con insistenza. Nonostante i buoni propositi della sera prima - aveva pregato a lungo la Vergine affinché la rendesse immune dalla tentazione - era più forte di lei e come lo individuò, a metà del lungo camminamento che attraversava la galera per tutta la sua lunghezza, decise di abbandonarsi al peccato.
All’arrivo a Genova avrebbe accettato senza fiatare la punizione dal padre confessore, incaricato di salvare la sua anima corrotta. Al momento, decise per la perdizione.
Alfonso da Dovara era in piedi, i capelli lunghi sulle spalle che riflettevano come oro i raggi del sole. Discuteva con il comito, un bestione che manteneva il ritmo di voga con il grosso tamburo e la cadenza inarrestabile.
Il capitano era di profilo, il capo adesso appena piegato in una posizione di ascolto, visto che era alto una testa più dell’altro uomo.
Eleonora prese una boccata di aria dal gusto di salsedine e considerò che la giacca doveva essergli stata cucita addosso. Conteneva a stento le braccia, il petto, due sbuffi di pizzo candido uscivano dallo scollo e giacevano incuranti, bontà loro, su una porzione di pelle che svelava il pomo d’Adamo, la fossetta alla base del collo e un triangolo rovesciato di calda, liscia pelle virile.
Visto che era peccatrice, decise di esserlo fino in fondo. Formulò nella mente la preghiera che si avvicinasse al castello di poppa, per consultare la bussola o le carte di navigazione, custodite nell’unico luogo della galera protetto dalle intemperie.
Il suo luogotenente spagnolo era già lì, vestito di nero come dettava la moda, baffi lunghi e ben curati. A modo suo era un bell’uomo, se non avesse avuto quel cipiglio corrugato ogni volta che posava gli occhi su di lei.
Quando Eleonora tornò a fissare il punto dove si era trovato il capitano, si accorse che il comito era di nuovo solo. Strinse le dita attorno alle stecche d’avorio del ventaglio e attese. Cominciò a contare: uno, due, tre, quattro…
«Pedro, cambierà il tempo.»
Una delle stecche cedette alla pressione, ma Eleonora si contenne, beandosi di quel timbro virile. Sentì una piacevole ondata di emozione attraversarle il corpo e gradevoli brividi lungo la schiena. La voce si affievolì per essere sostituita da quella stizzita della zia, che ancora stava parlando:
«… Don Manolo de Las Casas è sempre stato un socio d’affari corretto e tuo padre nutre per lui la massima stima, mia cara nipote. Ma da qui a decidere per il matrimonio con il figlio, ne passerà di acqua sotto i ponti. Per quel che mi riguarda, sono in disaccordo per la prima volta nella vita con mio fratello.» Donna Consuelo la fissò «Spero ti sia chiaro che tuo padre non ha preso alcun accordo riguardo alla vostra possibile unione, proprio grazie al mio intervento. Quello scavezzacollo non ti merita.»
Eleonora colse l’ultima frase e cambiò umore all’istante.
«Non mi avete mai detto il motivo del vostro astio contro quel giovane. E’ molto bello, quando l’ho incontrato a corte mi è sembrato galante e ben educato. Forse, se conoscessi le vostre ragioni zia, sarei anch’io del vostro parere.»
La donna più anziana arrestò il movimento del ventaglio e la osservò con gli occhi socchiusi:
«Ti ho già detto che quella storia non è degna di te, nipote. Sappi solo che quel ragazzo ha disonorato una giovane di buona famiglia, poi si è rifiutato di compiere il suo dovere nei confronti della fanciulla in questione. Inaudito. Solo grazie alla protezione del re in persona ha evitato l’esilio al di là dell’oceano, che ben meritava. Grazie alle ricchezze della sua casata lo scandalo è stato tacitato, ma io non me ne dimentico. Tuo padre non riuscirà a convincermi della bontà di questa unione o, ancora peggio, che il ragazzo è cambiato: quando una mela è marcia, va messa da parte o lascerà un retrogusto amaro in bocca.»
«Dovrei dunque rifiutare un ordine di mio padre?»
«Ti ha lasciata libera di scegliere il tuo sposo. Mi auguro che tu non ti faccia abbagliare dal primo venuto. La tua madrina, Donna Peretta D’Oria, mi ha assicurato che se dovessi conoscere un pretendente rispettabile e di tuo gradimento durante il soggiorno a Genova, non sarai costretta a sposare quel… il figlio di Don Manolo. Perorerà la tua causa con tuo padre e sono sicura che, alla fine, il nostro sforzo unanime riuscirà a dissuaderlo.»
Un’ombra si allungò ai loro piedi e la zia sussultò.
L’ampiezza del vestito impedì a Eleonora di spostare l’orlo e la punta di uno stivale ne sfiorò il bordo, carico di ricami. Si sentì di nuovo in pace con il mondo e alzò il viso senza nessun pudore, verso gli occhi d’argento che da tre giorni perseguitavano i suoi sogni.
«Perdonatemi señora. Señorita…»
Alfonso da Dovara fece un cortese inchino. Eleonora lo vide concentrarsi sulla zia e capì che l’uomo era scaltro, oltre che bello. Aggiustò il vestito, umettò le labbra e si preparò a sorridere. Presto o tardi il capitano si sarebbe girato verso di lei.

Alfonso non aveva alcun bisogno di guardare Eleonora da Toledo. La sua pelle diafana, il naso appena arcuato, le labbra sensuali, tutto era ben stampato nella sua memoria.
Colse un leggero movimento alla sua destra e capì che si era mossa. Sarebbe stato scortese e poco educato fissarla, ma lui non era un hidalgo spagnolo avvezzo alle smancerie di corte: era un mercenario, un corsaro a servizio del D’Oria.
«Sono desolato di disturbarvi» disse porgendo gli omaggi alla donna più anziana e cogliendo il suo cenno di approvazione. Quindi si concesse uno dei rari piaceri della giornata.
Il volto un po’ allungato, i folti capelli scuri sollevati sulla nuca facevano di Eleonora di Toledo una bellezza tipicamente spagnola. Lunghe ciglia ombreggiavano le iridi che gli ricordarono la superficie liscia, perfetta, di una castagna matura. Luccicavano di una luce di interesse e, per un lungo istante, si fissarono.
«Voi non disturbate, capitano» disse la fanciulla e lui le credette. Aveva tali labbra che poteva raccontare che all’inferno non c’era alcun demonio, o asserire che la Bibbia era il libro santo di Allah. Ogni parola, qualsiasi menzogna, su quelle labbra sarebbe parsa pura come il Verbo. In quel momento la sua espressione pensosa si trasformò in un sorriso che le accese il volto. 
«Taci, nipote. E voi non fate l’insolente, capitano. So bene che ci disturbate solo per dilettare i vostri occhi con la visione di mia nipote. Vergognatevi! Sarà la prima cosa che dirò al Principe D’Oria, quando avrò la fortuna di calpestare di nuovo la terraferma.»
«Zia, state scherzando vero? Il capitano è qui per renderci omaggio, non per dilettarsi. Contenetevi, potrebbe relegarvi su una scialuppa e trainarvi fino a Genova.»
Gli occhi scuri di lei brillarono di una luce maliziosa e Alfonso prese le sue parole per quello che erano: un suggerimento. Piccola peste impudente.
«Che ci provi. Gli farò togliere la pelle dalla schiena col gatto a nove code.» Il ventaglio della donna più anziana fremette con la stessa intensità delle ali di un passero.
«Mia zia ha il terrore che perda la mia virtù scambiando uno sguardo con voi, capitano. Ditemi, come potrebbe essere possibile?»
Oh, lui aveva parecchie idee in proposito ma si contenne e, a parte un lieve strizzare d’occhi, non manifestò in alcun modo il terremoto che gli aveva attraversato il corpo.
«La virtù della vostra protetta è al sicuro a bordo della San Felipe, señora. Io e i miei uomini daremmo volentieri la nostra vita per proteggervi e portarvi a destinazione.»
La donna chiuse di scatto il ventaglio, squadrandolo da capo a piedi.
Si sentì esaminato come se fosse stato nudo, dal cappello piumato fino agli stivali ornati di una fibbia quadrata, d’oro. Ma non vi era nulla che non andasse nel suo aspetto, sapeva di poter affrontare a testa alta qualsiasi confronto: di ricchezza, di pulizia e di fascino. Fascino che esercitò profondendosi in un cordiale sorriso.
Lo sguardo scuro della donna più anziana fu diretto, così come chiare furono le sue parole:
«Suvvia, capitano. So bene quanto vale la virtù di una fanciulla alla corte del Principe D’Oria e so che fine ignobile fareste, se solo fosse torto un capello alle nostre auguste persone.»
«Avete ragione e mi inchino davanti alla vostra sagacia, señora » disse lui abbassando la testa, la mano appoggiata sul cuore.
«Vi fate beffe di me, capitano?» un sopracciglio nero si stirò sul quel viso che un tempo doveva essere stato affascinante.
«Bisogna farsi beffe della vita, señora. Troppo spesso il destino gioca degli scherzi crudeli. Meglio ridere in faccia al fato. Tuttavia vi assicuro, non era mia intenzione offendere né voi né vostra nipote con la mia presenza e vi prego di accettare le mie umili scuse.»
Alfonso non riuscì a trattenere in tempo il sorriso malizioso che gli sfuggì e la donna navigata lo notò con una smorfia.
«Cosa credete? So riconoscere un birbone quando me ne trovo uno davanti, capitano» aggiunse, caparbia come un mastino che difende l’osso.
«Mi lusingate, Doña Consuelo. Ma rassicuratevi, presto il mare sarà in tempesta e non avrò agio di corteggiare vostra nipote, come suggerirebbe il mio cuore.»
«Non potreste permettervelo, capitano. Non siete un nobile spagnolo e non potreste offrire ad Eleonora la vita e gli agi che merita.»
«Vi stupireste di ciò che potrei offrirle, señora,» rispose lui con tono deciso «ma purtroppo dovrete scendere sottocoperta,» proseguì lui accennando al cielo grigio «quelle nubi promettono un fortunale e non vorrei vedere i vostri abiti fradici di pioggia e acqua salata.»
«Sapete cosa ci state chiedendo, vero? Chiuderci in quel tugurio buio e puzzolente» commentò la zia.
«Vorrei poterne fare a meno ma la prudenza lo consiglia.»
Si scostò liberando il passaggio e Doña Consuelo si alzò, le spalle rigide e il mento sollevato in un’espressione di sfida.

Eleonora imitò la donna più anziana. Era rimasta in silenzio mentre l’uomo più bello che avesse mai visto e sua zia parlavano di lei come se non fosse stata presente. Scansò un rotolo di cime che le impediva di proseguire e il capitano, che le stava scortando, l’affiancò. La zia camminava imperterrita davanti a loro, la gonna ampia dondolava ipnotica davanti ai suoi occhi.
«Maria Vergine, il mio agnellino nelle fauci di un leone» borbottò a un certo punto, mentre scendeva la scaletta impervia.
Eleonora attese il suo turno e così facendo si trovò a un soffio dal corpo imponente del capitano, le loro braccia che si sfioravano appena, l’ampiezza del suo abito di raso e pizzo, coperto da uno spesso mantello di lana, che toccava le gambe di lui fasciate in braghe aderenti di panno marrone. Una mano prese la sua. Nonostante portasse i guanti, sentì filtrare attraverso il sottile pizzo il caldo rassicurante di quella presa.
Alfonso da Dovara, uomo non solo di  bell’aspetto ma austero e rassicurante, le strinse la mano e, con lo sguardo, fece un lento giro dell’orizzonte dando l’impressione di fissare ogni onda, ogni nuvola che aleggiava su di loro, con grigia e minacciosa pesantezza.
Eleonora ricordò molte delle dicerie che aveva sentito raccontare su di lui. Terrore dei barbareschi, luogotenente fidato del principe D’Oria, ricchissimo pirata. D’un tratto lo scintillio argentato dei suoi occhi la trafisse come una lama.
«Vostra zia ha ragione,» le sussurrò «non guardatemi più in quel modo o non vi sposerete mai con nessun altro.»
«Vi illudete, capitano. Non mi piacete per niente» gli rispose lei per ripicca, sconcertata per quella maschia sfrontatezza e cercando di sottrarre la mano alla sua presa.
«Eleonora!» la zia era arrivata in fondo alla scaletta e li osservava con l’espressione di una persona che ha appena bevuto un bicchiere di aceto.
La presa si allentò, liberandola. Il capo si chinò verso di lei e il capitano ebbe l’ardire di sussurrarle:
«Ma piaccio a vostra zia ed è molto peggio, credetemi.»

 Genova, 21 dicembre 1545
 La calca del mercato era fitta ma i due uomini, abbigliati con mantelli e lunghe spade al fianco, procedevano spediti tra la marea umana di mercanti e popolani affaccendati, che si apriva di fronte a loro con timore e deferenza.
Uno portava un cappello ornato di una lunga piuma di fagiano, folti baffi spioventi e capelli sciolti, entrambi neri come la pece. Si capiva che era uno spagnolo, avvezzo a comandare e a incutere rispetto. L’altro, ancor più alto, aveva spalle larghe e un severo cipiglio reso ancor più temibile da un paio di occhi grigi che guizzavano qua e là tra la calca, come se si fosse aspettato da un istante all’altro di essere vittima di un agguato.
I banchi erano carichi di merci esotiche e i venditori si davano da fare per attirare i clienti, sbracciandosi tra melliflui sorrisi e urla che bucavano i timpani. Un pappagallo verde, blu e rosso, dal becco curvo, strideva sulla spalla di un vecchio male in arnese, che allungò una mano sudicia verso i due signori. Alfonso gli ficcò nel palmo una moneta di rame e quello si affrettò a mordicchiarla coi pochi denti rimasti.
«Perché ti sei offerto di venirla a cercare? Il compito di scortarla a Palazzo Fassolo avrebbe potuto portarlo a termine qualsiasi lacchè.»
«E perdermi l’occasione di rivederla in circostanze così fortunate? Voglio parlarle da solo, sarà compito tuo tenere a bada sua zia Consuelo, abbastanza distante e abbastanza impegnata mentre torniamo e cerco di capire se intende sposare davvero quel bellimbusto.»
«Da quando ti interessi della volontà di una fanciulla? Se il Principe ti accorda la sua mano, non ti resta che prenderla. Ti avverto, non ho nessuna voglia di accompagnarmi a quel cerbero di donna dallo sguardo mortifero.»
«Lo farai per l’amicizia che ci lega» rispose lui senza degnarlo di uno sguardo. In compenso analizzò le facce che li circondavano, nella speranza di incontrare la fanciulla che gli era entrata nella mente, conficcandosi in profondità come la spina di una rosa, tanto bella e profumata da essere indimenticabile.
«Me lo ha chiesto il Principe in persona, dovevo forse disobbedirgli?» aggiunse con una certa tracotanza.
«Dì piuttosto che lo hai costretto ad accordarti il permesso di cercarla» borbottò lo spagnolo,  tutt’altro che ammorbidito.
Alfonso si guardò ancora intorno. Le facce erano a volte cordiali, a volte impassibili o tristi ma nessun volto era quello che cercava.
«Ti piace, eh?» disse tra i denti Pedro, che aveva l’espressione di un uomo dai piedi doloranti per il gran marciare.
«Moltissimo» rispose Alfonso, girandosi per fissarlo in volto.
«Peccato che tu non l’abbia più vista, la damigella.»
«Gran peccato. Ma rimedierò presto.»
«Il Principe ha detto che il suo promesso si farà avanti entro pochi giorni. Come intendi perorare la tua causa e convincere la fanciulla che un avventuriero senza scrupoli è un partito migliore di un nobile spagnolo che bazzica la corte di Carlo V, re di Spagna?»
«Non hai notato l’occhiolino? Il vecchio volpone sa bene che Eleonora di Toledo è la donna che voglio.»
«E’ la ricompensa che gli hai chiesto per i tuoi servigi?»
«Esatto.»
«Non ci posso credere. Tutti quegli scudi per una donna?»
«Non so se riuscirò mai a spendere tutto il denaro che abbiamo accumulato, Pedro. Ma a una bellezza come quella non si rinuncia, amigo.»
Lo spagnolo si grattò un sopracciglio, perplesso.
«Devi essere proprio infatuato. A questo punto la sfida tra voi due pretendenti si fa interessante, ma se dimostri apertamente tutto questo interesse per la bella Eleonora, scommetto che il giovane Miguel de Las Casas cercherà in tutti i modi di metterti i bastoni fra le ruote.»
«Solo se aspira alla crocifissione.» Rispose Alfonso, mantenendo un tono vago ma fermo.
«Sarà divertente vedere come vi scannate per una femmina.»
«Non chiamarla “femmina” e il bellimbusto non piace nemmeno alla zia, ho sentito dire. Sembra che si sia comportato molto male qualche anno fa, dicono abbia ingravidato una fanciulla e poi l’abbia abbandonata.»
«Un tipo poco raccomandabile. E come mai adesso le vorrebbero concedere la fanciulla che ti fa battere il cuore?» il tono sarcastico di Pedro non piacque ad Alfonso, così come l’idea che de Las Casas mettesse le mani su Eleonora di Toledo.
«Sono i rispettivi padri, legati da comuni affari, che intendono celebrare il matrimonio. Ma finché non pronunceranno i voti all’altare, mi considero in gioco.»
«Forse terrai a bada il tuo rivale solo sventolandogli una lama affilata sotto il naso.»
Alfonso aprì la bocca per ribattere ma la richiuse subito. Finalmente l’aveva individuata.

Eleonora lo notò subito. Il cuore le balzò in gola e trattenne il fiato. Le mani, avvolte in guanti di fine pizzo provenzale, non avrebbero retto neppure un’Ostia, da tanto tremavano. Come poteva, la sola presenza del capitano Alfonso da Dovara, renderle impossibile fare un passo dopo l’altro?
La zia si fermò di botto, attratta da un rotolo di tessuto rosso porpora.
«Oh guarda, Eleonora! Seta orientale e del colore che cercavi.»
Eleonora cercò di concentrarsi.
«Hai ragione, zia. Ma non ti sembra troppo chiaro?» replicò posando la mano sul tessuto morbido, puntando gli occhi in tutt’altra direzione. Lo spagnolo, quel diavolo nero dal sorriso accattivante, la notò. Sempre insieme a lui. Strinse il tessuto stropicciandolo e le palpebre si abbassarono sulle guance arrossate più che dal freddo, dall’emozione.
«Chiaro? Ma niente affatto. Starà benissimo con una stola di ermellino, che la renderà più calda.» disse la zia. Eleonora si impose di concentrare tutta la sua attenzione sulla stoffa.
«E non temere per la spesa, sarà un mio dono natalizio. Con il tuo incarnato ti starà benissimo.»
«Forse hai ragione, zia.» Il mercante srotolò la seta, avendo intuito l’affare.
Nessuna delle due donne si curò di alzare gli occhi fino a quando non ottennero il prezzo più conveniente e, a quel punto, fecero ritirare l’acquisto dal garzone che le seguiva diligente.
Raddrizzandosi, Eleonora affondò lo sguardo negli occhi della zia e disse:  «Grazie» con uno dei suoi più graziosi sorrisi.
Quando tornò in posizione eretta, vide il capitano da Dovara e lo spagnolo a pochi passi da lei e il sorriso le indugiò sulle labbra, così come il lieve rossore sulle guance.

Era bella da togliere il respiro. Il brusio attorno a lui cessò, come d’incanto. Gli sgherri armati che l’avevano scortata si fecero avanti, con il tintinnare delle armi e il rumore deciso dei calzari, sui ciottoli di pietra. Alfonso diede un’occhiata agli spadini corti che pendevano dalla cinta dei due cerberi e li valutò per quello che erano: mastini ben pagati ma inoffensivi.
Quando posò gli occhi di nuovo su Eleonora, aveva preso la sua decisione.
Una perla a goccia le pendeva al centro della fronte, intrecciata a una fitta retina, che si confondeva con l’ebano dei capelli. Pelle bianca come neve, labbra come fragole mature. Il corpo snello, le lunghe gambe che la veste nascondeva e le sue mani, affusolate, che stringevano una borsetta di seta ricamata di perle rosate, dello stesso rosa tenue dell’interno delle conchiglie. Quel suo cuore duro e violento aumentò i battiti, rischiando di sfondargli il petto.
Aveva voglia di prenderla, toccarla, confondere il respiro con il suo. Gli occhi scuri di Eleonora di Toledo lo sfiorarono, poi si posarono con grazia su Pedro che si profuse in un inchino, facendo sventolare la piuma. Alfonso era a capo scoperto e si pentì della pessima abitudine. Avrebbe voluto renderle omaggio, scusandosi così per ciò che era. Un volgare masnadiero, un predone, un marinaio al servizio di un uomo potente. Ma non per questo avrebbe rinunciato a lei.
La ricchezza accumulata in quegli anni gli avrebbe permesso di offrirle qualsiasi cosa, a partire da quella seta o da quelle perle.
Le iridi della giovane tornarono sulle pietre del selciato con un guizzo di simpatia, che lui volle con arroganza immaginare fosse rivolta a lui.
«Capitano, vi vedo con piacere sulla terraferma. E anche voi, don Pedro.»
La donna più matura si spostò come volesse proteggere la nipote. Alfonso fece un inchino profondo e disse ciò per cui era venuto:
«Mi dispiace interrompere i vostri acquisti, ma il Principe mi ha chiesto di scortarvi, al vostro ritorno, fino a Palazzo di Fassolo.»
Donna Consuelo sollevò un sopracciglio.
«Ma davvero?»
Alfonso le concesse un cenno affermativo.
«Sarà un piacere accompagnarvi.»

I loro passi presero ben presto l’identica cadenza negli stretti vicoli di Genova, soffocati tra case alte dalle facciate in pietra, costellati di ciottoli rotondi, animati da passanti infreddoliti racchiusi come ostriche nei loro mantelli. Su tutto l’odore aspro della salsedine, che saliva dal porto e profumava ogni angolo della città.
I due sgherri precedevano il gruppetto e Alfonso aveva fatto in modo di rallentare a poco a poco, mente Pedro isolava Donna Consuelo con le sue chiacchiere. Svoltando in una via più ampia ebbe modo di restare un poco indietro e, a quel punto, sussurrò alla giovane che lo precedeva:
«Vi dona quel colore.»
La giovane sussultò ma poi gli sorrise:
«Alludete al mantello che indosso o alla pezza di seta che avete voluto a tutti i costi donarmi?»
«A entrambi. Il vostro volto non mi ha lasciato un solo istante da quando siete sbarcata. Avevo necessità di rivedervi.»
«Siete uno sfacciato, Alfonso da Dovara.»
«Lo sarò ancora di più ai vostri occhi quando vi dirò quello che intendo fare, per ottenere la vostra mano.»
La fanciulla rallentò, gli occhi sgranati e Alfonso prese fiato:
«Volete sposare Miguel de Las Casas?» le domandò sottovoce.
La domanda provocò un breve riflesso nello sguardo della giovane mentre a passi lenti sbucavano in piazza san Matteo, dominata dalla facciata della chiesa a spesse strisce di candido marmo e nera ardesia, il rosone simile a un gigantesco occhio.
«Mi sembra un ottimo partito. Ma devo prima compiere i diciott’anni.»
«E quando sarà?»
«A febbraio.»
«Siamo a fine dicembre, mancano poco più di due mesi. Lo amate?»
Il viso di lei cambiò espressione, il suo sguardo espresse angoscia, ma rispose con assoluta compostezza.
«L’ho visto una sola volta, ho scambiato con lui poche parole. Come potete pensarlo?»
«A me è bastato guardarvi un solo istante per comprendere che la mia vita sarebbe stata incompleta, senza di voi al fianco. Ditemi se volete che lotti per voi e per la nostra unione presso vostro padre.»
«Questo è un corteggiamento inconsueto, capitano.»
«Questo è ciò che sono io, un uomo pragmatico che va diritto al punto ma che vi rispetterà sempre, in ogni circostanza.» 

Genova, vigilia di Natale 1545
 Nel lungo corridoio deserto si susseguivano affreschi resi vividi da paesaggi, personaggi mitologici e dagli antenati del Principe. Sulle pareti brillavano cieli, acque, alberi, nubi, rese più luminose da pennellate di colori vellutati. Angeli, soldati e Santi dai volti olivastri o pallidi, plasmati dalla luce morbida, dolcissima, di uno spicchio di luna o dal fascio di luce di una finestra dipinta sullo sfondo. Una natura resa viva dai minuziosi, realistici particolari: i sassi, le rocce, gli armati e le divinità antiche che impersonavano eroi moderni.
Eleonora aveva quasi l’impressione di poter toccare quei capolavori e, toccandoli, sentire il freddo delle armature, la morbidezza di una guancia, la crudeltà di una spada sguainata.
Sollevò appena il vestito, accelerò il passo visto che si era attardata troppo, e fu accompagnata dal fruscio della stoffa, dal ticchettare delle scarpette di raso col tacco di legno.
Sentì l’inconfondibile rumore di una porta che si apriva alle sue spalle ma non rallentò, né si voltò a controllare.
Passi pesanti dietro di lei, cadenzati.
La curiosità ebbe il sopravvento e diede una sbirciatina. L’inconfondibile figura di Alfonso da Dovara apparve sullo sfondo e, forse spinta da uno sciocco impulso o dalla propria vanità, rallentò il passo.
Da giorni anelava di sentire ancora il suo sguardo carezzevole. Le iridi di quell’uomo, solo apparentemente fredde, avevano un potere strano su di lei: la scaldavano allo stesso modo delle fiamme nel camino o di una tazza di vino bollente, profumato con spezie orientali.
Lei, affascinata dalle pennellate dei pittori sulle pareti, si era impressa con precisione nella mente il suo volto virile e, quando chiudeva gli occhi, poteva rivederne ogni linea, ogni curva, ogni spessore. Nel silenzio della sua stanza o nell'intimità dei suoi pensieri ne ricordava ombre e luci, l’intenso sorriso, o la brusca, inaspettata severità.
Anche in quel momento provò una sensazione preoccupante: un formicolio che le vibrava in corpo, lo stesso di quando lui si avvicinava o le torreggiava accanto. Non era la semplice eccitazione dello scambio verbale con un uomo; c'era dell'altro, qualcosa che non aveva mai provato, di personale e molto, molto femminile.
«Señorita,» disse lui con dolcezza e le sue gambe rifiutarono di proseguire.
«Señor,» rispose lei e ne osservò gli ultimi passi.
I loro sguardi si intrecciarono per qualche istante. Poi lui distolse lo sguardo e fissò l’affresco davanti al quale si erano fermati.
«Gli antenati del Principe dipinti dal maestro Perin del Varga vi affascinano?»
Eleonora osservò lo stesso turbinare di colori, di arti ignudi, di visi barbuti e di teneri putti che stava studiando lui e pensò un momento, prima di rispondere:
«Non solo, señor. E’ come se venissi trascinata in mezzo a loro. Sembrano così vivi, così reali.»
Lui tornò a fissarla e piegò appena il volto.
«Io sono affascinato da voi, così viva e così reale.»
Il giovane si guardò intorno e avanzò di un passo. Erano davvero molto vicini, tanto vicini che lui bisbigliò qualcosa, le incorniciò il viso tra le mani e coi pollici gli accarezzò la commessura delle labbra.
Dita ruvide, sconosciute su di lei.
Avrebbe potuto chiudere gli occhi ma volle seguire ogni sua mossa, mentre abbassava la testa e posava, con delicatezza, le labbra sulla sua bocca. Nonostante la violenza che Eleonora percepiva nel rude capitano, il bacio fu soave e lei trattenne il respiro stordita dalla tenerezza, dal profumo caldo della pelle, dal suo sapore. Chiuse le mani a pugno, quasi strappando i pizzi dell’abito poiché non sapeva dove poggiare le mani.
«Questo è perché devo smettere di sognarvi.» Mormorò lui, un soffio caldo sul suo volto.
«Posso toccarvi, Alfonso da Dovara?» gli chiese allora, per la prima volta davvero intimidita.
«Fatelo, vi prego.»
Eleonora aprì le dita e sollevò le mani. Gli appoggiò i palmi aperti sul petto coperto da un farsetto di velluto, intrecciato di cuoio marrone. La stoffa era ruvida e sotto trovò la solidità di un uomo vero, non dipinto, né sognato. Esisteva e, quando un respiro gli gonfiò il petto, quel movimento la commosse, così come il battito affrettato di quel cuore che faceva eco al suo. Alfonso emise un suono soffocato e le coprì le mani.
«Un solo altro bacio per questo Natale, che segna una fine e un nuovo inizio» le disse.
«Voi rubate baci, capitano?»
«Solo a voi e non sarà mai un furto, ma uno scambio: io vi dono parte di me e voi mi darete la speranza di giorni infiniti, da trascorrere con voi.»
«Ebbene fatelo prima che arrivi qualcuno, capitano.»
E lui tornò a baciarla e questa volta non fu delicato, né soave ma affamato, rude, profondo. C'erano tanti motivi per tenere labbra serrate e ostentare un pudico contegno, ma non li ricordò. Si alzò in punta di piedi e aprì la bocca. Questa volta le sue mani artigliarono il tessuto rude, una presa quasi disperata mente la lingua di lui l’accarezzava.
Impossibile resistere.
Alfonso l'avvolse con un braccio, quasi la sollevò contro di sé modellandola al suo corpo, dalle ginocchia fino ai seni, mentre il bacio si faceva più profondo, ardente, indimenticabile.
Eleonora lo lasciò andare ma solo per circondargli il collo con le braccia, con un'urgenza che annullava la ragione.
All'improvviso egli sollevò la testa.
Un rumore di passi, una risata, voci il cui eco arrivò fino a loro.
«Vi chiederò in sposa domani stesso,» sussurrò lui con urgenza «ditemi che lo volete.»
«Lo voglio» rispose ancor prima di formulare il pensiero nella mente.
Alfonso alzò le mani, si separò da lei con gli occhi luccicanti.
«Ci vedremo tra poco.» Aggiunse e indietreggiò mentre le voci e i passi si facevano più vicini.  
La lasciò in piedi e scomparve, non prima di averle mandato un bacio immaginario. Nella crescente oscurità del crepuscolo invernale, dominato dal freddo che entrava nelle ossa, Eleonora fu in pace con il mondo. Tentò di quietare il proprio cuore poggiandovi il palmo ma batteva troppo in fretta così si avviò correndo, verso la sua mèta.

Vino caldo, profumo di dolci. Molte persone si aggiravano nel salone, passando con noncuranza davanti al gigantesco camino, dove alcuni grossi ceppi alimentavano fiamme guizzanti.
Il Principe D’Oria era seduto sullo scranno di velluto carminio accanto alla finestra e parlottava con sua moglie, Donna Peretta, coi capelli raccolti sotto la cuffia candida. Donna Consuelo sfarfallava qua e là salutando le nobili dame genovesi, gettando occhiate guardinghe a sua nipote. Alfonso da Dovara entrò in quel momento, calamitando su di lui tutta l’attenzione.
Bene, era riuscita nel suo intento.
I due giovani si erano visti, si erano piaciuti e lui era stato tanto ardito da sbaragliare il rivale, quell’odioso di Las Casas.
Aveva fatto bene a puntare su di lui le sue speranze e presto il matrimonio sarebbe stato celebrato addirittura alla corte del Principe Andre D’Oria. Sotto la sua ala protettiva, nemmeno Carlo V avrebbe avuto di che obbiettare.
Donna Consuelo si abbandonò a un segreto sorriso e sollevò appena il calice con il vino aromatico. Era il 24 dicembre, la vigilia di un Natale che sarebbe diventato presto indimenticabile.

FINE


CHI E' L'AUTRICE
ADELE VIERI CASTELLANO ha preso il suo nom de plume dalla bisnonna, ligure doc e cugina di un ufficiale che combatté a fianco di Garibaldi, in Sud America e per l’Unità d’Italia. Vive a Milano, dove fa editing e traduzioni per case editrici italiane, ma scrivere racconti e romanzi d'amore è da sempre la sua più grande passione. A fine maggio 2012 ha pubblicato per Leggereditore il suo primo romanzo storico, Roma 40 d.C. Destino d’Amore, dopo aver vinto il concorso di racconti indetto dalla stessa casa editrice nel 2011. Questo libro sarà pubblicato nell'estate 2014 anche in Portogallo. A questo successo sono seguiti  Roma 42 d.C. Cuore Nemico (2012) e Roma 39 d.C., Marco Quinto Rufo (2013). A fine 2013 è uscito il suo nuovo romanzo storico, sempre con Leggereditore, Il Gioco dell’Inganno, ambientato nella Venezia di fine '700. Con Spinnaker DGbooks , con lo pseudonimo di Giulia d’Alessandro, Adele ha partecipato alle raccolte e-book Love at Christmas e C’è Amore nell’aria, entrambe  pubblicate nel 2012. Un suo racconto contemporaneo è presente nell’antologia Gli uomini preferiscono le befane che Emma Books ha proposto per le feste natalizie 2013. Sempre a fine 2013 è uscita  una sua raccolta di racconti in ebook intitolata La legge del lupo e altre storie . 

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19 commenti:

  1. Bellissimo!!!! ottavia

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  2. poche e accurate pennellate ed eccomi proiettata in un quadro storico magistralmente dipinto da adele... al di là della bellezza della storia d'amore è questa capacità nell'uso della parola scritta ad incantarmi... bravissima adele so con certezza che se scritto da te leggerei anche l'elenco telefonico

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  3. Alfonso da Dovara va conosciuto meglio...e questo non è un suggerimento :P
    Bellissimo racconto, che funziona grazia alla tua bravura ma anche grazie alla simpatia della Zia Consuelo..magnifica!

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  4. Adele scrive davvero molto bene, il suo successo è giustificato! :) a me i romanzi storici non sempre piacciono, dipende quanto mi coinvolgono, ma ce ne sono alcuni (come la serie del cavaliere d'inverno di Paulina Simons) che mi emozionano un sacco! Questo racconto è molto romantico e il personaggio di Eleonora mi piace molto, ma trovo un po' difficoltoso seguire il linguaggio nobile dei dialoghi... è affascinante, ma non riesco a procedere ;)

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  5. Ah che atmosfera! Molto bello e veramente intenso!

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  6. Si, mi è piaciuto davvero. E' scritto così bene... Romantico e a tratti anche ironico. Mi è solo dispiaciuto che, trattandosi di un racconto, sia per forza di cose... "breve".

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  7. Un bellissimo racconto .Come sempre adoro il suo modo di scrivere .Bravissima Adele

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  8. Che meraviglia! Adele è suprema come sempre......però peccato che sia così breve :)

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  9. Adele è sempre fantastica...e qui mi sono piaciuti in particolare i guizzi di caratere dei personaggi. In più, da genovese pignola con la fissa del romanzo storico ma anche della storia dell'arte, apprezzo la resa efficace di un tempo sovraccarico e talvolta scanzonato, in un misto di fasto e spirito self made tipicamente mercantile, quale fu "el siglo de oro".
    Pat

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  10. Bellissimo! Adoro gli eroi che solcano i mari e Alfonso, con il suo fascino e la sua sicurezza, non ha deluso le mie aspettative...e, a quanto pare, nemmeno quelle della zia Consuelo (furba la zia!) ^_^

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  11. Perfetto, carissima Adele, proprio una perla. Mi spiace solo una cosa: essermi lasciata sviare sul conto della zia, avrei dovuto immaginarlo fin dall'inizio come stessero in realtà le cose.

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  12. Brava! Come sempre il tuo modo di raccontare mi incolla alle righe e le divoro! Ora però vorrei saperne di più......

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  13. Miriam Tocci07/01/14, 10:05

    Come sempre leggendo le tue storie sembra di stare lì, al centro della scena mentre i personaggi si muovono, parlano, prendono vita!!
    Bellissimo Adele! ...ottimo spunto per un bel romanzo!

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  14. Adele Vieri Castellano07/01/14, 10:35

    Grazie a tutte, di cuore! Questo racconto è un omaggio al Mediterraneo e ai personaggi che, lungo i secoli, lo hanno reso il centro del mondo. Un'epoca nostalgica che per certi versi rimpiango... el Siglo de Oro come giustamente ha scritto la nostra Patrizia! Colgo l'occasione per fare a tutte le scrittrici che hanno partecipato a Christmas in Love un sincero in bocca al lupo! So che tutte le lettrici saranno in imbarazzo quando si tratterà di scegliere: sono tutti eccellenti e ben scritti! Complimenti a tutte, complimenti a noi affinché il rosa italiano possa riscattarsi con le "Rose nostre" e con tante altre "Rose appena sbocciate"!

    Un abbraccio

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  15. OMG è piaciuto anche a me, starò diventando buona?

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  16. Ma la protagonista è la stessa Eleonora di Toledo, Duchessa di Firenze, dal 1539 al 1562? E' un fantasy storico? :)

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  17. Adele V. Castellano10/01/14, 10:57

    Sì, anonimo, ho preso spunto proprio dal personaggio di Eleonora da Toledo, anche se con la solita libertà che si prendono gli scrittori quando inventano storie... trovo che la storia d'amore tra lei e Cosimo de Medici sia una delle più belle, vere e tristi del nostro passato... Eleonora andò in sposa a Cosimo I de' Medici nella primavera del 1539, all'età di diciassette anni. Era, si dice, donna di grande bellezza. La coppia sembra fu davvero innamorata, un amore testimoniato, oltre che dagli storici e dai cronisti del tempo, dalle numerose lettere tra i due. Cosimò non la tradì mai ed Eleonora era morbosamente attaccata al marito. Nell'ottobre 1562 Eleonora seguì Cosimo in un viaggio verso la Maremma, soffriva di emorragie polmonari e i medici le avevano raccomandato di passare l'inverno nel mite clima della costa. Durante una sosta nel castello di Rosignano però, due dei suoi figli morirono di malaria e, a distanza di poco tempo, anche Eleonora si ammalò e a soli quarantatré anni, spirò un mese dopo i suoi figli a Pisa. Una bella storia, come dicevo ma triste... leggete, se volete saperne di più, la sua bio su Wiki...

    Un caro saluto.

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    Risposte
    1. La conosco bene la storia di Eleonora da Toledo e Cosimo de' Medici. Ma, una cosa è prendersi delle libertà ben altra è stravolgere la Storia.

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  18. Un racconto bellissimo Adele e come sempre alla fine non posso che chiedere di averne ancora.
    Ogni tuo personaggio è ricco di sfaccettature e questo porta il lettore a volerne sapere sempre di più.
    Sei bravissima qualsiasi cosa scrivi ma con lo storico, a mio avviso, hai una marci in più.
    Speriamo un giorno di poter leggere ancora del capitano Alfonso da Dovara e di Eleonora di Toledo.

    RispondiElimina

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